«Zen vs Re: il grande equivoco (comodo a molti). Perché tutti tacciono sul punto fondamentale?»

Deutsche Fotothek‎ / CC BY-SA 3.0 DE; Il Consiglio mondiale per la pace (anticipatore politico dell’ecumenismo irenista) fondato nel 1950 su ispirazione del movimento comunista e con il placet delle autorità sovietiche. Ad esso aderì anche l’allora Patriarca scismatico moscovita Alessio I.

di Miguel

Cari amici di Radio Spada,

prendo una boccata d’aria rispetto al coronavirus e torno sulla saga Zen vs Re.

Riassunto puntate precedenti.

Il card. Zen da mesi attacca l’accordo parolin-bergogliano tra Santa Sede e Cina (oggettivamente un patto disastroso), il card. Re per tutta risposta scrive una lettera al collegio cardinalizio in cui delegittima la posizione di Zen (Il card. Re: Ratzinger ha approvato accordo Cina-Vaticano. E parla di documenti ), Zen risponde piccato contrastando la linea del neodecano Re (Il card. Zen risponde al fuoco: “C’è vicepapa”, “ho evidenza che Parolin manipola il Santo Padre”).

Ora, al netto degli effetti collaterali sull’immagine dell’istituzione ecclesiastica di questo balletto squalificante stile rissa color porpora, si rimane di fronte a un dibattito monco, con parecchi tasselli introvabili.

Ovviamente, pur non dubitando della buona fede di cardinali e commentatori, risulta pacifico che questi equivoci – e la cortina fumogena che ne deriva – facciano comodo a molti: una sorta di nebbiolina attraverso cui si sentono le urla dei contendenti ma dietro la quale non si vedono almeno un paio di imprescindibili questioni di fondo.

Partiamo dalla principale:

Zen, nel suo tentativo di replica a Re, è costretto a invocare “la visione di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI riguardo al comunismo” e la questione dell’Ostpolitik.

E qui abbiamo il primo, colossale, equivoco.

Parlare, in ambito ecclesiale, degli approcci dottinali e delle relazioni diplomatiche rispetto alla politica dei Paesi comunisti è possibile a una condizione precisa: essere trasparenti sull’origine (ormai riconosciuta) del disastro in questo campo. Ovvero l’accordo di Metz: il patto per avere al Concilio rappresentati dello scisma russo in cambio dell’apoliticità del Concilio stesso. Un fatto grave e foriero di tutti i guai successivi.

Scriveva nel 2011 il fedelissimo Tornielli (grassettature nostre):

Nell’archivio del cardinale Tisserant, dove esiste una lettera, datata 22 agosto 1962, nella quale il porporato francese scrive a Serge Bolshkoff, informandolo sull’incontro con Nikodim (ndRS: arcivescovo emissario del patriarcato di Mosca). Il cardinale curiale francese scriveva: «Mi auguro che il Concilio non si occupi affatto di politica, né direttamente né indirettamente. La Chiesa ci ha sempre guadagnato quando è rimasta nel terreno che le è proprio, che non è quello della politica». È evidente che questa assicurazione, ripetuta dal porporato all’emissario russo, rispecchia il messaggio fatto arrivare da Roma agli ortodossi di Mosca.

Questi contatti e il loro contenuto diventeranno attuali tre anni dopo, quando una petizione presentata da oltre quattrocento padri che chiedevano una menzione del comunismo nella costituzione conciliare Gaudium et Spes sarà respinta senza approdare in aula. Anche Paolo VI, il successore di Giovanni XXIII, sembra essere stato a conoscenza delle garanzie sull’«apoliticità» del Concilio, perché in un appunto, datato 15 novembre 1965, citerà esplicitamente tra «gli impegni del Concilio», anche quello di «non parlare di comunismo (1962)». L’indicazione della data a fianco di quest’ultima frase vergata da Paolo VI è significativa e rimanda direttamente all’incontro di Metz e alle trattative tra Tisserant e Nikodim.

Ha scritto a questo proposito il cardinale Giacomo Biffi nella sua autobiografia (“Memorie e digressioni di un italiano cardinale”): «Il comunismo è stato senza dubbio il fenomeno storico più imponente, più duraturo, più straripante del secolo ventesimo; e il Concilio, che pure aveva proposto una Costituzione Sulla Chiesa e il mondo contemporaneo, non ne parla. […] Il comunismo (ed era la prima volta nella storia delle insipienze umane) aveva praticamente imposto alle popolazioni assoggettate l’ateismo, come una specie di filosofia ufficiale e di paradossale “religione di stato”; e il Concilio, che pur si diffonde sul caso degli atei, non ne parla. Negli stessi anni in cui si svolgeva l’assise ecumenica, le prigioni comuniste erano ancora tutti luoghi di indicibili sofferenze e di umiliazioni inflitte a numerosi “testimoni della fede” (vescovi, presbiteri, laici convinti credenti in Cristo); e il Concilio non ne parla. Altro che i supposti silenzi nei confronti delle criminose aberrazioni del nazismo, che persino alcuni cattolici (anche tra quelli attivi al Concilio) hanno poi rimproverato a Pio XII!».

Ci siamo? Abbiamo capito? Bene: se abbiamo capito avremo chiaro che parlare degli accordi cinesi di oggi senza vederli come ultimo frutto degli accordi di Metz è follia pura. Sarebbe come voler parlare di equazioni di secondo grado senza prima essere passati dalla nozione secondo cui 1+1=2. Leggere Benedetto XVI e Giovanni Paolo II senza il percorso che li ha preceduti, accompagnati e seguiti è almeno una grave lacuna. Su certi svarioni polacco-bavaresi ci sarebbe altro da aggiungere, ma fermiamoci pure.

Fin qui il primo equivoco, passiamo al secondo.

Scrive Re:

Dopo aver preso conoscenza di persona dei documenti esistenti presso l’Archivio Corrente della Segreteria di Stato, sono in grado di assicurare a Vostra Eminenza che Papa Benedetto XVI aveva approvato il progetto di Accordo sulla nomina dei Vescovi in Cina, che soltanto nel 2018 è stato possibile firmare.

Risponde Zen:

Per provare che l’accordo firmato era già stato approvato da Benedetto XVI basta mostrarmi il testo firmato, che fino ad oggi non mi è stato concesso di vedere, e l’evidenza dell’archivio, che Ella ha potuto verificare. Rimarrebbe solo ancora da spiegare perché allora non è stato firmato.

Insomma: siamo alla “parola mia contro la tua” e al “fuori le prove”. Leggittima la richiesta di Zen, non c’è dubbio, ma – scusate – perché non chiederlo a Ratzinger? Non sarebbe più salubre – per se stesso, per l’immagine del collegio cardinalizio e pure i rapporti diplomatici della Santa Sede – che la persona tirata per la talare dicesse – nei dettagli – come sono andate le cose? Certo: con tutte le cautele e le prudenze del caso, ma quando i fatti sono così gravi e così pubblici, si può forse tacere?

E vien spontanea un’altra mezza dozzina di domande: Ratzinger non ha appena preso posizione pubblica sul celibato in un libro (firmato, mezzo firmato, quasi firmato) con un cardinale, lanciato al grido di battaglia “non si può tacere”? Se dunque può scrivere libri esprimendo liberamente il suo pensiero, non può scrivere una lettera che chiarisca la sua posizione su una faccenda di questo peso? Se l’accordo Cina-Santa Sede è buono e nello “spirito del suo pontificato” lo dica e sgombri il campo da tante polemiche dannose, se invece è un assalto alla fede dei cattolici cinesi portato a segno contro la sua linea dottrinal-diplomatica, lo sconfessi per il bene di tutti. No? E ancora: come mai si riscontra spesso da parte di Ratzinger un’attenzione a targhe alterne per questioni così rilevanti (vedere, tra l’altro: 8 punti: perché l’operazione ratzingeriana sul celibato è sostanzialmente inutile, se non dannosa)? Perché la stragrande maggioranza dei commentatori tace puntualmente sul percorso teologico-dottrinale ratzingeriano visto nel suo complesso e si perde in questioni singole, talvolta in mezze sfumature (vedere: Lettera aperta a Joseph Ratzinger, per il bene di tutti)? Insomma: perché continuiamo ad annegarci in equivoci quando le questioni fondamentali sono altre ed evidenti?

E così, magicamente, si tornerà al punto 1, ovvero al primo equivoco.

Hasta luego!

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