di Luca Fumagalli

Arnold Lunn è oggi ricordato soprattutto per l’importante contributo dato al mondo dello sci agonistico. Oltre ad inventare lo slalom speciale, fu capitano della squadra inglese alle Olimpiadi e il suo nome figura tra quello dei pionieri del moderno alpinismo. Per l’incessante attività di promozione degli sport invernali e per i molti libri che scrisse sull’argomento ricevette pure svariati riconoscimenti internazionali.

Quello che, al contrario, in pochi conoscono è il Lunn “intellettuale”, romanziere, saggista e apologeta. La sua storia è del tutto simile a quella di tanti altri convertiti inglesi che, dopo anni di fiera militanza anticattolica, approdarono infine alla Chiesa di Roma, vinti dalla ragionevolezza del suo impianto storico-teologico e della bellezza della sua liturgia.

Nato nel 1888 a Madras, in India, Arnold Lunn venne educato in parte secondo i principi del metodismo e in parte secondo quelli dell’anglicanesimo. Dopo Harrow si iscrisse al Balliol College dove si distinse come segretario della Oxford Union – uno dei più antichi e blasonati circoli universitari – e come direttore dell’«Isis», una rivista studentesca che per un certo periodo godette di un grande seguito. In quegli anni lesse le opere di G. K. Chesterton e di Hilaire Belloc – «la loro influenza fu uno dei principali fattori della mia conversione» – ma anche An Agnostic’s Apology di Leslie Stephen, il padre di Virginia Woolf, che lo convinse ad abbandonare la pratica religiosa.

The Harrovians (1913), il romanzo d’esordio di Lunn, causò un grande scalpore che trasformò immediatamente il libro in un best seller: fu infatti uno dei primi racconti a trattare la quotidianità di una tipica scuola pubblica senza imbarazzi né peli sulla lingua. Sei anni dopo, con il suo secondo romanzo, Loose Ends, Lunn volle invece entrare a piè pari nel dibattito religioso del tempo, schierandosi fermamente dalla parte degli atei. Scritto come risposta a libri quali Some Loose Stones di mons. Ronald Knox e a La sfera e la croce di G. K. Chesterton, Loose Ends era fondamentalmente un attacco nei confronti dei convertiti al “papismo”, il cui numero era in costante crescita.

La medesima motivazione è all’origine di uno dei saggi più famosi di Lunn, Catholic Converts (1924), uno studio della parabola spirituale di cinque celebri convertiti – Newman, Manning, Tyrrel, Knox e Chesterton – accusati di aver imboccato “la via di Roma” più per motivazioni psicologiche che per una reale convinzione filosofica o teologica. L’autore, ad esempio, sosteneva che Chesterton si fosse fatto cattolico solamente per spirito anticonformista, mentre Knox sulla scia di un suo presunto gusto per il misterioso e l’inusuale.

Sia l’ingombrante giornalista che il monsignore non se la presero più di tanto per il loro ingeneroso ritratto contenuto in Catholic Converts. Anzi, tra Knox e Lunn iniziò una fitta corrispondenza sulla Fede e la Chiesa – poi pubblicata nel volume Difficulties – che nel 1933 portò quest’ultimo, contro ogni previsione, a farsi cattolico. Come un novello San Paolo, Lunn da persecutore divenne uno dei più instancabili apologeti della sua generazione, naturalmente allergico a ogni forma di compromesso: «La teoria moderna secondo cui si dovrebbe sempre trattare le convinzioni religiose di altre persone con profondo rispetto non trova alcun sostegno nei Vangeli. La reciproca tolleranza delle opinioni religiose è il prodotto non della Fede, ma del dubbio».

Dopo un acceso dibattito epistolare con il commentatore radiofonico C. E. M. Joad, un agnostico coriaceo, Lunn prese a occuparsi di storia. Nel 1935 scrisse un bel saggio su San Pietro Claver, A Saint in the Slave Trade, e dal 1936 al 1939 insegnò presso l’università americana di Notre Dame, in Indiana. Tenne conferenze in ogni parte degli Stati Uniti e in un’occasione, a New York, partecipò con l’editore Frank Sheed a un dibattito a proposito del maggiore o minore valore intellettuale dei convertiti rispetto ai “cattolici nativi”: ognuno dei due conferenzieri parlò cavallerescamente in favore del gruppo al quale non apparteneva. 

Conservatore fin nel midollo, in occasione della Guerra civile spagnola Lunn si schierò apertamente con i nazionalisti di Franco, a suo parere fautori di una visione politica non così dissimile da quella propugnata dai distribuisti inglesi. Come giornalista ebbe modo di seguire gli scontri in prima persona e in un testo del 1937, Spanish Rehearsal, riversò tutto il suo odio nei confronti del comunismo, un’ideologia giudicata disumana, violenta e oppressiva. Tuttavia, durante la Seconda Guerra Mondiale, l’antipatia nei confronti dei totalitarismi – ennesima manifestazione malata di una modernità senza più Fede – lo portò a sostenere, come la quasi totalità dei suoi correligionari, lo sforzo Alleato. L’esito del conflitto, in verità, cambiò di poco le cose; secondo Lunn lo scontro tra il blocco atlantico e quello sovietico non faceva altro che confermare quel declino morale dell’Occidente che era iniziato con il progressivo inaridimento spirituale dell’Europa: «Noi cattolici forse non potremo arrestare la corsa del mondo verso l’autodistruzione», scriveva Lunn a Knox nel 1949, «ma almeno noi sappiamo cosa ci sta rovinando».

Paradossalmente una buona parte del suo successo come intellettuale cattolico fu determinato dall’educazione protestante ricevuta in gioventù: sempre aperto al confronto, non solo firmò volumi capaci di raggiungere un pubblico vasto ed eterogeneo – come solo di rado era capitato prima di allora – ma il confronto con le istituzioni culturali anglicane in cui era cresciuto lo spinse a farsi promotore di una radicale riforma dell’educazione cattolica in Inghilterra e in America con l’intento di innalzarne lo scarso standard qualitativo.

Prima di morire, nel 1974, Lunn fece in tempo a pubblicare ancora molti altri libri. Fino all’ultimo testimoniò con la propria vita e con la propria opera che valeva davvero la pena mettere a ferro e fuoco il mondo pur di salvare anche solo un briciolo di Verità. Senza Arnold Lunn il cosiddetto “Catholic Revival” avrebbe perso di certo uno dei suoi più grandi alfieri, un cuore generoso e uno spirito indomito la cui vastissima bibliografia meriterebbe di essere riscoperta e approfondita.