Assassinio sull’Orient Express: una comparazione estetico-morale (seconda parte)

A cura di Mattia Spaggiari: la prima puntata è stata pubblicata il 31 marzo 2020 e la terza e ultima sarà pubblicata il 2 aprile 2020

7 e 8) Ai numeri 13 e 12, scompartimenti tra loro comunicanti, alloggiano i Conti Rudolph e Helena Andrenyi, cioè un diplomatico ungherese colla sua giovane moglie. «L’uomo indossava abiti inglesi di comodo tweed, ma non era inglese. Sebbene solo la nuca fosse visibile a Poirot, la sua forma e la postura delle spalle lo tradivano. Un uomo robusto e ben fatto. Voltò il capo all’improvviso e Poirot ne scorse il profilo. Era molto bello: sui trent’anni, aveva dei folti baffi biondi. La donna seduta di fronte a lui era una ragazza di circa vent’anni. Soprabito e gonna nera attillati, camicetta di satin bianco, elegante piccolo tocco nero arditamente inclinato sulla fronte, all’ultima moda. Aveva un bel volto di aspetto esotico, la pelle bianchissima, grandi occhi bruni, capelli neri e lucenti. Fumava una sigaretta in un lungo bocchino. Le mani ben curate avevano le unghie rosso cupo. Portava all’anulare un grande smeraldo montato in platino. Nel suo sguardo e nella sua voce c’erano una palese civetteria. ‘Elle est jolie…et chic’ mormorò Poirot. ‘Marito e moglie, eh?’ Monsieur Bouc annuì. ‘Ambasciata ungherese, credo’ disse. ‘Una bella coppia.’» Il nome da nubile della Contessa è Helena Goldberg, e non è altri che la sorella più giovane di Sonia Armstrong. Dopo gli eventi che hanno sconvolto la sua esistenza è comprensibile che sia una donna molto fragile, che si appoggia ad un marito affettuoso e protettivo; è altresì vero che per dormire in viaggio prende il Trional; ma non è certamente la donna dipendente dal Barbital e affetta da depressione che ci viene presentata nel film del 2017 (dove per giunta né ella né il marito – che qui diventa un manesco ballerino ungherese interpretato da Serhij Polunin, che ballerino lo è davvero – hanno fisicamente nulla a che fare colla descrizione del romanzo). Una macchia di unto sul passaporto ed un’etichetta doganale sul bagaglio di lei cancellano provvidenzialmente l’iniziale H del suo nome, per evitare che la Contessa potesse essere collegata al fazzoletto trovato sul luogo del delitto, che invece appartiene alla Principessa Natal’ja (in cirillico Наталья) Dragomiroff. Dato il suo cognome, Poirot ipotizza che la bella Contessa sia di origini mitteleuropee e che nelle sue vene ci sia qualche goccia di sangue ebreo. Quest’ipotesi diventa chiaramente una certezza nel film di Branagh e passa da una goccia a tutto il sangue. Le altre versioni preferiscono invece sorvolare su questo particolare, che in fondo nel romanzo non ha nessuna importanza (serve solo a dare un’immagine vagamente orientale alla Contessa), e cambiarne il cognome prima in Grünwald o in Wassenstein. Si noti che è proprio a partire dalla deduzione della vera identità della Contessa Andrenyi che Poirot nel romanzo comincia a sdipanare la matassa di menzogne propostegli dai passeggeri. Gli attori fisicamente più simili ai veri Conti Andrenyi sono senza dubbio quelli del 2010, anche se i capelli ed i baffi di Stanley Weber dovrebbero essere biondi e non neri, mentre viceversa i capelli della nobildonna georgiana Elena Satine dovrebbero essere neri e non castani; e un altro appunto potrebbe essere che anche qui la Contessa sembra avere qualche malattia psicologica, il che però, depurato dall’aura di femme fatale della Boynton, non sconvolge certo il personaggio. Tanto chic da rasentare la parodia sono invece i due interpreti del 1974, Micheal York e Jacqueline Bisset, su cui il dolore per la morte di tutti i suoi familiari sembra non aver lasciato la minima traccia. Ben assortita anche la coppia del 2001, Kai Wiesinger ed Amira Casar, che però nella trasposizione sono una ricca coppia tedesca, Philip ed Helena von Strauss, che vive nel principato di Monaco – alla cui famiglia principesca è peraltro imparentata – ed è votata all’avventura: i programmi futuri dei due coniugi sono rafting nel Borneo, scalata dell’Everest e via discorrendo… Questa predilezione per gli sport estremi sembra quasi essere terapeutica, se è vero che basta la vicinanza con Ratchett per iscatenare nella giovane signora Strauss una sorta di crisi isterica. Insomma, un personaggio ben più vistoso della pacatamente depressa Lucy Boynton del 2017, la quale coll’ausilio di un sonnifero ha scelto di dormire di giorno e vegliare di notte. Si noti che il numero delle ferite sul cadavere, dodici, si ottiene escludendo dai colpevoli proprio la fragile Contessa Andrenyi, che viene tenuta sedata nel suo scompartimento, mentre il premuroso marito prende il suo posto tra i congiurati in quello della vittima. Anche se questo non sempre viene rispettato: per esempio, nel film del 1974 i due coniugi infliggono a Ratchett un’unica pugnalata, le mani unite sull’arma del delitto.

Stanley Weber
Elena Satine

9) Dopo il 12 si passa stranamente allo scompartimento numero 3 (comunicante col 2, quello della vittima), occupato dalla signora Caroline Hubbard, una loquace americana dietro la quale si nasconde niente meno che la madre della defunta signora Armstrong, l’attrice Linda Arden. Trattasi di una donna «anziana e robusta, dal viso gradevole, che parlava lentamente, con voce chiara e monotona, senza dar segno di volersi fermare per riprendere fiato o perché fosse arrivata alla fine del discorso». Più tardi ci viene confermato che l’anziana signora è piuttosto in carne: dacché deriva che nessuna delle attrici che hanno interpretato questo personaggio gli ha mai reso giustizia. Senza dubbio l’interpretazione caratterialmente migliore è stata quella di Lauren Bacall nel 1974, che tuttavia col suo fisico longilineo mal si adattava alla parte, in cui avrei visto meglio una Shelley Winters in là cogli anni.  Il ruolo nel 2001 è fortemente ridotto, ma riesce comunque a differenziarsi nella misura in cui Meredith Baxter dichiara spontaneamente a Poirot di essere un’attrice, vantandosi delle sue parti minori in sceneggiati di scarsissimo livello. Nulla di paragonabile alla grande Linda Arden, certamente. Discreta Barbara Hershey nel 2010, mentre nel 2017 Michelle Pfeiffer la fa diventare una vedova che gira per il mondo in cerca di un marito, e che peraltro riceve delle avances da Cassetti in persona. Anche se bisogna ammettere che in tutti i film questo suo ruolo di “cacciatrice di uomini” viene più o meno lasciato intendere, sebbene nel libro non se ne trovi traccia alcuna e qui le attenzioni della donna vadano più che altro alla figlia e al genero, che dice essere insegnanti in un grande collegio americano a Smirne. Nel 2017 come nel 1974 pare essere stata proprio Linda Arden ad escogitare il delitto, mentre nel 2010 sia questa responsabilità, sia le profferte di Cassetti erano toccate alla Debenham. Nel 2001 come nel libro la responsabilità è genericamente di tutti, anche se qui in un suo discorso la Hubbard ammette che l’idea di accoltellarlo tutti e dodici era stata di Foscarelli, ma che il piano preciso era stato messo a punto dalla Debenham e da MacQueen. Comunque sia, è nello scompartimento della Hubbard che si raccolgono i congiurati per uccidere Ratchett ed è sempre la Hubbard che cerca di catalizzare su di sé l’attenzione in ogni modo, esponendosi più degli altri colla recisa affermazione che l’assassino dopo aver pugnalato Ratchett si sarebbe introdotto in camera sua perdendo per giunta un bottone. Sempre la Hubbard si prende la responsabilità di consegnare a Poirot l’arma del delitto, un pugnale ancora insanguinato che dice di aver ritrovato nel suo astuccio dei trucchi. A dire il vero il più movimentato film del 2017 pensa bene di drammatizzare il tutto facendo infilare il suddetto pugnale dal dottor Arbuthnot – l’unico che avrebbe saputo farlo senza toccare nessun organo o arteria vitale – direttamente nella schiena della signora americana. Pare che oggi sia diventato impossibile disintossicarsi dagli effetti thrilling, che neanche nel più inglese e cerebrale dei gialli ci abbandonano.

Shelley Winters

10) Nello scompartimento numero 2 troviamo la vittima, Samuel Ratchett, alias Cassetti, il cui nome, non specificato dalla Christie, diventa nel 2010 “Lanfranco” e nel 2017 “John”. «Si trattava di un uomo fra i sessanta e i settanta. Visto a qualche distanza aveva l’aspetto gentile di un filantropo. La testa un po’ calva, la fronte arcuata, la bocca sorridente che metteva in mostra una bianchissima fila di denti falsi, tutto sembrava indicare una personalità benevola. Solo gli occhi smentivano questa ipotesi. Erano piccoli, astuti e infossati. E c’era anche dell’altro. Mentre l’uomo, rivolgendosi al compagno [NdA: il suo segretario MacQueen], si guardava intorno, il suo sguardo si fermò un attimo su Poirot e per una frazione di secondo in quello sguardo apparve una strana malevolenza, una tensione innaturale.» Al che Poirot commenta col suo amico Bouc: «Quando mi è passato vicino al ristorante ho avuto una strana sensazione. È stato come se mi fosse passata accanto una belva feroce, un animale selvaggio, ma selvaggio davvero!» Insomma, un uomo solo falsamente civile e rispettabile (ma pur sempre dai metodi spicci e dai modi non molto fini) che nasconde un’anima nera di delitti, senza l’ombra di un pentimento, ma soltanto con una cieca paura di essere trovato e ucciso dalle molte persone cui aveva fatto del male. Impeccabile l’interpretazione di Richard Widmark nel 1974, dove però egli pare essere un mercante d’arte alle prime armi (e tale verrà detto anche nel 2001 e nel 2017, dove si specificherà che anche in questa sua nuova professione l’onestà non era certo la sua prima preoccupazione), mentre prima – ironicamente – si occupava di «alimenti per l’infanzia». In realtà nel libro sembra semplicemente che Ratchett viva di rendita e si diletti a girar per il mondo accompagnato dal suo segretario e dal suo valletto e anche nel 2010 viene solo detto che si tratta di un ricco uomo d’affari. Questa professione di mercante d’arte è stata probabilmente dedotta da Lumet da un passo della testimonianza di MacQueen in cui egli afferma che il suo capo la sera prima l’aveva chiamato nel proprio scompartimento per dargli disposizioni a proposito di alcuni vasi e piastrelle antiche che aveva acquistato in Persia, ma che alla consegna si era accorto non corrispondere a ciò che aveva comprato. Nel 2001 Peter Strauss invece più che un rispettabile viaggiatore ha tutta l’aria del gangster, come lasciano suggerire anche le cicatrici rimarginate di Johnny Depp nel 2017, che interpretano entrambi personaggi molto più volgari e sgradevoli dell’originale. A proposito di cicatrici: nel 2001 il kimono scarlatto con i draghi ricamati viene eliminato, ma al suo posto entra in iscena un biscione tatuato sul petto di Cassetti, rimosso poi chirurgicamente, ma che comunque permette a Poirot (congiuntamente alle cicatrici simmetriche all’estremità di ambo gli occhi dovute ad un intervento per curare la miopia e poter così togliere gli occhiali) di riconoscere in Ratchett il rapitore di Daisy Armstrong – grazie alla cicatrice bianca rimasta sul petto al posto del tatuaggio. Per quanto riguarda la prova di Toby Jones nel 2010, a causa delle sensibili modifiche apportate alla trama, ci troviamo di fronte ad un personaggio anche caratterialmente molto diverso, mentre la fisionomia dell’attore non c’entra comunque nulla con quella originale – ma forse, come vedremo, questa scelta ha un fine ben preciso. Solo nel 2017 si accenna ad un fatto presente nel romanzo: la sera del delitto la missionaria svedese, recandosi nello scompartimento della signora Hubbard per chiederle un’aspirina per l’emicrania, si sarebbe sbagliata e si sarebbe trovata nello scompartimento di Ratchett; costui l’avrebbe però minacciata con una pistola e non invece rimandata via ridacchiando e dicendole che se non fosse stata così vecchia l’avrebbe certo trattenuta, come invece troviamo nel romanzo. Si tratta però di menzogne escogitate per disorientare Poirot. Certamente in nessun film Cassetti è presentato come un personaggio positivo: anche in quello del 2010 (vale a dire quello da cui ne emerge un’immagine complessivamente migliore) oltre a cercare di adescare la Debenham per “divertirsi” durante i lunghi giorni di viaggio, corrompe il controllore per farsi dire – o almeno questo egli spera – tutto quello che sa dei passeggeri della carrozza.

Richard Widmark

11) E per completare la prima classe veniamo a Hercule Poirot, che dopo l’aggancio a Belgrado delle carrozze da Atene e da Bucarest ha ottenuto, in cambio della cuccetta di seconda classe numero 7, lo scompartimento numero 1 dove dormiva il signor Bouc, il quale si è invece spostato nella semivuota carrozza greca (anche se questo cambio viene cassato dal film del 2001). Omino grassoccio, piccolo e buffo, riconoscibilissimo per via dei suoi curatissimi baffi arricciati all’insù e tinti di nero come i capelli – oltre che per la sua testa a forma di uovo –, meticoloso in ogni particolare della sua vita ed inappuntabile nel vestire e nei modi, dagli occhi che s’illuminano di verde come quelli di un gatto quando scopre la soluzione di un mistero, egli invero non è mai stato interpretato in modo pienamente soddisfacente. Senza dubbio l’attenzione prestata da David Suchet ad ogni particolare della sua personalità, il cosiddetto “physique du rôle” e l’ineguagliabile esperienza accumulata nell’interpretare tutti i romanzi ed i racconti che vedono protagonista l’investigatore belga conferiscono al suo Poirot la palma su tutti gli altri. Ma dopotutto – e questo si nota ancor di più negli episodî delle ultime serie – egli gli ha sempre conferito uno spessore umano ben superiore a quello datogli dall’autrice, il che lo rende, pur colle sue bizzarrie, un personaggio fondamentalmente serio. E questo, come vedremo, è evidente nel caso dell’Orient Express. Personaggio ben più leggero era stato il Poirot di Ustinov, che per primo aveva sistematicamente cercato di focalizzarsi sulla personalità dell’investigatore di Spa, ottenendo un buon risultato, ma forse con un pizzico di spavalderia di troppo e un po’ troppo poca eccentricità. L’interpretazione di Branagh, al netto delle riflessioni morali decisamente anacronistiche e fuori luogo e di alcuni atteggiamenti non nel suo stile (vedasi l’episodio del ricciolo di panna del dolce di Ratchett), ha il pregio di rappresentare abbastanza fedelmente la personalità dell’investigatore com’essa ci viene descritta dalla Christie, ma un attore alto e magro come l’irlandese difficilmente potrebbe considerarsi adatto per questa parte. Si noti tra l’altro che solo in questa versione Poirot conosceva Armstrong, tanto che il colonnello, prima che venisse scoperto il cadavere di suo figlio, gli aveva chiesto di indagare sul rapimento; ma l’investigatore non era arrivato in tempo. Inclassificabile il Poirot di Molina, che di fatto non è nulla più di un investigatore generico senza alcuna peculiarità al di là di un comune paio di baffi. Letteralmente orribile invece era stato in questo ruolo Albert Finney. Anzitutto perché all’epoca aveva soltanto 38 anni ed era stato truccato in modo da sembrare più vecchio; ma a maggior ragione perché non era né basso né grasso. E fu così che Finney accettò di sottoporsi a lunghissime ore di trucco e di indossare una grossa imbottitura di gommapiuma che sulla scena lo rende francamente ridicolo. E poi la recitazione: Poirot diventa un uomo cinico, vanesio e sostanzialmente volgare nella voce come nei modi, senza più nulla del suo proverbiale puntiglio, il quale si è convertito in nient’altro che sterile boria e gratuita bizzarria. Un esempio su tutti ne è l’armamentario che mette in campo per la notte: retina per capelli, crema per le mani, guanti e proteggibaffi (neanche fossero i baffi pretesi dalla Christie…). Dalle caustiche allusioni che fa a ciascuno dei passeggeri, sembra che Poirot – non sappiamo di preciso come, forse per telepatia – conosca la soluzione dell’enigma fin dall’inizio e si diverta a giocare con tutti i suoi interlocutori al solo fine di soddisfare il proprio ego. Sono invece sinceramente dispiaciuto che un attore che apparentemente poteva dirsi nato per questo ruolo – a parte forse per la statura un po’ troppo elevata (Poirot secondo la Christie è alto solo 1,62 m) – qual era il comico belga Ronny Coutteure non abbia mai preso in considerazione d’interpretarlo. Ma forse non avrebbe mai accettato: come poteva un tale che si reputava “birrologo” interpretare un investigatore che detesta la birra?

David Suchet nei panni di Poirot
Ronny Coutteure

12) Passando in seconda classe troviamo lo scompartimento colle cuccette 10 e 11 delle signorine Ohlsson e Debenham. Greta Ohlsson è la direttrice svedese di una scuola missionaria vicino a Costantinopoli dove fa da insegnante e da infermiera: «alta, di mezza età [NdA: 49 anni ci verrà poi detto], con una camicetta a scacchi e una gonna di tweed. Aveva una massa di capelli gialli stinti raccolti senza alcuna grazia in un grosso nodo, portava gli occhiali ed aveva un volto lungo, mite e amabile che ricordava una pecora.» L’ex bambinaia di casa Armstrong è in realtà un personaggio secondario: una mite e pia zitella dalla lagrima facile che però nel romanzo non parla quasi mai di religione. Invece in tutti i film in cui compare (cioè in tutti tranne quello del 2001) si trasforma in una donna che non riesce a trattenersi dal nominare Dio ogni cinque minuti, una donna in cui la religione è diventata un’ossessione, un rifugio per superare un trauma. L’interpretazione riduttiva del fenomeno religioso come mera scappatoia consolatoria è ciò che giustifica le caratteristiche di questo personaggio, che in tale versione rivisitata nasce già nel film del 1974 (per poi essere ripreso negli altri due, sebbene nel 2010 l’esito sia piuttosto diverso), dove una meravigliosa Ingrid Bergman, ormai quasi sessantenne, dà durante l’interrogatorio una mirabile prova attoriale, recitando però una parte che non ha pressoché nessun addentellato col libro. E diventa così una donna ritardata che non sa parlare bene inglese ed insegna in una missione africana a bambini più ritardati di lei. Da piccola avrebbe avuto una visione di Gesù in mezzo ai bambini che l’avrebbe spinta alla conversione religiosa. A parte che l’ignoranza linguistica della signorina Ohlsson nel libro si limita al solo inglese, tanto che l’interrogatorio si svolge in francese, lingua che invece ella parla fluentemente, il personaggio originale non ha avuta alcuna visione. Si noti anche che in questa pellicola la Ohlsson è l’unico tra i congiurati ad esser riluttante nell’uccidere Cassetti: lo pugnala piangendo ed invocando il perdono di Dio su tutti loro. Forse, più che la pur bravissima Bergman, avrei visto meglio in quel ruolo un’altra importante attrice svedese quale Liv Ullmann, sempre sulla cinquantina. Nel film del 2010 si mette in rilievo l’appartenenza della Ohlsson – stavolta impersonata da una decisamente troppo giovane attrice canadese, Marie-Josée Croze – alla confessione luterana: ella è anzi convintamente anticattolica, giacché i preti cattolici illuderebbero i fedeli promettendo loro il perdono di Dio attraverso il Sacramento della Penitenza; ma a suo dire ci sono certi delitti che non possono essere perdonati. Non c’è più nulla di patologico nella sua personalità, ma rimangono la visione di Gesù e lo zelo missionario della donna; che stavolta non è più fragile e spaventata, ma pienamente convinta, nel suo delirio eretizzante, di essere chiamata da Dio ad essere strumento della sua giustizia. Nel 2017 la bambinaia diventa spagnola – e dunque presumibilmente cattolica – e prende il nome di Pilar Estravados, donna perennemente assorta nel suo dolore ed assillata dal rimorso di quella distrazione che costò la vita alla piccola Daisy. Se non avesse bevuto quel bicchiere di troppo, forse non si sarebbe addormentata… e da allora il suo sonno è così leggero che si sveglia al minimo rumore. Ella dice di essere in debito con Dio e d’avere presa per questo motivo la via della missione. Ma il conforto che allora cercò nella religione né la spinge alla psicosi come la Ohlsson del ’74, né d’altra parte le fa ritenere immorale la vendetta su Cassetti, se è vero che ella definisce la propria coscienza “sepolta con Daisy”. Insomma, da questo come dal film di Lumet la religione non ne esce certamente con un’immagine degna del Cattolicesimo romano. Tra una cosa e l’altra si trova anche il tempo di negare la Provvidenza divina: durante il suo interrogatorio con Poirot nel film del 2017, dopo che la Estravados ha ammesso di avere un sonno molto leggero perché «sono stata sorpresa una volta, poi mai più», le viene chiesto perché le sue mani siano coperte di calli come quelle di un pugile: «Svolgo il mio compito in città pericolose, in cui non posso farmi dominare dalla paura. Sono allenata a combattere.» «Perché non crede più al suo Dio, dopo quella sorpresa?» la incalza l’investigatore. «No. Nel caso fosse occupato» gli risponde. «Dio è sempre occupato…» chiosa laconico il Poirot di Branagh.

Liv Ullmann

13) La signorina Mary Debenham è invece una donna inglese «alta, snella e bruna» che «doveva essere sui ventott’anni. L’aria di fredda efficienza nel suo modo di mangiare e di chiamare il cameriere perché le portasse altro caffè testimoniava una profonda conoscenza del mondo e dei viaggi. Indossava un abito da viaggio scuro di una stoffa leggera molto adatta all’atmosfera surriscaldata del treno.» Questa donna dagli occhi grigi ed inespressivi è la tipica inglese fredda ed imperturbabile, ed era altresì stata l’istitutrice della piccola Daisy, salvo poi andare a lavorare a Baghdad, dove conobbe il colonnello Arbuthnot e se ne innamorò. Proprio per via di questo suo carattere coriaceo, Poirot la tratta diversamente da tutti gli altri indagati: attraverso parole provocatorie cerca di scatenare in lei una reazione emotiva per iscoprire una maglia rotta nella sua rete di menzogne. E la trova proprio in una sua mancata reazione emotiva. Come mai sul Taurus Express era terrorizzata dall’idea di un piccolo ritardo mentre ora bloccata dalla neve, senza telegrafo e con un assassino a bordo del treno è perfettamente calma? L’interpretazione di questo personaggio nel 1974 è stata affidata a Vanessa Redgrave, e si tratta di una trasposizione abbastanza vicina al romanzo (anche se qui la Debenham ammette subito con Poirot di amare Arbuthnot). Questo ruolo diventa invece centrale nel film del 2010, dove Jessica Chastain deve prestare il suo volto alla principale interlocutrice di Poirot, nonché all’organizzatrice del complotto per uccidere Cassetti. Una particolarità: in questa pellicola ella ha un braccio paralizzato a causa delle percosse subite dai rapitori della piccola Daisy Armstrong. Non capisco però come nell’uno come nell’altro film la ragazza abbia i capelli rossi e non bruni, che invece giustamente ha nelle altre due pellicole. Anche nel 2017 una ben poco inglese Mary Debenham è l’interlocutrice privilegiata di Poirot, ma qui forse più una confidente che una controparte. Egli confessa che la sua compagnia gli piace, ed ella lo trova simpatico. Ma si tratta di un personaggio lontanissimo dalla Mary del romanzo: questa è una maestrina piena di dubbî che insegna bene la Geografia ai suoi alunni perché non vuole che si perdano nel grande mondo crudele, ed altre baggianate del genere… (tra l’altro la sua preparazione sulle capitali permetterà a Poirot di scoprire che la Contessa Andrenyi era stata a lezione da lei, il che ovviamente è stato inventato ab ovo dal regista). Insomma, la Debenham, alias Daisy Ridley, diventa lo specchio del pubblico postmoderno cui Branagh si rivolge: pieno di dubbî ed insicurezze ma fermamente deciso ad abbatter quello che egli crede esser nient’altro che stupidi pregiudizî. Sinceramente, avremmo preferito la coriacea Mary tinteggiata dalla Christie, che nonostante lo stravolgimento dell’ambientazione troviamo anche nel film del 2001. Anzi, forse la miglior Mary Debenham è stata proprio Natasha Wightman, perfettamente corrispondente tanto fisicamente quanto nella recitazione al personaggio che troviamo nel romanzo. A parte, certo, per la professione della signorina, che qui lavora per un’associazione umanitaria a sostegno dei bambini poveri di Baghdad.

Natasha Wightman

14) Nello scompartimento successivo troviamo il numero 8 occupato dalla cameriera tedesca della Principessa Dragomiroff, Hildegarde Schmidt. Curioso che il 9 sia rimasto libero. È forse una svista dell’autrice? O dobbiamo pensare che anche questo posto fosse stato prenotato sotto falso nome? Ammesso che sia così, non ne potremmo comunque trovare il minimo accenno nel romanzo. Comunque sia, colei che dorme nella cuccetta numero 8 è «una donna vestita di nero, dal volto largo e inespressivo», o meglio un «volto largo e simpatico che conservava la sua espressione di placida stupidità»: «una donna tranquilla, molto rispettabile, non tanto intelligente.» Successivamente verremo a sapere che anche la sua costituzione fisica è quantomeno “robusta”. Dunque non credo possano ben attagliarsi a questo personaggio le varie attrici magre che vi si sono succedute: l’inquietante e aggressiva Rachel Roberts del 1974 (che per giunta il giorno dopo il delitto è vestita – direi solo per consolidar lo stereotipo della brutalità dei tedeschi – in abiti maschili), l’impacciata Susanne Lothar del 2010 (unica attrice veramente tedesca ad interpretar questa parte) ed infine Olivia Colman nel 2017. In questo ruolo io m’immaginerei invece un donnone bavarese quale la Marianne Sägebrecht di trent’anni fa. Anche la cameriera cerca di disorientare Poirot facendogli credere d’aver incrociato l’assassino che fuggiva in kimono scarlatto e cuffia da notte, ma, messa in difficoltà da Poirot, si ritrova ad ammettere di essere una buona cuoca – la cuoca di casa Armstrong intuisce l’investigatore. Se nel libro come negli altri film il merito di quest’intuizione va tutto alla sua passione culinaria, nel 2010 Poirot lo capisce dalle istruzioni un po’ troppo dettagliate che ella aveva date al cameriere del vagone ristorante per la cena della propria padrona. Memorabile è la scena del 1974 in cui, mentre la Schmidt legge la Mignon di Goethe ad una padrona praticamente catalettica, la telecamera fa un’ampia carrellata sui molti ritratti, le polverose medaglie e le ricche suppellettili provenienti dal vecchio Impero russo che la nostalgica Principessa vuole sempre con sé e sempre in bella mostra, anche nel suo scompartimento. Una scena tanto riuscita che la lettura di Goethe viene ripresa anche nel film del 2010.

Marianne Sägebrecht

15) Lo scompartimento successivo è quello in cui Poirot aveva dormito la prima notte, in compagnia di Hector W. MacQueen, segretario di Ratchett, che dorme nella cuccetta numero 6. Si tratta di «un uomo sulla trentina di aspetto simpatico, palesemente americano.» Egli s’affretta fin da subito a mostrare a Poirot le lettere minatorie (che Poirot si accorgere essere composte ciascuna da almeno tre mani diverse, che nel film del 1974 diventano 12, esattamente quanti i colpevoli) e a chiarire che, più che da segretario, egli faceva da interprete a Ratchett, il quale non conosceva nessuna lingua. Evidentemente vuol far capire a Poirot che quel grido lanciato a mezzanotte e trentasette dallo scompartimento del morto doveva essere dell’assassino, che dunque doveva aver agito prima dell’orario segnato dall’orologio, l’una e un quarto; e infatti per mezzanotte e mezzo tutti i passeggeri della carrozza hanno un alibi. Ma Poirot capisce che questo machiavellico stratagemma è stato architettato a bella posta dal colpevole, che dunque più probabilmente – e la conclusione si rivelerà esatta – avrà agito dopo l’una e un quarto e non prima. Nella fattispecie l’alibi di MacQueen sono le chiacchiere con il colonnello Arbuthnot, protratte fino a poco prima delle due. Tra l’altro la breve citazione del piano quinquennale di Stalin di cui abbiamo già parlato viene sviluppata da Branagh in un colloquio sulla politica internazionale in cui ciascuno dei due litiganti sostiene di aver fatto cambiare all’altro le sue stupide idee sul dittatore sovietico. E dal momento che a dirlo è prima l’alcolizzato razzista liberista americano e poi l’apparentemente integerrimo medico negro (dunque l’ascoltatore immediatamente pensa ad una persona discriminata, uno dei cosiddetti “ultimi” della società, che i bolscevichi si piccavano di difendere) ciò che viene fatto intuire è che MacQueen criticava il Comunismo, mentre Arbuthnot – a buon diritto, o almeno così pare – lo difendeva. Ma MacQueen è davvero un alcolizzato? Nel film del 2017 sul personaggio interpretato dal corpulento Josh Gad è stata traslata la passione per i superalcolici (comunissima invero tra gli americani) di Hardman, che però in questa pellicola è troppo occupato a fare il nazista per essere anche un bevitore. E proprio l’alcolismo vorrebbe significare la cicatrice lasciata dal caso Armstrong su questa persona, il figlio del procuratore distrettuale che si occupò della pubblica accusa e che fece ricadere i sospetti sulla fantesca francese, salvo poi cadere in disgrazia dopo la scoperta del vero colpevole, Cassetti. Invece nel film del 2010 Cassetti era riuscito a salvarsi grazie alla sua famiglia mafiosa che minacciò il procuratore MacQueen di uccidere suo figlio, il giovane Hector – che qui pare in verità ben poco simpatico e anzi piuttosto scontroso. In realtà nel libro non si parla di alcuno sfacelo economico, mentre, oltre all’evidente volontà di giustizia, si fa un breve cenno alla fascinazione del segretario per la signora MacQueen, conosciuta evidentemente durante il processo. Egli «adorava» Sonia, «una donna incantevole, così dolce e disperata». Lumet ha puntualmente afferrato questo appiglio per attribuire al suo isterico MacQueen, interpretato da Anthony Perkins (e sfido chiunque a vedere un giovanotto simpatico e rassicurante nel maniaco omicida di Psycho) un complesso edipico in cui il posto della madre morta sarebbe stato preso da «mamma Armstrong», che nonostante il suo dolore si era presa – ella, figlia della grande Linda Arden – l’impegno di mettere una buona parola per il giovane Hector, che avrebbe voluto fare l’attore. Invece nel 2001 MacQueen diventa l’amante della defunta signora Armstrong, conosciuta mentre lavorava in un museo – già, perché in questo film MacQueen è un giovane laureato in Archeologia che serviva ad Armstrong come consigliere per gli acquisti di oggetti antichi. Ma nonostante questa deformazione, rimane proprio Adam James, il MacQueen del 2001, l’interprete che più rispetta sia fisicamente sia nella recitazione le caratteristiche autentiche del personaggio. Un particolare presente solo nel film del 2017, chiaramente introdotto per inserire un po’ d’azione, è il tentativo da parte di MacQueen di distruggere i libri mastri di Ratchett, da cui sarebbe emersa la disonesta gestione dei conti della vittima da parte del segretario; il che non contribuisce a renderlo sospetto, giacché ha un alibi apparentemente di ferro, ma consente comunque di mettere in iscena un’affannoso inseguimento sulle travature di un ponte ferroviario. Ciò che veramente MacQueen si era premurato di distruggere era invece la lettera minatoria, quella vera, con cui Ratchett era stato avvertito che avrebbe pagato per la morte di Daisy Armstrong. Ma i resti carbonizzati della lettera vengono letti da Poirot con un fornelletto e due retine da cappelliera (ingegnoso stratagemma presente in tutte le trasposizioni, salvo quella del 2001, ove la lettera è sostituita da una videocassetta semidistrutta da Ratchett stesso nell’impeto della sua ira, esattamente come le lettere minatorie erano divenute telefonate). Tuttavia con una sua mezza frase di troppo, Poirot capisce che egli credeva che quella lettera fosse stata bruciata. E chi altri poteva saperlo se non colui cui era toccata l’incombenza?

Adam James

16) Nell’ultimo scompartimento troviamo alle cuccette 4 e 5 rispettivamente i signori Masterman e Foscarelli. Il signor Edward Henry Masterman è il tipico valletto inglese, «dall’aria ordinata e frugale», che da nove mesi lavorava per il defunto signor Ratchett. Egli però nasconde un passato da aiutante di campo del colonnello Armstrong e successivamente suo maggiordomo in America. Personaggio assolutamente inespressivo, ma il cui gelido sguardo è sufficiente ad esprimere lo sdegno per la disdicevole barbara condotta di coloro che nel vagone ristorante condividono il suo tavolo, vale a dire il suo compagno di stanza Foscarelli e l’americano Hardman, che – non ci è dato sapere donde siano stati tratti questi nomi – informalmente si rivolgono l’uno all’altro come “Gino” e “Dick”. Nonostante ciò, proprio al suo compagno di stanza egli fornisce un tenacissimo alibi, in quanto afferma che a causa di un mal di denti non è riuscito a dormire fino alle quattro di notte e per questo può testimoniare che, mentre egli leggeva Prigioniera d’amore, romanzo della signora Arabella Richardson, quel rumoroso italiano non avrebbe mai lasciato lo scompartimento. Questo mal di denti nel film del 2017, ove il ruolo è andato a Derek Jacobi, si trasforma in un cancro allo stomaco: e la consapevolezza della prossima morte fornirebbe a Masterman un’occasione per dire tutto ciò che pensa, senza peritarsi di rispondere in modo inelegante al suo principale. Il che è agli antipodi dalla personalità originale del valletto, ma fornisce a Branagh il destro per costruire un altro “commovente” quadretto esistenziale. Nel 2001 il personaggio manca, mentre nel 2010 Hugh Bonneville intepreta un maggiordomo certo austero, ma sostanzialmente cordiale con gli altri passeggeri, e specialmente col colonnello Arbuthnot, che in tale versione aveva avuto modo di conoscere durante la sua militanza nell’esercito. Meravigliosa è invece l’interpretazione del 1974 del grande John Gielgud (eccellente attore al di là dei suoi vizî privati, peraltro curiosamente condivisi dal suo epigono Derek Jacobi), che però è decisamente troppo vecchio e troppo alto per il ruolo di Mr. Beddoes, nome qui sostituito a Masterman – forse perché meglio s’attaglia allo stereotipo del maggiordomo inglese. La bassa statura del trentanovenne valletto del libro è invece tutt’altro che secondaria, dal momento che in questo modo egli diviene uno dei sospetti alter ego del basso controllore dalla voce acuta; ma a questo inconveniente si è ovunque posto rimedio eliminando tali provvisorie congetture di Poirot. Un attore che invece avrebbe le caratteristiche fisiche adeguate per interpretare Masterman sarebbe, a mio modesto avviso, Tom Hollander.

Tom Hollander

17) E infine Antonio Foscarelli, italiano emigrato in America, dove ha trovato un remunerativo lavoro come rappresentante di automobili per la Ford, ma non prima di essere stato l’autista della famiglia Armstrong ed aver avuto modo di affezionarsi alla piccola Daisy: è un omone estroverso dal sorridente volto «abbronzato e solare», che non tace un minuto, gesticola e usa gli stuzzicadenti a tavola (e non alla toilette, come vorrebbe il galateo) e per questo desta la riprovazione dell’impeccabile Masterman. Tale personaggio, che richiederebbe un attore sulla falsariga di Bud Spencer, non ha mai ricevuto un’interpretazione adeguata: quella di Denis Quilley nel 1974 è quella che vi si avvicina di più per via del sorriso smagliante continuamente esibito, ma non certo per la loquacità né per la costituzione fisica; il Foscarelli del 2010, Joseph Mawle, è ancora più slanciato e per nulla cordiale (e minaccia anzi Poirot, preoccupato dei sospetti che gravano su di lui), oltre ad essere proprietario di tre autosaloni e non rappresentante di automobili. Ma è negli altri due film che arriviamo all’assurdo: nel 2001 Foscarelli è il colorito personal trainer della famiglia Armstrong, che aveva avuto notizia del rapimento Armstrong perché allora – così dice – era a Disneyland colla sua famiglia; e che dopo il fattaccio ha fatto fortuna grazie ad una sua invenzione, Abliminator, un attrezzo grazie al quale «Lei, signor Poirot, con cinquanta minuti di esercizî al giorno per due mesi potrà avere addominali come quelli di Brad Pitt in Fight Club», attrezzo che evidentemente Foscarelli si cura di pubblicizzare tramite televendita. Ed in questo caso è Foscarelli a fornire un alibi ai due inglesi e a MacQueen, intrattenendoli nel proprio scompartimento colla sua invenzione – e con abbondanti bevute – fino alle due di notte. Curioso sentirlo parlare in un inglese tanto improbabile, dal momento che nel libro l’interrogatorio con Poirot avviene in francese, lingua che parla correntemente. A dire il vero, se si seguissero le indicazioni del libro, fatta eccezione per il colloquio in tedesco tra Poirot e la cameriera della principessa Dragomiroff, pressappoco la metà dei dialoghi dovrebbero essere in inglese e l’altra metà in francese, idioma che all’epoca ancor contendeva all’albionico il trono di lingua franca internazionale. Ed infine nel 2017 l’autista italiano diventa messicano e prende il nome di Beniamino Marquez, forse per il semplice motivo che quello contro i messicani è un razzismo più à la page di quello contro gli italiani. D’altronde almeno in questo caso Branagh non ha inventato tutto facendo dire al signor Bouc che probabilmente senza Poirot la colpa sarebbe ricaduta su Marquez (o forse sullo scuro dottor Arbuthnot), a solo motivo della sua nazionalità: peccato che nel romanzo sia proprio il signor Bouc a ripetere allo sfinimento che il colpevole dev’essere Foscarelli solo perché è italiano come Cassetti e perché il coltello è “stile italiano”. Effettivamente Bouc non aveva tutti i torti, se è vero che l’idea di pugnalare Ratchett era venuta da Foscarelli.

Bud Spencer (il primo a sinistra)

Prima parte: https://www.radiospada.org/2020/03/assassinio-sullorient-express-una-comparazione-estetico-morale-prima-parte/?fbclid=IwAR0YqAVkRBXcI1g73LANLdxMEb1-x_jvH2JRWUoVZ8Efl7G6hURcqv1Yc5A

Lascia un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.