Assassinio sull’Orient Express: una comparazione estetico-morale (terza e ultima parte)

A cura di Mattia Spaggiari: la prima puntata è stata pubblicata il 31 marzo 2020 e la seconda il 1° aprile 2020

Senza dubbio questa vicenda sarebbe stata un’ottima occasione per fare una riflessione morale sulla giustizia e sulle responsabilità di chi giudica e di chi è giudicato. Cassetti era sicuramente colpevole, ma un regolare processo, seppur falsato da corruzione, lo aveva assolto. In tal caso è legittimo eseguir la sentenza privatamente per vie non legali? E quale pena si merita chi la esegue? E tutti coloro che volentieri avrebbero linciato Cassetti a furor di popolo, ma non sono riusciti a farlo? Costoro sono meno colpevoli di chi veramente l’ha ucciso?

Ma come tutti i romanzi della Christie, pur non privi di una talora significativa componente umana, anche questo vuole essenzialmente essere un rompicapo senza particolari pretese speculative; un rompicapo brillantemente risolto dallo spirito d’osservazione e dall’acume del geniale investigatore belga. Ora, Poirot non si può certo definire un personaggio amorale, come emerge chiaramente da alcuni altri romanzi; ma se è vero che, al di là della sua puntigliosa eccentricità, ciò che lo distingue dai numerosi altri epigoni di Sherlock Holmes che si sono succeduti nei decennî e – direi anzi – ciò che lo fa andare oltre il semplice “ordine e metodo” è proprio la capacità di riconoscere quanto si annida nelle pieghe della mente e del cuore umano finanche dal minimo indizio, bisogna comunque ammettere che in un caso moralmente impegnativo come questo egli non si pone mai questioni etiche, ma si preoccupa soltanto di trovare la soluzione del rebus, come se per lui non si trattasse che di un lieto passatempo. «In verità la questione mi incuriosisce. Neppure mezz’ora fa pensavo a quante ore di noia ci aspettano mentre siamo bloccati qui. E adesso mi ritrovo un enigma a portata di mano.» Ma soprattutto è significativa la conclusione del romanzo, quando come al solito Poirot comunica teatralmente la soluzione – anzi, in questo caso le soluzioni – davanti suo pubblico. Premettendo subito che la scelta tra le due soluzioni sarebbe comunque spettata al direttore della compagnia e al dottore, egli procede anzitutto ad esporre la falsa ricostruzione, incolpando un fantomatico controllore basso, scuro e colla voce acuta che sarebbe stato visto a bordo da alcuni passeggeri e riuscendo con un vero gioco di prestigio a far quadrare tutta una serie di particolari cui i congiurati stessi non avevano pensato nell’inventarsi il personaggio; e poi passa alla vera soluzione, non prima d’aver ricordato a tutti di tenere a mente la prima, che forse, pur giudicata inaccettabile dal dottor Constantine e quantomeno riduttiva dal signor Bouc, alla fine avrebbe potuto prevalere. Una volta venuta a galla la scomoda verità e riconosciuta la colpevolezza di tutti i passeggeri della carrozza, nel silenzio generale prende la parola la signora Hubbard: «‘Adesso sa ogni cosa Monsieur Poirot. Che cosa intende fare? Se tutto deve essere svelato, non potrebbe dare la colpa a me, soltanto a me? Avrei pugnalato volentieri dodici volte quell’uomo. Non solo perché era il responsabile della morte di mia figlia e della sua bambina, e di quell’altro figlio che adesso potrebbe essere vivo e felice. C’erano stati altri bambini prima di Daisy, avrebbero potuto essercene altri in futuro. La società lo aveva condannato; noi eseguivamo la sentenza. Ma è inutile trascinare gli altri in questa storia. Tutte queste persone buone e fedeli, il povero Michel, Mary e il colonnello Arbuthnot che si amano…’ La sua voce era meravigliosa mentre riecheggiava in quello spazio affollato: la voce profonda, commovente e piena di pathos che aveva fatto fremere più di un uditorio a New York. Poirot guardò l’amico: ‘Lei è un direttore della compagnia, Monsieur Bouc. Che cosa ne dice?’ Monsieur Bouc si schiarì la voce: ‘A mio parere, Monsieur Poirot, la prima soluzione da lei proposta è quella giusta, decisamente. Propongo di offrire questa soluzione alla polizia iugoslava quando arriverà. È d’accordo, dottore?’ ‘Senza dubbio’ disse il dottor Constantine. ‘Quanto al referto medico, penso di avere pronte un paio di fantastiche ipotesi…’ ‘A questo punto,’ dichiarò Poirot ‘avendovi fornito la mia soluzione, ho l’onore di abbandonare il caso…’» Insomma, da un lato Poirot – che pure in precedenza era stato concorde col suo amico nel non dispiacersi certamente della morte di quell’animale di Cassetti –  se ne lava le mani e delega la soluzione altrui senza dare giudizî morali; il direttore della Compagnia non vuole guai e per giunta si lascia convincere dalle parole della signora Hubbard che, senza minimamente mettere in discussione la legittimità del delitto, fa appello al buon cuore degli astanti. E così tutti si ritrovano complici di una “congiura del silenzio”, che viene sostenuta da ognuno senza troppi patemi d’animo. Dopotutto alla Christie interessava il rompicapo, e non voleva dar lezioni etiche a nessuno.

Albert Finney nel film del 1974

Il film del 1974 non fa certamente incrementare il tasso di moralità della vicenda: Poirot da fine conoscitore della natura umana si trasforma in una sorta di psichiatra intento a diagnosticare i complessi dei passeggeri. È questo il motivo per cui le personalità degli indagati vengono spesso fortemente caricate se non del tutto alterate. Ci troviamo davanti ad una mirabolante rassegna di caratteri degna di Teofrasto, in cui anzi il Teofrasto di turno è proprio Poirot, che con estrema facilità trae dalle deposizioni dei passeggeri l’inchiostro con cui scrivere il suo trattato. E terminato il proprio compito para-accademico, riconosce di non sapere quale delle due soluzioni scegliere. «Un mostruoso assassino ucciso a sua volta in modo brutale, ma anche… sì, meritatamente. Ma in quale dei due modi che ho ipotizzato? Nel modo più ovvio del sicario mafioso travestito da conduttore dei vagoni letto? o nel modo più complesso che ho avuto l’onore di illustrarvi? Il che lascia il campo a molte domande e può provocare… (rivolgendosi al signor Bianchi) un grave scandalo. Signor Bianchi, come direttore della Compagnia, sarà Lei a scegliere quale soluzione offriremo alla polizia di Brod, perché io – lo confesso – sono perplesso. Anche se credo che la polizia di Brod offrirebbe la semplicità della prima soluzione…» Al che l’anziano direttore, dopo aver riflettuto, lentamente replica: «Abbiamo un’uniforme da mostrare alla polizia, ed in quell’uniforme dev’esserci ben stato un uomo. Di conseguenza, scelgo la prima soluzione». Segue un’esplosione di gioia comprensiva di abbracci tra i congiurati, finalmente liberi dalla scure della legge. E dopo che Poirot si è ritirato dalla carrozza bar, dicendo a Bianchi: «Caro amico, ora devo andare a combattere col rapporto per la polizia… e con la mia coscienza», i passeggeri procedono ad un brindisi collettivo, andando uno alla volta a congratularsi con la signora Hubbard e sua figlia Helena per il successo dei loro piani di vendetta, mentre il binario viene liberato dalla neve sulle trionfali note degli ottoni: ora che giustizia è fatta, la vita può continuare. Difficilmente si sarebbe potuta trovare una conclusione più meschina per questo giallo: Lumet è riuscito in tal modo a riunire in pochi istanti la ferina soddisfazione per la vendetta, l’opportunismo di un direttore che non vuole guai e la connivente posposizione del giudizio morale (chiamato in causa dal liminare accenno alla “coscienza” di Poirot) alla convenienza degli astanti. Il tutto con sovrana e spensierata nonchalance.

Alfred Molina nel film del 2001

Il film del 2001 nell’intento di aggiornare la vicenda, inevitabilmente la stravolge; e avendo per giunta un limite massimo di un’ora e mezza, a causa dei tempi televisivi, fa la sciagurata scelta di ridurre a nove il numero dei colpevoli. La stessa scelta è stata fatta peraltro anche da Kurt Ludwig nella sua trasposizione teatrale, dove gli assassini sono otto ed altrettante diventano le ferite inferte al cadavere, sacrificando il parallelismo col numero dei giurati in una giuria inglese; invece Schenkel ha optato per nove ferite (inferte stavolta da un vezzosissimo pugnale a lama ricurva), anche se nella scena dell’omicidio se ne contano dieci (Helena von Strauss s’avvicina a Ratchett, ma non ha il coraggio di pugnalarlo, mentre sia Michel sia la signora Hubbard lo pugnalano due volte). Questi stupidi tentativi di aggiornamento, ben che vada, riescono a sortire nient’altro che qualche pietoso sorriso; anche perché in questo caso – ma purtroppo non solo in questo – la tecnologia dell’epoca, sbandierata con orgoglio, è divenuta oggi a sua volta obsoleta. Qui Poirot dovrebbe prendere un aereo per tornare in Inghilterra, ma il signor Bouc gli offre un viaggio sul suo treno, che ormai è diventato una costosa esperienza da turisti più che un necessario collegamento intercontinentale. Da segnalare anche che a bloccare il convoglio stavolta non è la neve, che mal si sarebbe adattata all’atmosfera esotica e vagamente – non si sa perché – latino-americana della pellicola, ma una frana che fa crollare alcuni massi sui binarî. Ed è l’assenza d’impronte non nella neve, ma nel fango intorno ai suddetti binarî a suggerire a Poirot che l’assassino dev’essere ancora a bordo. E per quanto riguarda l’atteggiamento dell’investigatore davanti al problema morale della soluzione, basti citare alcune sue parole: «Samuel Ratchett, l’uomo la cui morte apparentemente non causa rimorsi a nessuno, ma il cui omicidio la notte scorsa ha portato sul treno la più grande confusione: chi ha ucciso questo sgradevole uomo?» E dopo che entrambe le soluzioni sono state esposte, la signorina Debenham, rivolgendosi agli altri passeggeri, commenta: «Bene, suppongo che vi convenga fare i bagagli. Saremo presto a Belgrado ed il signor Poirot spiegherà questa faccenda alla polizia.» «Sì, ha ragione, signorina Debenham. Ma…non so quale storia raccontare loro. La sequenza di eventi che vi ho narrato prima mi sembra così inverosimile da essere incredibile. Che ne pensa Bouc? A quale crederebbe Lei? Che la morte di Ratchett sia stata opera di un complotto internazionale di programmatori informatici, raffinate signore e preparatori atletici, oppure l’opera di un solo misterioso assassino?» Al che Monsieur Bouc: «Io penso che la Giustizia sia già stata servita, amico mio.» «Lo penso anch’io.» Ora, se anche l’obiettivo di questo film non era certamente rompersi il capo su questioni morali, quanto piuttosto fornire una versione nuova e divertente di un classico della letteratura poliziesca, l’idea che ne esce è che in fondo uccidere Ratchett – «l’immagine stessa del Male» – in questo modo sia stata cosa buona e giusta. Comunque sia, una volta giunti a Belgrado, a prendere il posto del cadavere sulla carrozza per Calais è una charmante Vera Rossakoff che ha pensato bene di raggiunger Poirot direttamente da Istanbul per passare qualche giorno d’intimità con lui a bordo del lussuoso Orient Express. E noi li lasceremo alle loro occupazioni, a quanto pare molto più importanti dei nostri complessi e forse inusitati ragionamenti.

Kenneth Branagh nel film del 2017

Salto momentaneamente il film del 2010 per dare la precedenza a quello del 2017, dove Kenneth Branagh, da attore shakespeariano qual è, ha cercato di andare oltre il mero divertimento, dando un’interpretazione morale alla vicenda. Ora, l’attore e regista irlandese (di Belfast però) si dice genericamente cristiano, ma non ha in gran simpatia le religioni “organizzate” – vale a dire quelle positive – non andando molto oltre un vago senso religioso. Nella sua pellicola Poirot diventa un personaggio ossessionato dalla perfezione, che non riesce a distoglier la sua mente dall’ideale e dall’equilibrio; e per questo tutto ciò che è fuori posto gli salta subito al’occhio in quanto imperdonabile disarmonia. Valgano l’esempio delle due uova di uguale grandezza a colazione (esempio effettivamente tratto dai romanzi della Christie) e della “necessità”, una volta calpestatala coll’una, di calpestare una deiezione equina anche coll’altra scarpa. «Vede, io ho il vantaggio di…riesco a vedere il mondo solamente come dovrebbe essere; e quando non lo è, l’imperfezione risalta come…il naso in mezzo alla faccia. Questo rende il più della vita insopportabile, però si rivela utile nell’indagine su un crimine.» «Ma è come se vedesse nei loro cuori e scoprisse la loro vera natura» gli risponde un capitano dell’esercito inglese di stanza a Gerusalemme. «Qualunque cosa possa dire la gente – replica Poirot – esiste solo giusto e sbagliato: non c’è una via di mezzo.» Il che agli occhi di Branagh vuol dire che nella vita non c’è spazio per la compassione, ma solo per la fredda disumana ragione, che con la sua gabbia del giusto e dello sbagliato soffoca la nostra vita. Come si sarà intuito, la nostra avventura incomincia in questo caso proprio a Gerusalemme, dove, davanti al Muro del Pianto, Poirot è chiamato a risolvere il caso del furto di una preziosa reliquia: i tre sospettati sono un Prete cattolico, un rabbino e un imam, ma in realtà il colpevole è l’ufficiale di polizia che aveva chiesto a Poirot di indagare. E questo già ci anticipa la sua idea di fondo: la vera colpa non istarebbe dalla parte della religione – che per Branagh vorrebbe poi dire dalla parte del banale “sentimento religioso”, quindi sostanzialmente di un non meglio specificato “amore”, tanto è vero che i tre monoteismi storici vengono messi esattamente sullo stesso piano –  bensì della giustizia umana, di quella bilancia i cui due piatti per l’investigatore belga (almeno inizialmente) devono sempre necessariamente essere pari. E forse il Muro del Pianto vuole proprio significare la distruzione dell’amore (che in questo caso sarebbe il Giudaismo!) per colpa del potere politico e dunque più in generale delle pretese di giustizia umane. Ma del terribile omicidio su cui si troverà ad indagare a bordo del treno egli non riuscirà a venire a capo con i suoi metodi, e chiederà allora aiuto al ritratto di un suo amore giovanile, una certa Catherine. In un caso in cui il vero colpevole sembra essere la vittima (che si fa di tutto per rendere ancor più detestabile che negli altri film) ed i colpevoli i giusti, il consueto meccanismo di assegnazione di una pena al corrispondente delitto non sembrerebbe essere applicabile, la bilancia della giustizia non può trovare il suo equilibrio, e Poirot è costretto ad andare oltre i mezzi della ragione facendo ricorso all’amore. E propria dell’amore sarebbe la capacità di accettare la disarmonia, di convivervi nella consapevolezza dell’impossibilità di una risoluzione armonica. Questo Poirot – invero molto postmoderno – ci palesa le sue conclusioni durante la scena in cui rivela la soluzione ai passeggeri della carrozza per Calais. Curiosamente non siamo a bordo treno, ma all’imbocco di una galleria. L’effetto “gabbia” è stato sacrificato da Branagh proprio per arrivare a questa scena in cui Poirot col treno alle spalle ed una pistola in mano si rivolge agli indiziati, tutti colpevoli, seduti davanti alla galleria. La mente dell’investigatore sarebbe come un treno che, al pari del cosiddetto “progresso umano” dell’epoca del Positivismo, partito col più grande entusiasmo degli astanti (peraltro ingiustificato, dal momento che l’Orient Express partiva ogni giorno da Costantinopoli), avanza cieco e imperturbabile e in condizioni normali non avrebbe difficoltà a travolgere nell’impeto della sua stringente logica – e far con ciò condannare – tutti quei criminali; ma ora il treno è bloccato in mezzo alla neve e nulla pare più funzionare: quelli non sono criminali, ma “brave persone” che cercavano giustizia, con cui è necessario cercare di immedesimarsi. «Noi incontriamo tutti i giorni persone dannose per la società, ma non le uccidiamo», e dunque – di questo Poirot è consapevole fin dall’inizio – per arrivare ad uccidere serve una «spaccatura nell’anima umana», un trauma tanto profondo da sconvolgere il nostro essere. Proprio per questo Branagh ha scelto di forzare le personalità dei passeggeri ottenendo altrettanti casi umani: per mostrare la profondità e la quantità delle ferite che un solo crimine può infliggere a tanti uomini diversi. E la conclusione di questo Poirot ci ricorda da vicino quella di qualcun altro: chi sono io per giudicare tutti costoro? «Voi raccontate bugie e pensate che nessuno lo scoprirà. Ma ci sono due persone che lo faranno. Sì, due persone. Il vostro Dio…e Hercule Poirot. [NdA: si noti, en passant, che l’espressione usata è “il vostro Dio”, come se qualsiasi confessione religiosa fosse equivalente.] È il momento di risolvere questo caso. Il dottor Arbuthnot mi ha domandato perché non fossi ancora morto [NdA: dopo che mi aveva sparato]. Sapevo ovviamente la risposta. Un cecchino che non sa uccidere da distanza ravvicinata? Il Suo colpo non è stato un errore, era chirurgico. Non mi ha ucciso perché non è un assassino. Nessuno di voi è un assassino. Eppure qualcuno deve esserlo.» E dopo aver esposto la prima soluzione ed aver riscosso il fragoroso dissenso di Monsieur Bouc, prosegue: «Allora mi chiedo: chi ne trae vantaggio? Questo crimine è l’omicidio di un omicida: ne beneficia forse lo spirito? allevia il dolore? zittisce quella vocina che urla nella testa e che impedisce di dormire? […] Un omicidio dovrebbe avere una sola vittima: quando Ratchett ha ucciso Daisy Armstrong, dodici vite sono state spezzate, sfigurate, stroncate, e pretendono giustizia. Ora è il momento di rispondere. Tra tutte queste anime ferite chi è stato realmente l’assassino? Chi ha sollevato il coltello? La risposta è: nessuno di voi da solo poteva farlo, e nemmeno in coppia; il crimine può essere stato commesso solo da tutti voi…insieme…insieme… [NdA: sulla parola “insieme” parte un commovente motivetto di sottofondo che dovrebbe farci rimanere ammirati della “caritatevole” capacità dei colpevoli di unire le forze per vendicarsi del torto subito; si noti che questo motivetto continua in crescendo anche durante le immagini che ci fanno rivivere l’omicidio di Cassetti, che peraltro qui avviene curiosamente prima del falso grido d’allarme, stavolta lanciato non da MacQueen, ma dalla Hubbard] Anche se l’arrivo della valanga e l’imprevista presenza del detective costringono a cambiare i piani: il kimono, l’uniforme, un’ammirevole improvvisazione, il dottore che sa come ferire senza uccidere…ognuno ha una parte da recitare. […] E così si conclude tutto. Per la morte di un innocente, una vita per una vita: vendetta…» «Nessun altro deve pagare per tutto questo oltre me!» lo interrompe la signora Hubbard. «È stato un mio piano: dite alla polizia che sono stata io. Non ho più motivi per continuare a vivere, ormai. Loro hanno un’occasione adesso. Helen – lo spero – ha un’…ha un’occasione. Ora possono andare, vivere, trovare gioia da qualche parte. Lasci che tutto finisca con me. Non sono degli assassini: sono tutte brave persone. Possono continuare ad esserlo.» E a questa vibrante richiesta, Poirot, accompagnato dalla ripresa del solito motivetto, risponde «C’è ciò che è giusto, ciò che è sbagliato, e poi ci siete voi: io non posso giudicare. Dovete decidere: se volete andarvene liberi senza pagare per il vostro crimine, allora dovete solo commetterne un altro. Non vi fermerò. Gettate il mio cadavere nel lago e andatevene da innocenti alla stazione. Dovete farmi tacere! Bouc può mentire, io non posso!» dice appoggiando la pistola sul tavolo davanti a loro. La signora Hubbard la afferra e tenta di suicidarsi, ma s’accorge che è scarica. E allora prorompe in un copioso pianto. Ancora una colta pare confermato: se si sono rifiutati di uccidere il loro possibile carnefice, non sono davvero degli assassini! Che fare dunque? Sembra davvero che Poirot non sappia più che cosa sia la giustizia, e solo alla fine arriverà ad ammettere la possibilità, per lui sconcertante, di mentire a fin di bene, per garantire a tutte quelle “brave persone” una “giustizia” diversa da quella che era abituato a servire, una giustizia che stando all’autore sarebbe certo meno inflessibile (ed infallibile), ma anche più umana. «Ho sempre voluto credere che l’uomo fosse razionale e civilizzato. La mia stessa esistenza si basa su questa speranza, su ordine, metodo e le piccole cellule di materia grigia. Ma ora forse mi viene chiesto di ascoltare invece il mio cuore. Signore e Signori, ho compreso da questo caso che la bilancia della giustizia non sempre può avere uguale peso su entrambi i piatti, e devo imparare, per una volta, a convivere collo squilibrio. Non ci sono assassini qui: solo persone che meritano un’occasione per guarire.» Detto ciò, Poirot consegna alla polizia la divisa del falso controllore e scende dal treno, cioè allegoricamente abbandona le sue velleità di impeccabile perfezione. Molto commovente, non c’è che dire: ma non vi pare che in tutto ciò manchi qualcosa? Che fine ha fatto il pentimento? e la volontaria penitenza per i proprî peccati? Non ci è stato forse insegnato che quando subiamo un torto dobbiamo porger l’altra guancia? non ci è stato detto che dobbiamo perdonare, anzi amare il nostro nemico? Nessuno ci ha forse raccomandata la cristiana sopportazione degli inevitabili mali che il mondo – e con esso i notevoli limiti dei giudici terreni – porta con sé? E qualcuno ha ancora il coraggio di chiamar “giustizia” la vendetta privata? E sarebbe poi la vendetta la chiave per poter tornare a vivere? il sangue a lavare il sangue? Se si fa cader la maschera di questa “giustizia dal cuore tenero” non si trova altro che la spietata “misericordina” senza Giustizia che ormai ci viene propinata senza tregua. Evidentemente Bergoglio è riuscito a contagiare anche Hollywood.

David Suchet e Toby Jones nel film del 2010

Ma dopo tanto strazio riusciamo finalmente a prendere una buona boccata d’aria fresca assistendo al film del 2010. L’esordio ex abrupto ci propone la conclusione del caso risolto da Poirot in Palestina (e non in Siria). La Christie in effetti aveva rapidamente accennato qualche particolare di questa inchiesta, a seguito della quale l’ordine era stato ristabilito col suicidio di un ufficiale e la radiazione di un altro. E così nel film vediamo un Poirot che, severo e concitato, illustra la soluzione del delitto agli ufficiali del reggimento britannico locale; e nel bel mezzo dell’animosa spiegazione, il colpevole, con apparente freddezza – che dentro di sé cela però un ribollire di disperata vergogna –, nel giro di pochi istanti estrae una pistola dalla fondina di un altro militare lì presente, se la punta alla tempia e fa fuoco. Il suo sangue schizza sul volto di un esterrefatto Poirot. Sul traghetto del Bosforo, il soldato incaricato di accompagnare Poirot, dopo avergli porti, come da comandi, i suoi ringraziamenti, si permette una considerazione sulla triste vicenda: «Trovo ingiusto che un solo errore sia costato al tenente Morris un prezzo così alto. Era un brav’uomo che ha avuto un attimo di debolezza.» «Ingiusto?» chiede Poirot. «Ha commesso un errore di giudizio – risponde l’ufficiale – Era un brav’uomo» «Non doveva morire suicida.» «Forse pensava di non avere scelta.» E Poirot conclude: «Un uomo come il suo amico ha sempre una scelta, tenente; e la sua scelta è stata di mentire, e questo l’ha messo nei guai colla legge.» Dopodiché la scena si sposta tra le vie di Costantinopoli, dove Poirot nota la signorina Debenham ed il colonnello Arbuthnot che passeggiano insieme (ed ella pronunzia la frase sospetta). Ad un certo punto una donna corre incontro alla fanciulla inglese, alla quale, disperata, chiede aiuto. Ma la folla raggiunge quell’adultera e la porta via per lapidarla, davanti agli occhi di una sconvolta Mary Debenham – e a quelli di Poirot. Una volta a bordo, del treno i due avranno modo di discutere di quanto avevano visto. «Non è turbata da ciò che è avvenuto, spero…» domanda Poirot. «Si, certo che sono turbata, perché non potevo fare nulla per quella poveretta. Lei non è turbato?» «Oui, bien sûr! La giustizia…qualche volta può turbare…» «La giustizia?» «È come l’impiccagione in Inghilterra. Mais…in un’altra cultura è meglio non intervenire.» «Quella donna era un’adultera, non aveva ucciso nessuno.» «Aveva infranto le regole e conosceva le conseguenze. (poi, mentre la Debenham se ne va sdegnata, chiudendosi nel suo scompartimento)…Anch’io l’ho trovato ripugnante…non è stato piacevole…» Questi due episodî in apertura contribuiscono a conferire a tutta la pellicola un’atmosfera cupa, lontanissima dalla trionfale spensieratezza del film di Lumet; e anche Poirot, con i suoi occhi pensosamente tristi, ci appare molto serio, anche più del solito. Nonostante la convinzione delle sue risposte, egli incomincia fin da subito a riflettere sulla giustizia e sul suo legame colla vita degli uomini: delle vittime come dei carnefici. Se dobbiamo fare un appunto, in questo dialogo colla signorina inglese emerge da parte di Poirot una punta di Giuspositivismo, che poi però, come vedremo, verrà fortunatamente indirizzato su binarî più spiccatamente cristiani. La sera dopo cena l’investigatore viene avvicinato da Ratchett, che – invano – gli chiede protezione in cambio di un’ingente somma di denaro. Ma le parole da lui usate sono molto diverse dal solito: «Lei crede in Dio, Signor Poirot? Un tempo io non ci credevo, ma ora sì. Credo che sia come una pistola in più, una protezione in più. E qualche volta tutti abbiamo bisogno di maggior protezione, non crede? Desidero affidarle un incarico.» (gli mette davanti una mazzetta di banconote) «Perché ha bisogno di protezione su questo treno?» gli domanda imperturbabile Poirot. «Perché ci sono persone che sanno dove sono e cosa faccio.» «E cosa fa?» «Penitenza. Devo rendere qualcosa per ottenere il perdono, ma…potrebbero uccidermi prima che io ci riesca.» «Chi, Monsieur?» continua a domandare Poirot. «Sono un uomo molto ricco, ho molti nemici. Ma devo arrivare a Calais. Si metta al lavoro.» E detto ciò fa per andarsene, ma Poirot lo ferma con un secco «No», né accetta il raddoppio della parcella offertogli dal signor Ratchett: «Io non gioco a poker con Lei, Monsieur.» Si noti che stavolta l’investigatore belga non adduce a motivo del suo rifiuto la mancanza di stimoli per lui in un compito tanto banale, né tantomeno un franco «perché non mi piace la sua faccia»; mentre si lascia intendere che abbia subodorato che si tratti di un poco di buono, e le sue prime impressioni avrebbero potuto essere confermate dalle chiare avances sessuali fatte poco prima dall’affarista americano alla signorina Debenham. Ma è altrettanto chiaro che in questo film l’immagine che ci viene data di Ratchett è decisamente diversa dal consueto. Si tratta di un uomo certamente meschino, un uomo che è evidentemente molto lontano da un’autentica condotta cristiana; ma nonostante tutto egli cerca il perdono di Dio e intende porre rimedio, per quanto può, ai suoi crimini passati. Nella valigetta che in questo film porta con sé e da cui non vuole mai separarsi egli tiene i 200.000 $ guadagnati dal riscatto della piccola Daisy, che intende restituire al fondo Armstrong – cui effettivamente quei soldi alla fine della storia saranno devoluti, ma non prima di essere stati occultati per mano dei congiurati nella gonna della Principessa Dragomiroff per far credere a Poirot che il falso controllore mafioso glieli avesse rubati quando era venuto a regolare il suo vecchio debito con Ratchett. Certo la sua fede non è esattamente disinteressata, ma anche questo poteva essere l’inizio di una conversione: non ha forse detto Gesù stesso che seguir la Sua via “ci conviene”. Mentre i dodici uno alla volta lo stanno pugnalando, la Principessa Dragomiroff gli parla, dimodoché egli capisca perfettamente quale sia la ragione della sua morte: «Potrei dirle chi siamo, ma l’unica cosa che deve sapere è che le persone che Lei ha ucciso sono tutte in Cielo, signor Cassetti, mentre Lei andrà all’Inferno.» Evidentemente tutti costoro non sanno che la notte stessa del suo assassinio Cassetti aveva tentato, il Santo Rosario tra le mani, di pronunziar la preghiera della sera, proprio mentre lo stesso stava facendo Poirot nello scompartimento accanto. «…Ti ringrazio di avermi creato, fatto cristiano e conservato in questo giorno. Perdonami il male oggi commesso e, se qualche bene compiuto, accettalo. Custodiscimi nel riposo e liberami dai pericoli…» Evidentemente anche in quest’uomo capace di tanto male (interpretato non a caso da Toby Jones, un attore molto basso, a significare la pochezza interiore della persona) la Grazia stava cercando di fare breccia, Dio voleva salvare anche quell’anima. Ma i grandiosi piani di Dio sfuggono alla cecità dei mortali, che troppe volte spezzano la canna incrinata e spengono il lucignolo fumigante. Durante gli interrogatorî, Poirot raccoglie dure parole di disprezzo e di vendetta nei confronti della vittima. «Se l’avessi saputo [NdA: che quell’uomo era Armstrong], come qualsiasi madre americana, gli avrei strappato il cuore a quel bastardo» ammette la signora Hubbard, mentre la Dragomiroff sarebbe stata ben lieta di applicare i metodi che s’usavano in Russia ai tempi della sua gioventù: «avrei voluto chiamare mia servitù, farlo frustare a morte e poi gettare in mezzo a immondizie. Era questo che si faceva con uomini come lui: nessuna pietà. L’avrei pugnalato mentre dormiva e l’avrei confessato.» E dal canto suo la luterana signorina Ohlsson si fa araldo della – presunta – giustizia divina: durante il suo interrogatorio immagina che «forse Dio stanotte è venuto su questo treno e si è rifiutato di perdonare». D’altronde per lei il Sacramento cattolico della Penitenza sarebbe un inganno dei Preti, giacché – come dirà durante la riunione finale nella carrozza ristorante – «alcuni delitti Dio non li perdona», ottenendo in cambio uno sguardo severo e carico di un ormai nauseato disprezzo da parte di Poirot: disprezzo per tanta feroce crudeltà da parte di tutti i passeggeri. E alla fine, dopo aver esposte le due soluzioni, stavolta non colmo di vanità intellettuale, ma profondamente stanco di tutto il male e di tutto l’odio che ha visto, prorompe in una vibrante accusa: «Siete i membri di una giuria clandestina! È illegale la vostra “giustizia”! Non dovevate farvi giustizia da soli!» «Monsieur Poirot – gli risponde la cuoca piangendo – aveva solo cinque anni!» «Eravamo persone perbene, civili – prosegue la Hubbard –, e poi il male ci ha distrutto la vita, e ci siamo rivolti alla legge per avere giustizia. E la legge ci ha delusi.» «No! – esclama furibondo Poirot – Se ci comportiamo così diventiamo selvaggi! incivili! Giurie e giustizieri si eleggono da soli: non è possibile! No, questo è medievale! [NdA: dispiace sentire questo stereotipato riferimento dispregiativo al Medioevo, ma bisogna pur riconoscere che le faide private in quell’epoca, anche se sono state sempre avversate dalla Chiesa, non erano certo rare.] Le norme della legge devono essere tenute alte, e se cadono si raccolgono e si portano ancora più in alto! Perché tutta la società, tutta la gente civile non avrà niente in cui rifugiarsi se vengono distrutte!» A questo punto ad interrompere Poirot è l’eloquente rappresentante delle deviazioni del Cristianesimo in ambito protestante, vale a dire la signorina Ohlsson. «Questa è una giustizia più alta delle norme della legge.» «Allora la deve amministrare Dio! Non Lei!» le grida finalmente Poirot. «E quando Lui non lo fa? – chiede la Ohlsson – Quando crea l’Inferno sulla terra per queste ingiustizie? Quando i Preti, che dovrebbero agire in Suo Nome, perdonano [NdA: credo sia impossibile far intuire per iscritto l’incommensurabile disprezzo con cui la signorina pronunzia questa parola] ciò che non dovrebbe mai essere perdonato? Gesù ha detto: chi è senza peccato scagli la prima pietra!» «Oui» «Beh, noi eravamo senza peccato, Monsieur. Io ero senza peccato!» Penso sia inutile commentare la follia di queste parole, pronunziate peraltro senza il minimo tentennamento. E dopo varî commenti dei passeggeri e la calorosa preghiera di Monsieur Bouc di lasciarli andare perché sono tutte brave persone e dopotutto Cassetti si meritava di essere giustiziato in quel modo, Poirot, ostinato nel suo rifiuto, esce dalla carrozza, pregando il suo amico di chiudere la porta. Subito dopo il colonnello Arbuthnot carica la pistola per uccidere investigatore e direttore: sul treno è già stata uccisa una persona, perché non dire alla polizia che i morti sono tre? Ma tutti cercano di dissuaderlo, fino a quando Mary lo ferma, dicendogli: «Se li uccidi, John, non sarai migliore di Cassetti. Se li uccidi, diventeremo come criminali, che pensano solo a proteggersi. Dio solo sa quanto sarà difficile vivere colla colpa della morte di Cassetti…ma sarebbe intollerabile portare il peso di delitti ingiusti.»

A questo punto occorre fare qualche riflessione supplementare. Una differenza fondamentale rispetto al libro e a tutte le altre trasposizioni cinematografiche e televisive di questo giallo è che il treno non solo si ferma a causa della neve, ma a bordo salta anche l’impianto elettrico, e prima di riparare il guasto bisogna trascorrere una lunga notte a 10 gradi sottozero, tutti riuniti nella carrozza ristorante a scaldarsi col fornelletto della cucina. Il treno in questa versione rappresenta l’esatto contrario di ciò che significava nella pellicola di Branagh: la sua non è la trionfale marcia della ragione e del progresso umani, ma il cupo incedere del peccato, dell’odio e della vendetta che lordano le pagine della storia di inesauribile sangue. Ma questa vendetta dove conduce? Forse alla felicità? O invece ad una condizione ancora peggiore della precedente? Vani sono i propositi degli uomini che credono che il peccato li possa far felici, quando invece, persa la Grazia di Dio, costoro perdono una dopo l’altra ogni cosa, e rimangono sperduti nel bel mezzo del gelido inverno del male. La legge positiva, che pure dovrebbe essere ad immagine di Quella divina e naturale, non è certo perfetta, ma è l’unico modo lecito che abbiamo per perseguire una vita sociale retta e ordinata e per cercare un qualche barlume di giustizia in questa terra d’esilio. E l’uomo è dotato del libero arbitrio per agire bene e cercare di farla trionfare, al di là di qualsiasi interesse personale. Quando MacQueen obietta a Poirot: «Gli uomini di Cassetti minacciarono di uccidere me, il figlio del procuratore, se non avesse accettato le loro richieste. Che cosa avrebbe dovuto fare?», l’investigatore risponde «Avrebbe dovuto garantire che giustizia fosse fatta in un’aula di tribunale.»  Laddove tale giustizia però fallisce, non ci resta che sopportare con caritatevole e cristiana rassegnazione il dolore che Dio ci ha dato. Ma è davvero così importante che chi ci ha fatto un torto soffra tanto quanto abbiamo sofferto noi, se noi amiamo i nostri nemici? O forse in certi casi è bene perdonarli? Già, perdonarli… Allora, se alla mera giustizia coniughiamo anche la misericordia – simul stabunt simul cadent –, possiamo renderci conto che effettivamente non c’è solo la legge umana a garantir la giustizia sulla terra, ma anche e soprattutto la Provvidenza divina, che a differenza della prima non verte solamente sui fatti citeriori, ma guarda al vero bene di tutti gli uomini, e cioè essenzialmente alla loro salvezza eterna. E qui veniamo all’adultera. La frase della signorina Ohlsson è eloquente: i dodici congiurati erano come i giudei che si ritenevano puri e non avevano nessuna remora nell’eseguir la sentenza già scritta nella Legge di Dio. Ma Dio stesso interruppe allora quell’esecuzione e perdonò l’adultera pentita, facendole promettere di non peccare più. La lapidazione per adulterio non è certamente sbagliata in sé, e sarebbe anzi la pena più adeguata per tale abominevole crimine, se è vero che Dio l’aveva prevista nella Sua antica Legge. Ma Cristo ci ha insegnato – e l’insegnamento della Chiesa Cattolica lo ha ribadito – che anche in questi casi estremi come l’omicidio, l’adulterio, e persino l’apostasia, la cosa migliore è un serio pentimento, l’adeguata penitenza e l’impegno a proseguire una santa vita familiare e sociale senza più sbandamenti. Perché Dio non gode della morte dell’empio, ma vuole «che l’empio desista dalla sua condotta e viva» (Ez 33, 11). Dio solo può leggere nel cuore degli uomini e dare su di essi la sentenza definitiva alla fine dei loro giorni; ed è sublime sapere che il nostro Giudice finale, a differenza dei dodici assassini di Cassetti, sa tener conto del pentimento. Mary di fronte alla lapidazione dell’adultera aveva in fondo assistito, atterrita dal peccato che ella stessa stava per compiere, alla medesima inflessibilità sua e dei suoi sodali di fronte a Cassetti: e ne era rimasta sconcertata. È proprio Mary Debenham, colei che freddamente aveva organizzato questo elaborato piano, il kathekon che ha impedita un’ulteriore tragedia. L’inflessibilità della giustizia umana aveva già causato un altro peccato, il suicidio del tenente in Palestina. Se di fronte alla porta chiusa dall’inflessibile Poirot a trattenere il colonnello Arbuthnot non fosse stata la coscienza contrita di Mary, consapevole in fondo del male commesso, altre persone sarebbero morte, e sarebbe continuato il ciclo di violenza e di vendetta. Ed è forse nelle parole di Mary al suo amato John che Poirot vede per la prima volta la pietà su quel maledetto treno; e con essa uno spiraglio per il pentimento e per il perdono. Quando Poirot sembra ancora deciso a dire alla polizia la verità, ella va a portargli una tazza di tè, e scambia con lui alcune parole. «Lei ha detto che quella donna a Istanbul conosceva le regole della sua cultura e che cosa voleva dire infrangerle, ma anche Cassetti…» «E anche Lei…» la interrompe l’investigatore.» Dopo un’attimo di silenzio, ella riprende: «Quando ti viene negata la giustizia ti senti incompleta. È come se Dio ti avesse abbandonata in luogo tetro. Ho chiesto a Dio…abbiamo chiesto tutti che cosa dovevamo fare, e Lui ha detto: ‘Fate ciò che è giusto’. Credevo che se l’avessi fatto mi sarei sentita di nuovo completa.» «E ora lo è?» E mentre le salgono le lagrime agli occhi, Mary con un fil di voce risponde: «Ma io ho fatto ciò che è giusto…» e si allontana. Evidentemente vi sono le prime avvisaglie di pentimento. Ora, i dodici hanno sbagliato a non tenere in considerazione la possibilità del pentimento; e che cosa dovrebbe fare Poirot per agire meglio di loro? La giustizia dei tribunali umani non conosce il perdono, come invece quella del tribunale di Dio. Se Poirot vuole dare un’altra possibilità a queste persone, una possibilità per pentirsi e guadagnarsi il Paradiso, allora non gli resta che mentire e scegliere la prima soluzione. Ma non si tratta di una scelta facile per un uomo che ha fatto della pura verità la sua professione. E così lo vediamo scendere dal treno, intirizzito dal freddo di morte che paralizza ogni fibra vitale, rivolgersi quasi senza voce agli ufficiali della polizia di Brod e – tra lo sguardo sorpreso e colpevole dei congiurati – consegnar loro l’uniforme del falso controllore. Egli aveva concesso loro quella possibilità che essi non avevano concesso a Cassetti, la possibilità del pentimento e della penitenza. Ma non è certo una scelta facile, se è vero che, fornita la pretestuosa soluzione alla polizia, l’investigatore s’allontana dal treno tirando fuori di tasca il suo Rosario, moralmente disgustato dal male che ha portato alla luce non meno che dalla menzogna che si è deciso a dire per amore di quelle persone. Che dal canto loro non sono certamente “brave persone”, come vorrebbe la vulgata dominante. Nessuno di noi è una “brava persona” perché tutti noi viviamo le conseguenze del peccato originale e tutti pecchiamo. Forse la volontà di rendere tutti colpevoli senza escludere nemmeno il medico greco è dovuta proprio ad una riflessione uguale e contraria nei due film del 2017 e del 2010: nel primo per far capire che tutti gli uomini sono vittime della storia e pertanto devono essere comprese quando peccano mortalmente; nel secondo per far capire che tutti noi avremmo potuto aggregarci al complotto perché tutti siamo peccatori e tutti abbiamo la tendenza al male. Ma dobbiamo sempre ricordarci che la Grazia di Dio è più forte di qualsiasi demonio, per cui quello che conta non è essere “brave persone”, ma usare il proprio libero arbitrio per seguire Dio, fare il bene e detestare il male, e sopra ogni cosa detestare il peccato mortale. E che dire di Poirot? Trovandosi inaspettatamente egli stesso nei panni di giudice, ha fatto bene a dare la falsa soluzione? O si è così macchiato di consequenzialismo? Forse per il ravvedimento di quelle persone Dio aveva pensato altri mezzi? Sta di fatto che questa era la conclusione del romanzo, e a quella, almeno a grandi linee, bisognava attenersi.

Mi piace pensare che un particolare di questo film voglia essere apertamente polemico con quello del 1974: ad un certo punto il dottor Constantine, il medico che in questa trasposizione sta cercando di ostacolare le indagini di Poirot, afferma che il fornelletto usato dall’investigatore per decifrare il messaggio della lettera bruciata assomiglia a quello che usava suo nonno per incerarsi i baffi; ma questo è esattamente l’utilizzo che Poirot stesso faceva di quel fornelletto nel film con Albert Finney. Che lo sguardo infastidito che Poirot-Suchet lancia al medico greco non voglia forse accusare il Poirot-Finney di essere un cialtrone? Senza dubbio David Suchet non dev’essere stato molto entusiasta della versione del 1974, se è vero che egli stesso ha proposte le predette cospicue modifiche alla trama della pellicola da lui interpretata. Ora, bisogna sapere che Suchet è nato a Londra da genitori ebrei di origine rispettivamente lituana e russo-inglese, ma entrambi avevano abbandonata la religione giudaica per professare l’Ateismo; e per questo non diedero ai loro figli alcuna educazione religiosa. Ma un giorno il quarantenne David, in una camera d’albergo, prese distrattamente in mano una di quelle Bibbie che nei paesi protestanti vengono messe a disposizione dei clienti, e per curiosità la aprì e lesse. Il passo che si trovò di fronte era il capitolo ottavo della Lettera ai Romani. Quelle accorate parole rimasero nella mente dell’attore, ed egli cominciò a riflettervi. E finalmente dopo qualche tempo si convertì al Cristianesimo, anche se purtroppo non entrò nella Chiesa cattolica, ma in quella anglicana; ed in virtù del suo impegno nella divulgazione religiosa, egli è attualmente vice-presidente della Società biblica britannica. Auspicando e pregando che il Signore onnipotente completi in lui la Sua opera e lo chiami a far parte della Santa Chiesa Cattolica, mi permetto frattanto di ipotizzare che quando, nel dar forma alla sua versione di Assassinio sull’Orient Express, escogitò il pentimento in extremis di Cassetti, egli avesse ben presenti nella mente anche le Parole con cui San Paolo chiude quel decisivo capitolo ottavo della Lettera ai Romani:  

Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica. Chi condannerà? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi? Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Proprio come sta scritto:
Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno,
siamo trattati come pecore da macello.
Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di
Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore.

Rm 8, 31-39

Prima parte: https://www.radiospada.org/2020/03/assassinio-sullorient-express-una-comparazione-estetico-morale-prima-parte/?fbclid=IwAR0P3ON9XTjb1PTW8VsgRS6za_3MGXAdOfVJgnZs7_CumqkX_7NH5AzbZWM

Seconda parte: https://www.radiospada.org/?p=57877

AVVISO AI LETTORI
Facciamo presente a chi volesse visionarlo che il film “Assassinio sull’Orient Express”del 2010 con David Suchet è disponibile gratuitamente fino a domani 3 aprile su Mediaset Play a questo link:

https://www.mediasetplay.mediaset.it/video/poirotassassiniosullorientexpress/poirot-asassinio-sullorient-express_F304116201000102?redirected=true

3 Commenti a "Assassinio sull’Orient Express: una comparazione estetico-morale (terza e ultima parte)"

  1. #Luca r.   2 Aprile 2020 at 10:52 pm

    Complimenti davvero un lavoro molto interessante.

    Rispondi
    • #Mattia Spaggiari   3 Aprile 2020 at 10:15 am

      Grazie mille.

      Rispondi
  2. #Gabriele   3 Aprile 2020 at 2:16 pm

    Superbo saggio breve illuminante soprattutto sul dilm del 2010, che ho visto recentemente e avevo apprezzato. Grazie per questo contributo.

    Rispondi

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