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Radio Spada, come sapete crede poco nelle libertà moderne e molto nella libertas Ecclesiae. Molto in questi giorni si è scritto in relazione alle scelte del Governo relative al culto e ci pare di far cosa utile nell’offrire ai lettori questo intervento qualificato, contente diversi spunti interessanti e non poche considerazioni acute e accorate.


di Giacomo Rocchi (magistrato – Comitato Verità e Vita)

Se non fosse che viene compressa la nostra libertà religiosa garantita dalla Costituzione, impedendoci di partecipare alla Messa e di ricevere l’Eucaristia, quello che è avvenuto ieri sera è molto interessante e, perché no? divertente.

Dobbiamo partire dall’inizio dell’emergenza Covid e alla prima sospensione di tutte le cerimonie religiose disposte dal Governo. Come sappiamo dalla Relazione del Segretariato della CEI pubblicato su Stilum Curiae, la linea di azione seguita dai vescovi può essere così riassunta: contatti informali con gli “amici” dentro al Governo, piena acquiescenza alla decisione dell’Autorità civile. In effetti, il primo atteggiamento mi sembra tipicamente “curiale”: ben lungi dal rivendicare il diritto di gestire il culto all’interno delle Chiese e a ricordare il contenuto del Concordato che, appunto, riconosce questa libertà alla Chiesa Cattolica (ma l’art. 19 della Costituzione, in sostanza, lo riconosce a tutti i culti ammessi), i vescovi – la Relazione lo dice espressamente – cercarono in silenzio di ottenere qualcosa dai Ministri che essi ritenevano amici; quando poi il Governo “chiuse la discussione”, la CEI non potè fare altro che allargare le braccia e dire ai fedeli: occorre collaborare, si deve avere pazienza, lo facciamo per il bene comune, così togliendoci ogni possibilità di resistenza.

Di fronte a questo atteggiamento, l’Autorità civile ha mostrato, nel mese successivo, tutta la sua arroganza, la sua pretesa di ingerenza, la voglia di intimidazione: sto parlando, ovviamente, delle messe interrotte o turbate, ma non ci dobbiamo dimenticare che la bozza del decreto legge poi adottato il 25 marzo (quello sulla base del quale vengono emessi i DPCM) prevedeva espressamente la chiusura delle chiese, “stoppata” da qualcuno (forse il Presidente della Repubblica).

La CEI ha continuato nel suo atteggiamento: mostrare ossequio al Governo, censurare i parroci che celebravano messa lasciando entrare i fedeli, non sollevare alcuna protesta di fronte a condotte che violavano il Concordato (ingresso della Forza pubblica nelle chiese) e che costituiscono reato (interruzione o turbamento di cerimonie religiose).

Poi qualcosa è cambiato: poiché improvvisamente – non mi interessa sapere perché – il Papa ha detto quello che da un mese ripeteva il popolo cattolico e avevano anche pubblicamente sostenuto alcuni politici (severamente rampognati, ovviamente) – anche la Conferenza Episcopale ha dovuto occuparsi della faccenda; lo ha fatto in punta di piedi: il card. Bassetti ha auspicato la “fase 2” con il popolo che partecipa alle messe in una lettera alla sua arcidiocesi. Anche in questo caso – come ben si comprende dalla lettura di Avvenire – l’atteggiamento era di prudente auspicio accompagnato dalle raccomandazioni al Ministro “amico”, nel caso di specie quello dell’Interno Lamorgese, che aveva parlato di qualche ipotesi.

Arriviamo allora a ieri: ancora una volta, gli “amici” tradiscono e il Presidente del Consiglio annuncia che la partecipazione alle messe del popolo resta vietata. Come sarebbe? ce l’avevano promesso, il ministro “amico” ce l’aveva detto!

In una reazione stizzita e immediata, la CEI, con il comunicato di ieri sera, fa apparire sulla scena tutto l’armamentario che aveva avuto sempre a disposizione, ma non aveva voluto usare: “si richiama il dovere di distinguere tra la loro responsabilità – dare indicazioni precise di carattere sanitario – e quella della Chiesa, chiamata a organizzare la vita della comunità cristiana, nel rispetto delle misure disposte, ma nella pienezza della propria autonomia. I Vescovi italiani non possono accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto”, quindi: Concordato (autonomia della Chiesa) e Costituzione (libertà di culto, implicito richiamo all’art. 19 della Costituzione).

Interessante è la duplice reazione del Governo: prima “sbandamento” (provvederemo in tempi brevissimi), poi – nella stessa serata – chiusura totale basata sulla scienza: ““la partecipazione dei fedeli alle funzioni religiose comporta, allo stato attuale alcune criticità ineliminabili che includono lo spostamento di un numero rilevante di persone e i contatti ravvicinati durante l’Eucarestia; il Cts reputa prematuro prevedere la partecipazione dei fedeli alle funzioni religiose …”, con la conclusione provocatoria: “forse” potremmo cambiare idea a partire dal 25 maggio. Qui sta il “divertimento”: in questo modo il Governo ha rilasciato la palla nel campo della CEI che – a questo punto – si è “scoperta” nel buttarsi avanti e rischia di essere definitivamente sconfitta in contropiede.

Sì, perché, finché l’atteggiamento era quello di allargare le braccia e raccomandare prudenza e pazienza ai laici cattolici e ai preti, si poteva andare avanti anche per un altro mese; ora che le questioni sono state messe sul piatto davanti a tutti, non è più possibile tornare indietro.

Quindi il Governo ha detto alla CEI: facci vedere se il tuo è un bluff oppure se sei in grado di fare qualcosa. Se non fai nulla, confermi che è l’Autorità civile che decide se e come si celebrano le messe dentro le Chiese e, quindi, mi ringrazierai se ti permetterò di celebrare a Ferragosto la festa dell’Assunzione. Quando, poi, capiterà un altro accidente (il ritorno del virus, ma anche altri eventi) farò ancora quello che ho fatto fino ad ora: e tu mi lascerai fare …E allora? Cosa farà la CEI ora? E’ disposta a dare disposizione ai parroci di dire la messa con il popolo, a denunciare chi viola l’art. 405 del codice penale, a ricordare formalmente al Governo che la Forza pubblica non può entrare nelle chiese, a sostenere la difesa di chi sarà multato?

In sostanza: è disponibile a vedere sparire, nel giro di pochi anni, l’8 per mille?

Vedremo…