[CORONAVIRUS] Il cigno nero

di Federico Franzin

Chiamiamolo cigno nero se vogliamo. L’immagine è già diventata retorica ma funzionale in termini evocativi. Il cigno nero in questione fa riferimento ai fattori di imprevedibilità incombenti nella società secondo Nassim Nicholas Taleb. Basta un evento minimo a stravolgere ogni convinzione basata sull’osservazione degli eventi fino ad ora registrati. Il cigno in questione è quello scoperto durante l’esplorazione dell’australia. Un singolo evento che ha stravolto tutte le conoscenze ornitologiche precedenti basate solo sull’osservazione del conosciuto. Ma appunto lo sconosciuto è dietro l’angolo. Lo sciame virale di covid-19 che attraversa il mondo in questi mesi su molti piani lascerà le vecchie convinzioni alle spalle in favore di un mondo necessariamente diverso.

Ma aldilà dei dati clinici e delle abitudini sociali, la nostra civiltà riuscirà a trarre qualche buon insegnamento, superata la retorica ottimistica imperante nelle pubblicità di questi tempi? Ma soprattutto che tipo di civiltà ha sorpreso questo cigno nero? Noi (e per “noi” sapete chi siete) sufficientemente disincantati lo sappiamo che questo cigno ha intinto il suo becco in una civiltà forse già al picco della sua decadenza. E dico forse perché il deserto è ancora lungo da attraversare. La reazione istintiva ha tradito subito il tipo di anestesia morale con cui dobbiamo fare i conti. La prima abbietta reazione autoconsolatoria (sic) è stata muoiono solo i vecchi. Indipendentemente dal fatto sia realistico o no, non si capisce bene che tipo di consolazione dovrebbe rappresentare.

Eppure è evidentemente funzionale all’idea di mercificazione spontanea della vita per la quale l’essere umano nel tempo del suo tramonto diventa un peso improduttivo rispetto ad una visione strutturalista dell’umanità. Un mondo senza Dio è un mondo azienda governato da gerarchie rovesciate. Il famoso produci-consumacrepa ci corrode come ruggine e ci possiede costringendo noi felici pochi ricordare con forza che siamo uomini e donne, non gusci vuoti né prodotti degli eventi. Il cigno nero ha sorpreso una società talmente decadente da crearsi inquietanti illusioni attorno al concetto di libertà. Illusioni che vedono la vita come oggetto di possesso fino al punto di trasformare l’ideologia della morte volontaria in un valore imprescindibile dell’individuo attorno al quale stringersi e se necessario fare trincea. Senza tracce di verità non c’è possibilità di riconoscere umanità nella sua dimensione più alta e collettiva.

Senza verità ci si ritrova come barche alla deriva, senza timone ne timoniere ma spinte da un vento crudele che arriva a colmare i vuoti. Senza verità non c’è differenza tra pacchi di amazon che non arrivano e pacchi umani la cui ordinazione tarderà ad arrivare. Infatti la più importante agenzia americana di surrogancy (gli USA sono il far west del mercato umano) denuncia il problema di centinaia di bambini in gravidanza surrogata che troveranno difficoltà nell’essere “consegnati” agli acquirenti europei. Un bel problema di merce per questo fiorente mercato di vite umane. Nella speranza che qualche madre nel frattempo si riscopra tale e non voglia separarsi dalla propria creatura, non possiamo che considerare il presente non meno distopico di un eventuale futuro.

L’olanda all’inizio del 2019 commissiona al Dipartimento di Etica della cura dell’Università degli Studi umanistici, a Utrecht, in collaborazione con l’Umc Utrecht Julius Centrum, uno studio sulla possibilità di eutanasia per “vita completata”. Non è nemmeno la prima volta che si pone il problema della vita come possesso definitivo ad uso e soprattutto consumo del soggetto. Nel 1991 il giudice della corte suprema olandese Huibert Drion si dice convinto che l’eutanasia possa svolgere un ruolo di sollievo per qualsiasi anziano che ritenga la sua vita conclusa indipendentemente dalle proprie condizioni di salute. Drion, come fossimo yogurt, pone una data di scadenza e modalità di conservazione della vita umana limitando l’eventuale possibilità di ricorrere all’eutanasia a persone che vivono sole, a partire dai 75 anni.

Nel 2010 Uit Vrije Wil (Per libera scelta) raccoglie più di 170.000 firme a favore delle basi di principio di Drion abbassando pure il limite a 70 anni. Un percorso che continua, discusso ma anche ben accolto nella società e coccolato dai media mainstream come un processo di civiltà. Si perché l’eutanasia indipendentemente dalle condizioni di partenza non cambia nella sostanza. Non vorrei mai che qualche anima bella che si commuove all’ennesimo servizio sull’eutanasia di qualche trasmissione televisiva, con pianoforte a colonna sonora, trovasse inquietante quanto scritto sopra. In tempi di coronavirus il tema si riaffaccia in quella linea di confine che riguarda i protocolli medici dove la funzione della cura si appoggia alle opportunità economiche e limiti di budget oltre che di spazio.

Ecco quindi affacciarsi l’idea dell’accesso selettivo alle terapie intensive. In questo quadro appare sottovoce la vicenda francese del farmaco Rivotril il cui uso è esteso ai malati di covid-19 colpiti da gravi complicazioni. Il sindacato Jeunes Médecins protesta sostenendo che la sedazione del Rivotril di fatto conduce alla morte il paziente, mentre dall’altra parte della barricata si insiste sull’uso del farmaco come palliativo a fronte di situazioni palesemente terminali. Una linea di confine delicata sul quale balla il ruolo dell’istituzione sanitaria che si fa interprete della percezione della vita nella società traducendola in una interiorizzazione implicita dell’eutanasia.

Dal capo opposto c’è la inarrestabile piaga dell’aborto. Una macchina della morte che non si è mai arrestata. La sanità rimanda e bypassa interventi e visite non essenziali ma guai a fermare la corsa all’omicido prenatale. Biden si affretta ad affermare che l’aborto è un presidio sanitario essenziale e preme perché venga garantito durante la pandemia. Mentre scrivo queste righe leggo l’articolo di una nota rivista femminile italiana che si dice preoccupata riguardo “la difficoltà a praticare l’interruzione volontaria di gravidanza nei tempi previsti dalla legge 194.” Insomma questa ombra di morte non sembra mitigare l’intimo deathwish nichilista di un occidente privato della verità e ridotto alla fuga nell’individuo come unico orizzonte. All’ombra della morte, privati della luce si reagisce con ulteriore morte. Non lasciamoci sorprendere. Non sarà la morte ad insegnare qualcosa ma solo la buona morte. Non sarà questa strana piega della vita ad insegnare qualcosa ma solo la buona vita. Per questo forse la paura ci è rimasta estranea.

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