[DA LEGGERE] Cahiers de la Quinzaine: il primato di Mammona come cifra del mondo moderno nel chiaroscurale Charles Peguy

Sintesi della 592° conferenza di formazione militante a cura della Comunità Antagonista Padana dell’Università Cattolica del Sacro Cuore in Milano , non tenuta in seguito alla chiusura dell’Ateneo causa epidemia di coronavirus. Relatore: Silvio Andreucci (testo raccolto a cura di Piergiorgio Seveso). Riguardo l’attenzione da dedicare a questi autori valga la premessa teoretica e pratica fatta di Piergiorgio Seveso all’inizio della 550° conferenza di formazione militante che potete ascoltare qui.

Orleans ha dato i natali nel 1873 a Charles Peguy, umili natali spettarono al compositore dei “Misteri di Giovanna d’arco” nonché dei”Cahiers de la Quinzaine”, essendo egli nato da un falegname e da un’ impagliatrice di sedie, che rispondevano ai nomi rispettivamente di Desire Peguy e Cecil Quere.

La conversione al cristianesimo avvenuta nel 1908, dopo la pubblicazione di”Notre patrie” (la quarta serie dei “Cahiers”) è stato l’evento cruciale e drammatico della sua vita, avendo egli dato un fondamento di sacralità e trascendenza al suo precedente percorso socialista-libertario.

L ‘amico più fidato, Lotte, fu il primo probabilmente ad essere venuto a conoscenza del ritorno del Peguy ad abbracciare la fede cattolica.

Infatti egli aveva smarrito la retta via della fede nel 1891 allorché frequentava il primo anno di preparazione all’Ecole Normale.

Non vi è dubbio che sullo smarrimento della Fede abbia inciso notevolmente l’impostazione didattica secolarizzata presso il liceo Lakanal di Seaux e la stessa Ecole Normale Superieure, ove l’ iniziazione alle concezioni massoniche era considerata in qualche modo la “conditio sine qua non” per garantirsi proficua carriera.

A motivo dell’avvenuta adesione al cristianesimo, pur senza battesimo e in una disposizione di misticismo rivoluzionario non scevro da venature di “anticlericalismo” , Charles Peguy prese le distanze tanto dal liberalesimo quanto dalle declinazioni in senso materialista e giacobino del socialismo di Blum, Clemenceau, Waldeck-Rousseau, insomma da quel socialismo massonico che contraddistingueva la terza Repubblica francese.

Già nel saggio “La ragione” , premessa agli Studi Socialisti pubblicati sul quarto “Cahier”, Peguy aveva attaccato con livore critico la ragione “razionalistica mente” e illuministicamente intesa come misura di tutte le cose e imperante Dea universale, alimentando essa totalitarismo e regimi del sospetto, soffocando ogni indole critica (allora Peguy era ancora socialista libertario non ancora convertito).

In nome della critica alla ragione totalitaria egli polemizzava contro il regime del sospetto e del terrore che, contro le premesse di libertà, caratterizzava la democrazia parlamentare del tempo, nonché contro la quasi totalità dei giornalisti. E sarà proprio a partire da una corretta impostazione del problema della ragione che Peguy giungerà alla forte polemica contro il mondo moderno (Davide Rondoni).

Invano sarebbe attendersi dal nostro una linea di pensiero scevra da contraddizioni o agglutinamenti, in ogni caso la sua “mistica cristiana rivoluzionaria” rimase estranea e. anzi, prese direttamente posizione contro ogni forma di teologia liberale, storicismo idealistico, spiritualismo astratto e moralismo farisaico, dal momento che il “tentativo morale” si limita a rinnovare, mentre soltanto la Grazia Sopranaturale può apportare la Salvezza.

Fu incompreso e spesso fatto oggetto di invettive polemiche più in ambito cattolico che non libertario.
I cattolici più osservanti o intransigenti generalmente lo attaccavano per la superficialità con cui egli tendeva ad accostarsi ai misteri della Fede e Peguy spesso effettivamente dava loro l’ impressione di non aver conseguito la vera devozione cattolica, ma al più una sorta di ” infanzia della devozione” o di “introduzione alla vera devozione”.

Tanto più accordava spazio alla suggestione lirica, quanto meno si preoccupava di corroborare con rigore argomentativo i dogmi cattolici
Il primo Maritain, ancora su posizioni ” cattoliche integrali”, rimproverò nel 1910 una certa fumosità all’autore dei “Cahiers”, pur rivedendo successivamente questo iniziale atteggiamento critico.

Claudel non si mostrò più benevolo, avendolo rimproverato di parlare della Vergine Maria come se fosse un’ impagliatrice di sedie; soltanto dopo la tragica morte (morì nel1914 durante la battaglia della Marna) la sua opera sarà decisamente più valorizzata. Bernanos e Brasillach gli saranno più benevoli, in tempi a noi più prossimi Charles Moeller in una sua fondamentale opera, “Letteratura moderna e Cristianesimo” assumerà come costante punto di riflessione la sua “teologia dell’Incarnazione”.

Dunque i posteri avrebbero reso a Peguy molti più riconoscimenti rispetto ai suoi contemporanei.

Nonostante l’influenza bergsoniana sia stata forte e costante nella formazione del Peguy, l’autore dei “Cahiers” ha preso posizione tenace, nonché denunciato con livore critico il “male del modernismo” soprattutto nella contemporaneità.

Perché “nonostante l’ influenza bergsoniana”? Perché il fenomeno aberrante del modernismo cattolico ha preso piede agli inizi del XX e ad esso ha contribuito notevolmente la fusione tra tomismo e bergsonismo, con l’affermazione del primato del divenire sull’essere e della “prassi” sulla “teoresi”.

Per Peguy il peccato più mortale e devastante del mondo moderno è l’affermazione del primato del denaro; il regno della quantità divora il regno della qualità, la dimensione dell'”avere” divora quella dell'”essere”, la sfera del “negotium” aspira alla totalità, la sfera dell'”otium” si ritira progressivamente (ho impiegato i termini “otium” e “negotium” nel loro significato classico, il primo connota l’attività contemplativa fine a se stessa, la “teoresis”, il secondo la trattativa mercantile).

Il peccato nel mondo moderno si estende a dismisura di pari passo con la diffusione del materialismo radicale e dello scientismo; più si estende il “regno della materia”, più si allarga quello del “peccato”.

Nel mondo moderno il peccato non svolge più semplicemente la funzione di “pittura”, ma ormai quella di ” tintura”. Non “dipinge” soltanto il mondo, non lo caratterizza in maniera superficiale, ma lo “tinge”, lo compenetra in profondità come una cancrena che a tutti i tessuti del corpo si sia estesa; questo risultato, per quanto blasfemo e aberrante non è ancora il male maggiore, che invece consiste nel fatto che il mondo moderno, accecato dall’anelito all'” argent”, a differenza di quello antico, “non vede il bene pur compiendo il male”, in quanto ha obliato la dimensione stessa del “bene”……non si tratta di un mondo caratterizzato da un “cattivo cristianesimo” bensì di un mondo scristianizzato.

Il denaro dunque è il massimo peccato mortale del mondo moderno la cui caratteristica prima è di essere “tutto teso al denaro, tutto in tensione verso il denaro”, l’anelito al​ denaro ha financo contagiato il mondo cristiano, a detrimento della fede e della morale cattolica che vengono sacrificate in nome di un quietismo borghese, di una pace economica e sociale che in alcun modo accettano di essere messe in discussione.

La cifra del mondo moderno non può essere che un crasso materialismo e utilitarismo etico, per cui non si guarda più al vicino come a colui che attende un bene in quanto partecipe di un divino Logos; nel mondo moderno ci si relaziona al prossimo solo nella prospettiva di un “negotium”, l’affare domina di gran lunga sul dono di sè disinteressato, il vicino non è altro che un mezzo o un ostacolo per il perseguimento del proprio utile.

Leggiamo nei “Cahiers”questa riflessione di imperitura profondità:

“Nel mondo moderno non esiste, non regge, non conta alcun potere accanto al potere del denaro, non esiste, non regge, non conta alcuna distinzione in confronto all’abisso che separa i ricchi e i poveri e queste due classi malgrado le apparenze e malgrado il gergo politico e i paroloni di solidarietà, si ignorano come mai nel passato si sono ignorate. In modo infinitamente più grave si ignorano e si misconoscono”.

Nel mondo moderno sono tramontate la Fede e la Speranza, la Carità non ha più spazio alcuno, essendosi tradotta in filantropia a buon mercato.

L’ insegna del mondo moderno è l’atomismo sociale, l’oblio della comunità, della “città”.

Tanto nel mondo medievale, nella comunitaria civiltà medievale, l'”ultimo dei servi apparteneva alla stessa cristianità del re”, nel mondo moderno la miseria non è più cristiana, come non lo è più la ricchezza. Mondo ricco e mondo povero non sono che due strati orizzontali separati da un vuoto e da un’incomunicabilità’ che si sono approfonditi a dismisura.

Il mondo moderno si caratterizza per la falsificazione di concetti per sè nobili , il concetto di” pace” e quello di “tolleranza”; esso ha messo tranquillamente da parte, ha accantonato l’anelito alla pace di Cristo, si accontenta della pace sociale ed economica; pretende la pace sociale e quella economica come alcunché di dovuto e depone ogni sacrificio, dedizione e abnegazione.

La tolleranza si è cangiata in indifferenza, in indifferentismo etico; esso accetta la professione di qualsiasi idea, ad eccezione di quella che rivendichi valenza assoluta e metastorica. I

l modernista, segnatamente il modernista cattolico, da prova di viltà e di camaleontica ambiguità; rinunzia a impugnare la propria professione di Fede per non ledere l’agnostico, per patteggiare un vile compromesso sociale.
Mentre per gli antichi e per i medievali avrebbe dato prova di debolezza, impotenza, falsa eleganza di mondanità, colui che avesse parlato su molteplici o anche semplicemente su “due livelli di linguaggio”, invece l’uomo moderno considera cifra di superiorità e padronanza la capacità di impiegare più “sistemi di linguaggio”; non è che una stolta pretesa di superiorità tipicamente moderna.

L’ indifferentismo etico che appiattisce tutte le ideologie sullo stesso piano (si basa sull’assunto che non vi debba essere la pretesa di pronunziare verità metafisiche per non ledere gli avversari) è una superfetazione della tolleranza, in fondo è un atteggiamento utilitaristico e gretto.

La cifra del mondo moderno infine è il “negotium”, sul piano sociale come su quello spirituale; dialogando con l’agnostico, il cattolico è disposto a rinunciare a professare pubblicamente le verità di fede, intende invece “patteggiare” con lui, far ricorso a molteplici “livelli” o “sistemi” di linguaggio e, comunque, adeguarsi al livello di linguaggio dell’interlocutore agnostico.

Gli è che l’annuncio solenne del cristianesimo, l’Incarnazione, Passione, Morte, Resurrezione del Cristo, non tollera mediazioni, attenuazioni, non è negoziabile; o si accoglie o si rifiuta.

Il dialogo modernista mena alla progressiva consunzione del cristianesimo, essendo il suo epilogo la scristianizzazione della società stessa.

Il nostro scrittore orienta principalmente i propri strali polemici contro i rappresentanti del partito della Sorbona come Fernard Laudet, le cui posizioni “moderniste “vengono smontate con veemente livore critico in un trattato redatto per i Cahiers, “Un nouveau theologien. Monsieur Laudet”.

La tecnica raffinata e dolciastra di attenuare la verità di fede adottata dai modernisti benpensanti è financo più insidiosa per il cattolicesimo, a giudizio di Peguy, dell’attacco frontale diretto da parte degli atei. L’ateismo borghese, criptico, mascherato, reazionario è più pericoloso per la nostra Fede rispetto all’ateismo rivoluzionario.

Secondo Peguy, l’iniziatore del modernismo è Renan, che pur scegliendo come materia della sua storia l’Antica e la Nuova Alleanza, pur cercando di rendere accertabile il fatto cristiano, avrebbe inaugurato una tendenza storicista radicale, volta a storicizzare le verità di Fede, a misconoscere la preminenza dell’avvenimento cristiano, la sua portata salvifica rispetto a qualsiasi altro avvenimento.

Si possono certo avere più riserve critiche nei confronti dello scrittore dei “Cahiers de la Quinzaine”; taluni cattolici, tra fine Ottocento e inizio Novecento, hanno persino messo in discussione l’attendibilità della sua conversione al cattolicesimo; nella sua opera i lampi lirici, lo “slancio mistico” che richiamano​ una costante e fuorviante formazione bergsoniana, l’approccio personale non scevro da tratti di “disubbidienza”, il rifiuto di schemi “dogmatici” , primeggiano sulla consapevole dimensione dell’ appartenenza; è lecito domandarsi fino a che punto egli fosse consapevole che al di fuori della chiesa cattolica istituzionale “Nulla salus est”(è il rimprovero legittimo che il primo Maritain integrista ha mosso al Peguy).

Eppure la lezione del Peguy contro il primato dell'”oro” e del “regno della quantità” che segnano la civiltà moderna, come la sua sferzante critica del”dialogo modernista “suonano di estrema attualità; da questa invettiva antimodernista dovrebbero sentirsi provocati tanti “ecclesiastici” postconciliari, imbevuti di dolciastra filantropia.

Abbiamo seri dubbi che questo avvenga…. buona parte del clero cattolico progressista tende ad ascrivere la teologia peguyana nel proprio percorso; se leggesse con maggiore profondità opere come i “Misteri di Giovanna d’arco” e i”Quaderni “, comprenderebbe la portata della critica che lo scrittore svolge al “dialogo ecumenico”, foriero di dissoluzione e scristianizzazione quali ultimi suoi epiloghi.

Lascia un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.