Sintesi della 587° conferenza di formazione militante a cura della Comunità Antagonista Padana dell’Università Cattolica del Sacro Cuore in Milano, non tenuta in seguito alla chiusura dell’Ateneo causa epidemia di coronavirus. Relatore: Silvio Andreucci (testo raccolto a cura di Piergiorgio Seveso)

Verso chi ha composto il “Genie du christianisme”, la sorte non fu benevola durante la gioventù, essendo la madre spirata in carcere (era stata imprigionata all’età di 62 anni) in un ” luogo oscuro”, in un “giaciglio” su cui era stata relegata da una serie di malanni; cupa angoscia e amarezza destò nel cuore della madre e della sorella (anch’ella morta in prigione) lo smarrimento esistenziale di René, la sua distanza dal cristianesimo; peraltro,fu proprio quella lettera contenente i” voti della madre” consegnata dalla sorella prima della morte a orientare René alla riscoperta della fede cristiana.”

Mia sorella m ‘invio’ i voti di mia madre; ma quando la lettera mi giunse al di là del mare mia sorella stessa era morta in seguito alla prigionia. Queste due voci uscite dalla tomba, questa voce che serviva di interprete alla morte, mi hanno colpito. Sono diventato cristiano. Io non ho affatto ceduto, lo confesso, a delle grandi luci soprannaturali: la mia convinzione è uscita dal cuore”(dalla prefazione al” Genio del Cristianesimo”).

Come ha sostenuto molto bene Gianfreda Marconi nel suo profilo dedicato a Chateaubriand in “Prospettive e problemi di una filosofia tradizionalista”, il “Genio” è stato in qualche modo un”mausoleo eretto alla memoria della madre”

Pur avendo aderito in gioventù alle idee giacobine e libertarie, René Chateaubriand avvertirà di non poter trovare una risposta al problema del male, della sofferenza, delle sue stesse vicissitudini dolorose nell’astratta dottrina dei “philosophes” verso cui per un tempo aveva provato entusiasmo; l’illuminismo, proclamando gli universali diritti dell’uomo, si ” rivolge” alla natura umana in astratto, all'” umanità cosmopolita”, ma in alcun modo può offrire soluzioni al dramma esistenziale del singolo.

René passò dall’iniziale entusiasmo per la “filosofia dei lumi”, al vero e proprio disgusto, alla luce anche degli avvenimenti che avevano interessato la nazione francese: l’originaria carica filantropica della

“filosofia dei lumi” si era pervertita in potenza deleteria e sovversiva della tradizione.

Invero René, scavando nell’intimo della propria coscienza, trovò risposta al proprio dramma nel cristianesimo, è d’ uopo peraltro aggiungere che egli, spirito lirico e creativo, dovette ben presto riscontrare mancanza di compatibilità con i sistemi astratti , segnatamente con l’illuminismo filosofico.

A ragione l’opera principale del Chateaubriand, “Il genio del cristianesimo”, è stata definita la “Bibbia del romanticismo”, perché egli nel delicato periodo di trapasso dall’illuminismo al romanticismo, diede forma a quell’umanità che il protoromanticismo stava riscoprendo; contro l’individualismo disgregante, contro l’ umanità astratta, apolide, cosmopolita, esso cominciava a riscoprire la comunità, perno facente sul patrimonio comune storico e sulla tradizione cattolica.

Il cosiddetto tradizionalismo, cui René ha dato decisivo impulso, è ritorno alla tradizione e riscoperta di valori; di fronte ai mali pubblici che la “filosofia della rivoluzione” aveva perpetrato, pur mostrando volto filantropico, l’artista cui la Bretagna aveva dato i natali nel 1768, rivalorizzò tutta una serie di atti di devozione che purtroppo durante la temperie del Terrore erano stati segreti; soltanto l’ idea cristiana avrebbe potuto svolgere utile funzione sociale , sconfiggere atomismo, sovversione, disgregazione, permeare una comunità organica.

L’ artista di Saint Malo presto mostrò inclinazione per la lirica, costantemente anelò all'”esperienza filosofica”, ma nulla fu più estraneo alla sua indole dell’astratta speculazione, del sistema di concetti conchiuso e, a ragione, ancora una volta con la dottoressa Gianfreda Marconi si potrebbe definirlo al massimo un “temperamento filosofico”, giammai un “pensatore”.

Per l’artista di Saint Malo, come per lo Jacobi, l’empirismo filosofico (con tutti i suoi limiti) aveva certamente un tratto positivo di cui il razionalismo illuminista e l’ intellettualismo moderno erano scevri: la possibilità per la percezione di stabilire un’ empatia con il dato naturale, ciò che l’intelletto, organo del pensiero razionalista del 600′, era impossibilitato. Anche Rousseau viene decisamente collocato dal Chateaubriand nella temperie romantica e non più illuminista.

Riconobbe al filosofo ginevrino un indiscusso genio per la dignità accordata al sentimento contro l’astratta speculazione, soprattutto per l'”aspirazione al primato ideale e la vocazione a farsi iniziatore di un mondo nuovo”(Gianfreda Marconi).

Certo, al ginevrino non furono risparmiate critiche severe, in particolare il fatto di “essere passato ad occhi chiusi davanti al Vangelo di Gesù Cristo”.

Egli era un “cristiano a metà”, ma in ogni caso il romanticismo avrebbe potuto inverare il sentimento religioso del Rousseau per impostare la propria apologetica del cattolicesimo.

Il semplicismo e l’astratto universalismo illuminista hanno fallito il proprio compito di fronte alla complessità dei problemi dello spirito; tra fine 700′ e inizio 800′ René Chateaubriand e molti suoi concittadini compresero l’ impotenza della ragione illuminista ” misura ” di tutte le cose , riscoprendo la religione degli avi; per l’artista bretone autori come Fenelon, Bossuet, Rousseau sono stati importanti punti di riferimento per la restaurazione del cattolicesimo in una temperie in cui in Italia, a partire da percorsi differenti,i principali apologeti della verità cattolica contro sensismo e materialismo illuminista furono, tra poche luci e moltissime ombre, Rosmini, Gioberti, Manzoni e persino il modernista Fogazzaro.

René Chateaubriand era convinto di non aver incontrato illuminazioni soprannaturali, bensì di aver avvertito una profonda convinzione nel fondo del cuore che l’aveva condotto alla conversione, analogamente al Rousseau che aveva insegnato a”mantenere sempre il proprio cuore nella disposizione che Dio esista per non dubitarne mai”.

Certamente Chateaubriand incontra il cattolicesimo a partire da intuizioni analoghe a quelle contenute nell’opera del Kant più”prossimo al romanticismo” , “la Critica del giudizio”, nelle sue formulazioni non vi è pressoché nulla del rigore che permea la metafisica razionale tomista.

A partire dalla bellezza affascinante dell’universo, Chateaubriand argomenta che tale splendore sia divino e che la religione cattolica abbia la funzione di contribuire al profondo rinnovamento delle arti, delle lettere , dell’intera società.

L’ artista bretone tanto è interessato all’intrinseca bellezza e funzione di rinnovamento sociale del cattolicesimo, quale compimento ed evoluzione di una primordiale religione naturale a tutti accessibile, quanto non pare coinvolto dalla problematica della verità del cattolicesimo stesso.

Il suo atteggiamento è non già dogmatico, bensì “pragmatico”.

La Francia, devastata dalle orde giacobine sovversive, necessitava di una profonda rigenerazione spirituale possibile solo nella forma di una restaurazione dei valori cristiani. A giudizio di René soltanto la religione cattolica esprime la bellezza e i valori etici in maniera massima, infatti”la grande prospettiva da cogliere nella storia moderna è il cambiamento che il cristianesimo ha operato nell’ordine sociale; dando nuove basi alla morale ha modificato il carattere delle nazioni e creato nell’Europa degli uomini completamente diversi dagli antichi, per opinioni, governi, costumi, usi, scienze e arti”(V.Giraud,le christianisme de Chateaubriand). nell’opera di René il cattolicesimo è fatto oggetto di vera e propria trasfigurazione poetica.

Approssimandomi alla fase conclusiva del mio rapporto, ritengo opportuno rimarcare che la rigenerazione cattolica auspicata con passione e sincerità indiscutibile da Chateaubriand è dettata in prima analisi da moventi psicologici e sociologici, l'” Esprit de  finesse” di pascaliana memoria trionfa decisamente sul rigore dimostrativo, in definitiva a ragione l artista bretone è stato definito un cattolico pragmatico piuttosto che dogmatico; è l’esito necessario di un’ impostazione filosofica che valorizza decisamente il potere trasfigurante del sentimento e dell’intuizione lirica, mentre diffida di ogni “sistema concettuale conchiuso”.Non deve dunque stupire la costante deficienza di interesse del Chateaubriand per le formulazioni dogmatiche, per il”chiuso dogma”.

Se le”Genie di Christianisme” ha riscosso da subito molta fama perché rispondeva alle aspettative di rigenerazione morale e spirituale dell’anima francese, nondimeno mi sembra giusto rilevarne anche alcune implicazioni eterodosse. ponendo unilateralmente l’accento sul movente lirico-psicologico e su quello sociologico (la restaurazione cattolica come garanzia di conservazione sociale) , rinunciando al rigore dimostrativo della metafisica razionale, la prospettiva di quest’opera non ha forse implicazioni fideistiche? Non è forse permeata da una confusione tra eternità o metatemporalita’ della verità cattolica e sua realizzazione temporale in un preciso assetto sociale ?

Inoltre… dato che la conversione al cristianesimo è stimolata da un’interiore ebbrezza sentimentale e non già dal lume della Grazia soprannaturale…allora come stabilire il confine tra ” natura” e ” sopranatura”? 

La costatazione di questi chiaroscuri nulla toglie alla sincera pietas cattolica di uno dei più grandi artisti del Romanticismo; è importante leggere e approfondire “le Genie du christianisme” per le forti implicazioni etiche che detta opera contiene; non si tratta di farne un’ apologetica eroizzante, ma con Chateaubriand e con molti romantici cattolici tradizionali possiamo decostruire molte menzogne della storiografia laicista contro la storia della Chiesa, recuperando ad esempio una valutazione oggettiva della Santa Inquisizione, del medioevo come “società christiana” per eccellenza che il cattolicesimo ultramontano ha provato a riportare in auge , ed anche dell’epoca dell'”ancien regime”.

Infine si deve assolutamente concordare con Chateaubriand e con tutti i tradizionalisti cattolici dell’800′ sul carattere demoniaco e sovversivo della rivoluzione francese che, sub specie filantropica, si è di fatto rivelata un mostro distruttore di ogni autorità, divina e umana.