Fine della globalizzazione economica e (forse) di quella teologica

di Padre Serafino Lanzetta FFI

dal canale Youtube di p. Lanzetta

Fonte: Chiesa e post concilio

Diversi commenti in questi giorni mettono in evidenza la fine della globalizzazione causata dagli effetti del COVID-19, esploso improvvisamente così da trovare impreparati molti. Ciò che è sotto gli occhi di tutti è il limite che il virus ha posto a una società senza limiti e particolarmente alla globalizzazione economica, cioè a quel modo sempre più libertario di puntare al libero mercato più che a un mercato rispettoso delle giuste ed eque condizioni di mercato; un mercato che mira a far crescere la domanda in modo esponenziale e consumistico, prima che favorire la qualità (morale) dell’offerta. Si è generato con il tempo un conflitto del mercato con lo Stato, ma ancor prima dello Stato con una visione naturale dell’uomo e della famiglia come centro vitale della società. Se lo Stato si separa dalla famiglia non riconoscendo più il principio di sussidiarietà e se addirittura la famiglia viene equiparata ad altri modelli di libera convivenza, è ovvio che il mercato si separa dallo Stato e lo metta in qualche modo sotto accusa. Proprio questa globalizzazione ora è saltata: sia l’economia che lo Stato sono in crisi nel far fronte all’emergenza pandemica.

I mercati sono caduti a picco. L’Unione Europea ha dato prova della sua inefficienza difronte al dramma dell’emergenza sanitaria. Eppure la tecnologia (una tecnica applicata) che muove l’economia e che è la vera anima del processo globalizzante resta salda. Anzi sarà l’unica a dettare nuovamente le leggi della ripresa economica dopo che il virus sarà stato sconfitto e si sarà forse tornati alla normalità, se ovviamente si continuerà a pensare in modo globalista, assoggettando l’economia (e ogni aspetto della vita umana) alla tecnica e facendo di quest’ultima il vero coefficiente della libertà assoluta. Si può in fondo dominare la tecnica? A giudizio di alcuni no, perché ci si troverebbe di fronte a una sorta di divinità. Si tratta invero di attribuirle il suo scopo. C’è un passaggio dell’Enciclica sociale Caritas in veritate che fa per il nostro caso:

«Lo sviluppo tecnologico può indurre l’idea dell’autosufficienza della tecnica stessa quando l’uomo, interrogandosi solo sul come, non considera i tanti perché dai quali è spinto ad agire. È per questo che la tecnica assume un volto ambiguo. Nata dalla creatività umana quale strumento della libertà della persona, essa può essere intesa come elemento di libertà assoluta, quella libertà che vuole prescindere dai limiti che le cose portano in sé. Il processo di globalizzazione potrebbe sostituire le ideologie con la tecnica, divenuta essa stessa un potere ideologico, che esporrebbe l’umanità al rischio di trovarsi rinchiusa dentro un a priori dal quale non potrebbe uscire per incontrare l’essere e la verità. In tal caso, noi tutti conosceremmo, valuteremmo e decideremmo le situazioni della nostra vita dall’interno di un orizzonte culturale tecnocratico, a cui apparterremmo strutturalmente, senza mai poter trovare un senso che non sia da noi prodotto» (n. 70).

Questo è un elemento su cui riflettere attentamente. Vogliamo dipendere ancora dalla tecnica o invece desideriamo ripartire da un centro vitale che è la verità della persona umana, senza dover unicamente rispondere alla domanda circa la funzionalità delle cose? Se l’uomo è una semplice cosa che risponde al com’è e non al cos’è, le cose, tutte le altre cose, diventano persone con diritti e (sempre meno) doveri. Bisogna rispettare la gerarchia del creato: la natura, l’uomo e Dio. La natura è per l’uomo e l’uomo per Dio. Quando si ignora questa gerarchia, o si assolutizza la natura o si assolutizza l’uomo. Cioè, o si fa della natura una divinità in sé, presto però sostituita dalla tecnica che appunto palesa il potere della natura, o si fa dell’uomo un essere divino con un potere tecnocratico enorme, capace di controllare le cose fino a stabilirne la loro verità. O si assoggetta la natura all’uomo, manipolabile perfino oltre se stessa (si pensi alla teoria del gender) o l’uomo alla natura, come accade con l’ideologia ecologista, ultimamente abbracciata anche nella Chiesa. In entrambi i casi manca Dio. Si fa presto a criticare il Cristianesimo (come nell’analisi del filosofo Umberto Galimberti, discepolo di Emanuele Severino) per aver addomesticato la creazione ponendo l’uomo al di sopra di tutte le cose create e quindi mettendo nelle sue mani il potere della tecnica per il domino su tutto. L’uomo, in realtà, è “custode del creato” in quanto figlio di Dio, in quanto cioè chiamato a ricondurre tutte le cose al loro fine ultimo: Dio e la vita eterna in Lui. È dall’esclusione di Dio quale Creatore e Signore delle cose che nasce il domino della tecnica sulla creazione e della subordinazione della vita sociale al mercato globalista.

La pandemia causata dal Coronavirus ci dice che non è la tecnica che controlla la natura e la vita dell’uomo (sia nell’accezione di natura subordinata all’uomo sia di uomo subordinato alla natura), ma che ci sono dei fattori, oltre la natura e prima di ogni tecnica, che possono determinare anche fatalmente la vita dell’uomo. Quest’ultima non è un ammasso di materia inerte da controllare, ma soprattutto una dimensione spirituale che sfugge al controllo, il regno della libertà e della verità. Il virus infatti è analogo a ciò che è di natura spirituale: non si vede, ha un’origine ancora ignota, eppure determina ciò che è fondamentale, la vita stessa. La tecnica in questo caso viene dopo, rincorre il virus cercando di distruggerlo. Prima c’è la vita e poi le cose della vita.

Ma c’è un’altra globalizzazione a cui vorrei accennare in questo mio intervento, quella di tipo religioso che esporta il sincretismo e livella ogni differenza, fino al punto di rendere inutile il discorso sulla religione vera. Sembra che anche in ambito cattolico negli ultimi anni si stia favorendo questo tipo di globalizzazione religiosa che ha la sua radice ultima in una “globalizzazione teologica”. La libertà religiosa diventa un pretesto per giustificare la fede e la credenza di ognuno all’interno della società, in cui, mentre si livellano le differenze (a cui però resistono il fondamentalismo e il nichilismo), si porrebbe gli uni accanto agli altri in modo irreversibile. Così facendo si porrebbe il fondamento ultimo per una società più umana – in realtà più globalizzata – che può aspirare finalmente a risolvere il problema del conflitto religioso per inverarsi in ciò che è al di sopra della religione: l’unità e la fraternità dei popoli. Neanche E. Schillebeeckx con il suo concetto di «Chiesa come sacramento del dialogo» avrebbe aspirato a tanto. Non si può strumentalizzare la libertà religiosa e questa non può essere rinuncia alla vera libertà nell’adorazione di Dio, dell’unico vero Dio. La religione non è un ostacolo alla libertà ma il suo fondamento. È un caso che il Coronavirus, fortemente antiglobalista, faccia saltare con molta probabilità il prossimo meeting mondiale di maggio, organizzato da Papa Francesco per «ricostruire il patto educativo globale»? Un naturale prosieguo del Documento di Abu Dhabi del 4 febbraio 2019 sulla «fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune» [vedi].

Questa visione religiosa che supera la religione e mette da parte l’evangelizzazione (come il mercato supera in qualche modo la stessa economia) ha un suo centro in una visione globalizzante della teologia e dei principi che animano la fede. Da un po’ a questa parte la visione teologica cattolica, abbracciata da molti che hanno posizione di comando, ha provato prima a superare i confini tra Rivelazione divina e pensiero speculativo e poi tra dottrina e pastorale. Si tratta di un vero sconfinamento dell’uomo e del suo pensiero soggettivo nella struttura dogmatica della Chiesa, giustificato con un approccio definito “pastorale”. Si noti però un uso della pastorale che assomiglia molto a quello della tecnica, vero motore della globalizzazione economica e difatti suo fine, pur rimanendo dimessa e muovendo gli ingranaggi da dietro le quinte. Con un approccio più pastorale, si è consentito di riscrivere le norme del processo canonico di nullità matrimoniale, di dare la comunione ai divorziati risposati, di trasformare la Chiesa in una piazza del dialogo con ripetuti sinodi che assomigliavano più a un Parlamento che a un’assise ecclesiale ed ecclesiologica. L’elenco potrebbe continuare. Il rischio è che la Chiesa si metta al traino della società globalizzata e più che evangelizzare la globalizzazione, traendone vantaggi notevoli per diffondere il Vangelo, ne acquisisca le regole tecniche che però non salvano. Basta poi un virus, il veleno di un solo peccato, per manifestarne la debolezza.

La società non sarà più la stessa dopo il Coronavirus. Con molta probabilità ci sarà una svolta ancora più sovranista in Europa. Cosa accadrà alla Chiesa però non è di facile previsione. Si tratta in fondo di abbandonare una visione ideologica, giustificata con tanto di fede e di teologia, che i fautori della società libera e uguale avevano escogitato nel lontano 1968. La stura però si ebbe nel 1989, quando dalle macerie del Comunismo si ergeva vittorioso il Marxismo divenendo globalista, esportando nei luoghi dove era fallito non più slogan come “lavoratori di tutto il mondo unitevi”, ma “diritti per tutti” e a tutti i costi. Così l’utopia comunista si realizzava sul piano individuale e non più collettivo e trovava il suo campo fertile nelle società dei consumi e dei desideri. Il dialogo con questo neo-capitalismo individualista ci ha trovati finora impreparati, quando non ci ha addirittura sedotto. Lo sarà anche nel dopo-Coronavirus? Molto dipenderà da una lettura sapiente e umile di questo momento.

Un commento a "Fine della globalizzazione economica e (forse) di quella teologica"

  1. #Martino Mora   16 Aprile 2020 at 1:22 pm

    Condivido quasi tutte le profonde riflessioni di padre Lanzetta.
    Ma avrei molto da obiettare sull’ultima, per la quale nel 1989 avrebbe vinto il “marxismo” (io invece credevo che avesse vinto la “società aperta” sorosiana) e “Così l’utopia comunista si realizzava sul piano individuale e non più collettivo e trovava il suo campo fertile nelle società dei consumi e dei desideri”. Società dei consumi che esisteva già da decenni, prima negli Usa e poi in Europa.

    L’utopia comunista sul piano individuale non è più comunista. E’ liberale. O, se vogliamo, “liberal”. Comunismo, fascismo, nazismo, sono regimi del passato. I “liberal” non sono comunisti. La plutocrazia non è comunista. Semmai ultracapitalista. E paramassonica.
    Vedere ancora “comunisti” dappertutto non aiuta. E lo dico non certo per rivalutare un regime omicida e anticristiano, ma perchè continuare a giudicare con gli schemi del passato è invalidante.
    Tutto questo ai miei occhi non inficia le altre profonde riflessioni contenute nell’articolo.

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