Da fsspx.news riprendiamo un interessante articolo che evidenzia le ambiguità e l’attitudine multiforme e camaleontica di Angelo Giuseppe Roncalli, Giovanni XXIII, colui che diede avvio alla rivoluzione in cappa e tiara che ancora oggi la Chiesa Romana e i suoi figli fedeli subiscono.

Dopo la morte di Pio XII il 9 ottobre 1958, le voci dei conclavisti caddero su Angelo Giuseppe Roncalli, cardinale patriarca di Venezia, ex nunzio apostolico in Francia. Aveva 76 anni e prese il nome di Giovanni XXIII.

L’elezione di papa Roncalli sembrò essere un compromesso e una transizione. Come spesso accade durante i conclavi, ci furono molte negoziazioni dietro le quinte. Sono ben raccontate da Peter Hebblethwaite [1], uno dei migliori biografi di Giovanni XXIII.

Un papa annunciato

Si scoprì che il cardinale Roncalli era ben consapevole della sua probabile elezione quando entrò nel conclave. Inoltre, vi aveva lavorato attivamente. Il suo biografo scrive questo delizioso passaggio: “Più tardi, Roncalli potrà scrivere di aver accettato l’onore e l’onere del pontificato: ‘con la gioia di poter dire che non ho fatto nulla per attrarlo, proprio niente; al contrario, mi sono sforzato attentamente e coscienziosamente di non fornire da parte mia alcun argomento a mio favore’ (Diario, p. 503). Non abbiamo motivo di dubitare della sincerità di Papa Giovanni. Ma egli stesso applica queste osservazioni solo al conclave vero e proprio. Nel periodo precedente al conclave, è attivo come chiunque altro” [2].
La persuasione di essere eletto era evidente nell’intervista rilasciata a Giulio Andreotti, giornalista e statista, il giorno prima di entrare in conclave. Il politico era allora Ministro del tesoro. Alla fine di questa intervista, Andreotti era convinto di aver appena parlato con il prossimo papa, tanto che telefonò immediatamente alla redazione della sua recensione, Concretezza, chiedendo di mettere in copertina solo fotografia di Angelo Roncalli. Non si sbagliava.

Un papa di transizione intraprendente

Il cardinale Roncalli è stato eletto papa perché sembrava il candidato ideale per garantire una transizione. Sufficientemente vecchio per non rimanere sul trono di Pietro troppo a lungo – infatti regnerà meno di 5 anni – non era considerato né progressista né conservatore. Un uomo neutrale che avrebbe potuto favorire il candidato dell’ala riformatrice, l’arcivescovo di Milano: Giovanni Battista Montini. Quest’ultimo non era un cardinale al momento ed era improbabile che fosse eletto.
Ma colui che doveva solo tenere la barca di Pietro fino alle prossime elezioni, si sarebbe dimostrato molto intraprendente. Eletto il 28 ottobre 1958, annunciò con sorpresa di tutti, tre mesi dopo, il 25 gennaio 1959, la sua intenzione di convocare un Concilio generale o ecumenico. Annunciò anche lo svolgimento di un sinodo per la diocesi di Roma, che si sarebbe tenuto l’anno successivo.

La Costituzione Veterum sapientia

Il 22 febbraio 1962, l’anno stesso dell’apertura del Concilio, Papa Giovanni XXIII promulgò la costituzione apostolica Veterum sapientia “sull’uso della lingua latina”. Fornisce un caso di studio per illustrare come il tumulto conciliare spazzò via violentemente, da un giorno all’altro, le tradizioni più venerabili della Chiesa latina.
In questa costituzione, Papa Giovanni XXIII inizia lodando molto la lingua latina. Dopo aver mostrato il contributo della letteratura antica alla preparazione provvidenziale del Vangelo, aggiunge: “Nel mezzo di questa varietà di lingue, ce n’è una che supera le altre, quella che, nata nel Lazio, è poi divenuta uno strumento ammirevole per la diffusione del cristianesimo in Occidente. Non è senza una disposizione della divina provvidenza che questa lingua, che per molti secoli aveva unito una vasta federazione di popoli sotto l’autorità dell’Impero Romano, sia divenuta la lingua propria della Sede Apostolica, e che, trasmessa ai posteri, costituì uno stretto legame di unità tra i popoli cristiani d’Europa”.
Questo è il motivo per cui “la Sede Apostolica si è sempre gelosamente curata di mantenere il latino, e ha sempre considerato che questo splendido indumento della dottrina celeste e delle sante leggi fosse degno di essere usato nell’esercizio del suo magistero, e doveva anche essere usato dai suoi ministri”.
Il Papa continua a elencare e spiegare le tre qualità che danno al latino la sua preminenza: “la Chiesa, che raggruppa tutte le nazioni, che è destinata a vivere fino alla consumazione dei secoli … ha bisogno per sua stessa natura di un linguaggio universale, definitivamente fissato, che non sia un linguaggio volgare”.
Linguaggio universale per comunicare con tutti i popoli; linguaggio immutabile, per esprimere e fissare precisamente la verità cattolica; linguaggio nobile, perché è quello della Chiesa cattolica, fondata da Cristo. Questo è il motivo per cui “il latino, che possiamo giustamente descrivere come la lingua cattolica (…), deve essere considerato come un tesoro … a un prezzo inestimabile e come una porta che consente a tutti di avere accesso diretto alle verità cristiane trasmesse dai tempi antichi e ai documenti dell’insegnamento della Chiesa; è infine un legame prezioso che collega in modo eccellente la Chiesa di oggi con quella di ieri e con quella di domani”.
Questo è il motivo per cui Giovanni XXIII mise in atto misure “in modo che l’uso antico e ininterrotto della lingua latina sia pienamente mantenuto e ripristinato laddove fosse quasi caduto in disuso”. Le dettaglia in otto punti:
Rispetto scrupoloso di queste regole nelle case di formazione. Il divieto di scrivere contro l’uso della lingua latina “o nell’insegnamento delle scienze sacre o nella liturgia”. L’obbligo di imparare il latino seriamente prima di iniziare gli studi ecclesiastici. La ripresa degli studi latini nei seminari che l’avessero più o meno abbandonato. L’obbligo di insegnare il latino nei seminari e nelle università cattoliche. La creazione di un’Accademia di lingua latina per garantire il progresso del latino, soprattutto adattando i termini nuovi apparsi in lingue volgari. La necessità dell’insegnamento del greco – a cui il latino è strettamente collegato – nelle scuole cattoliche, dalle classi inferiori. La composizione da parte della congregazione di seminari e università di un programma latino, che potesse essere adattato alle varie situazioni nella Chiesa universale.
Il documento conclude solennemente: “Vogliamo e ordiniamo, per nostra autorità apostolica, che tutto ciò che abbiamo stabilito, decretato e ordinato in questa Costituzione rimanga definitivamente fermo e stabile, nonostante tutte le cose contrarie, anche degno di menzione particolare”.
Il teologo Romano Amerio riferisce: “Il Papa attribuiva un’importanza molto speciale a questo documento. Lo ha promulgato a San Pietro, alla presenza dei cardinali e di tutto il clero romano, una solennità che non ha eguali nella storia del Novecento” [3]. Il Papa appose la sua firma sulla costituzione apostolica sull’altare della confessione di San Pietro.

Con quale risultato?

Questo testo, accolto dai veri “romani”, non avrà futuro. Romano Amerio riassume ciò che è accaduto: “La riforma degli studi ecclesiastici ha incontrato l’opposizione di varie parti, specialmente da parte tedesca (…); perciò fu annientata in pochissimo tempo. Il Papa, che all’inizio aveva insistito, ordinò di non esigerne l’esecuzione” [4].
Tutti quelli che dovevano attuare le disposizioni del testo fecero lo stesso e la costituzione apostolica Veterum sapientia fu presto dimenticata. Il Concilio Vaticano II non lo menziona nemmeno una volta, anche quando si tratta dell’apprendimento del latino durante gli studi ecclesiastici nel Decreto Optatam sulla formazione dei sacerdoti (n. 13), che fa riferimento a un testo di Paolo VI. La costituzione sulla liturgia non dice nemmeno una parola a riguardo.
Romano Amerio può così concludere: “Non c’è altro esempio in tutta la storia della Chiesa di un documento così solenne, e immediatamente gettato alle Gemonie”. Questo fatto iconico aiuta a comprendere le premesse del dramma che sta avvenendo in Vaticano dopo la decisione di convocare il Concilio. Preparato in modo esemplare per due anni, sarà sabotato, su istigazione di alcuni cardinali e con il consenso esplicito del Papa. Pertanto, ad eccezione di uno, tutti gli schemi preparati per il Concilio furono respinti, così come era stata sepolta la costituzione apostolica sul latino.


(Fonti: Hebblethwaite/Amerio – FSSPX.Actualités – 25/04/2020)


[1] Peter Hebblethwaite, Jean XXIII, Le pape du concile, Bayard, 2000.
[2] Hebblethwaite, p. 302.
[3] Romano Amerio, Iota Unum, NEL, 1987, p. 56.
[4] Ibid., p. 58.