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Questa enciclica è una delle più lunghe della storia della Santa Sede. Rappresenta una vera “somma” liturgica e Pio XII affronta tutti gli aspetti legati al culto della Chiesa.
Il testo papale data del 20 novembre 1947. La sua lunghezza segna l’importanza dell’argomento, ma anche le preoccupazioni di Pio XII e i vari obiettivi che persegue. Possiamo così distinguere diversi aspetti.

Un insegnamento approfondito sulla liturgia

Come spesso durante il suo pontificato, Papa Pio XII vuole rispondere alle difficoltà del suo tempo ricorrendo al suo magistero supremo. Il Papa era ben consapevole delle questioni sollevate, in particolare in Francia, Belgio e Germania, dagli sviluppi del movimento liturgico. Il modo migliore per correggere gli errori era affermare la Verità in modo chiaro e deciso. Questo è ciò che Pio XII affronta in questa enciclica.
Il piano del testo rivela la sua ampia e profonda conoscenza dell’argomento. Vi sono affrontati tutti gli aspetti della liturgia .
L’introduzione ci ricorda che Gesù Cristo è il Sommo Sacerdote della nuova legge e l’offerta che ha fatto di sé stesso per la salvezza del mondo. Il suo sacerdozio continua nella Chiesa che rinnova il sacrificio di Cristo attraverso le mani dei sacerdoti. La liturgia è interamente incentrata su questo sacrificio.
Nella prima parte, Papa Pio XII spiega la natura e l’origine della liturgia. È un dovere fondamentale dei singoli e delle società quello di onorare pubblicamente Dio. Questo culto di Dio è lo stesso che Cristo ha compiuto sulla terra, che continua in Cielo e con la quale la Chiesa è unita. Da qui questa famosa definizione della liturgia:
“La sacra Liturgia è pertanto il culto pubblico che il nostro Redentore rende al Padre, come Capo della Chiesa, ed è il culto che la società dei fedeli rende al suo Capo e, per mezzo di Lui, all’Eterno Padre: è, per dirla in breve, il culto integrale del Corpo mistico di Gesù Cristo, cioè del Capo e delle sue membra”.
Il Papa ricorda che questo culto deve essere esteriore ma anche e soprattutto interiore. Un culto puramente esteriore sarebbe farisaismo e un culto puramente interiore occulterebbe la sua dimensione pubblica. Questo culto esterno deve essere regolato dalla gerarchia della Chiesa, dal Papa e dai vescovi, che soli hanno il potere di regolamentarlo. Pio XII ricorda anche le sane leggi dello sviluppo liturgico.
La seconda parte dell’enciclica tratta del culto eucaristico, il fulcro dell’intera liturgia della Chiesa. Il Papa coglie l’occasione per ricordare la natura del sacrificio eucaristico, un vero rinnovamento del sacrificio della Croce, perché il sacerdote, la vittima e il fine sono identici. È compiuto solo dal sacerdote, ma i fedeli devono parteciparvi, nei rispettivi ruoli.
Le spiegazioni fornite da Pio XII sono chiare ed essenziali, perché rispondono alle deviazioni che stavano allora emergendo sulla natura del sacerdozio dei fedeli e che si imposero col Concilio Vaticano II. Spiega che i fedeli, in unione con il sacerdote e il Cristo che rappresenta, offrono certamente il sacrificio liturgico, ma la loro azione non è sullo stesso livello di quella del sacerdote. Insiste anche sul fatto che i fedeli debbano offrirsi come vittime, purificando le loro anime e riproducendo in loro l’immagine di Gesù Cristo. Il consiglio pratico che offre in questo luogo è pieno di saggezza e prudenza, ma sarà spazzato via dalla raffica conciliare.
Questa parte termina con la comunione e l’adorazione della Santa Eucaristia.
Nella terza parte, l’enciclica considera l’Ufficio divino, vale a dire la preghiera di lode che la Chiesa offre continuamente a Dio attraverso i religiosi e le religiose. In altre parole, di tutti coloro che sono ufficialmente incaricati dalla Chiesa di eseguire questa preghiera liturgica, le cui parti si trovano nel breviario.
Questa preghiera dell’Ufficio divino è antica quanto la Chiesa stessa; succedette al culto della Sinagoga. Gli apostoli la praticavano già e fu gradualmente codificata. L’Ufficio divino è quindi la continuazione della preghiera stessa di Cristo qui sulla terra. La Chiesa militante si unisce così alla Chiesa trionfante per dare gloria, onore e lode a Dio, in unione con Cristo, Capo di tutta la Chiesa.
L’enciclica aggiunge considerazioni sul ciclo liturgico che svolge, nell’arco di un anno, di tutti i misteri del Verbo incarnato, dalla prima domenica di Avvento all’ultima domenica dopo Pentecoste. A ciò si aggiungono le varie feste dei santi che costellano il ciclo temporale.
Infine, in una quarta parte, Papa Pio XII dà alcune direttive pastorali sulle forme di pietà non strettamente liturgiche, nonché sullo spirito liturgico e sull’apostolato. Così, dalla teologia alle arti, considerando anche le devozioni, nessuno dei campi relativi alla liturgia è omesso. Questo è il motivo per cui possiamo parlare di una vera somma o sintesi liturgica.

Allontanare e condannare gli errori

Ma l’enciclica mira anche esplicitamente a denunciare e condannare gli errori che circolavano in quel momento. Il Papa li ha denunciati all’inizio in generale, dicendo che alcuni “frappongono spesso principi che, o in teoria o in pratica, compromettono questa santissima causa” della liturgia e talvolta la contaminano con errori. Questi sono discussi in tutto il documento.
Il primo errore consiste nel diminuire il valore della pietà soggettiva, vale a dire non tenere sufficientemente conto della buona disposizione delle anime per beneficiare della liturgia. Si trasformò poi in disprezzo della pietà non liturgica. Questo disprezzo si manifestò nell’incomprensione della vera partecipazione liturgica, sovvertita dalla famosa partecipazione “attiva” e obbligatoria che avrebbe allontanato i fedeli dalle chiese dopo il Vaticano II.
Papa Pio XII condanna inoltre “il temerario ardimento di coloro che di proposito introducono nuove consuetudini liturgiche o fanno rivivere riti già caduti in disuso e che non concordano con le leggi e le rubriche vigenti”, e in particolare “chi usa la lingua volgare nella celebrazione del Sacrificio Eucaristico, chi trasferisce ad altri tempi feste fissate già per ponderate ragioni; chi esclude dai legittimi libri della preghiera pubblica gli scritti del Vecchio Testamento, reputandoli poco adatti ed opportuni per i nostri tempi”. Questi sono in particolare i passaggi in cui il Dio terribile si riserva la vendetta contro i malvagi.
Il Papa aggiunge che “si devono giudicare gli sforzi di alcuni per ripristinare certi antichi riti e Cerimonie”. Il motivo è che questi riti scomparsi non possono, per la loro antichità, essere considerati più adatti e migliori. Inoltre, i riti più recenti “sono rispettabili, poiché sono sorti per influsso dello Spirito Santo”. È la condanna dell’archeologismo che sarà alla moda durante il Concilio e dopo. Il Papa sviluppa lungamente questo argomento.
Un altro errore viene anche rifiutato, quello che tende ad abbassare il sacerdozio del sacerdote o, al contrario, ad esaltare il sacerdozio comune dei fedeli. Il Papa ricorda che è “assolutamente necessario” per i vescovi chiarire ai fedeli la differenza radicale tra il sacerdozio ordinato che compie il sacrificio e la partecipazione dei fedeli al sacrificio eucaristico in virtù del loro battesimo.
Il Papa condanna coloro che “sostengono…che solo il popolo gode di una vera potestà sacerdotale, mentre il sacerdote agisce unicamente per ufficio concessogli dalla comunità”. Alcuni arrivano al punto di parlare di concelebrazione – come ha fatto Jungmann. Insiste ancora con forza su questo ruolo del sacerdote “ministro di Cristo, a Lui inferiore, ma superiore al popolo”. Termina così: “Il popolo invece, non rappresentando per nessun motivo la persona del Divin Redentore, né essendo mediatore tra sé e Dio, non può in nessun modo godere di poteri sacerdotali”.
In questa linea, condanna coloro che rifiutano le messe private e non assistite. Messe come questa sono celebrate da tutta la Chiesa, indipendentemente dalla presenza dei fedeli. Questo errore tornerà con forza anche dopo il Concilio. Pone inoltre le basi della concelebrazione.
Un ultimo errore viene infine respinto, quello che pretende di separare il Cristo storico dal Cristo liturgico o addirittura pneumatico e glorificato. Questa distinzione è gravemente imperfetta. Nega che il Cristo presente nella Santa Eucaristia sia identico a quello che si è incarnato, ha vissuto in mezzo a noi, è morto, è risorto ed è salito in cielo. Non ci può essere distinzione senza negare la realtà dell’Incarnazione.

Accoglienza dell’enciclica

I commenti sulle riviste liturgiche dell’epoca furono innumerevoli ed entusiasti. Gli autori del movimento liturgico presi di mira non restarono inattivi, ma evitarono accuratamente di osteggiare ciò che li condannava.
Sfortunatamente, furono segretamente supportati da figure ben piazzate, come Mons. Annibale Bugnini, presto segretario della congregazione di riti che poteva dire a uno di loro: “Ammiro quello che fate, ma il più grande servizio che posso rendervi è non fare mai parola con Roma di tutto ciò che ho appena ascoltato”. Aveva già iniziato il suo lavoro di demolizione della liturgia tradendo le autorità della Chiesa.

(Fonti: FSSPX – FSSPX.Actualités – 04/04/2020) 



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