di Lorenzo Roselli

Non sono bravo nei necrologi.
Sarà perché ritengo la morte qualcosa di troppo serio e tremendo per parlarne con frasi di circostanza.
Ergo, le poche righe che seguiranno saranno da intendere come la condivisione di un ricordo personale che, vista la prematura (come ogni morte di cui apprendiamo notizia) scomparsa del giornalista Giulietto Chiesa, mi pare giusto diffondere su queste pagine.
I meriti giornalistici di Giulietto Chiesa non credo possano essere gettati nel calderone delle opinioni: quest’uomo è stato corrispondente di guerra, ha seguito in diretta il crollo dell’Unione Sovietica per conto della Rai, ed è stato tra i più attenti commentatori (nel suo settore) degli effetti della perestroika nell’ex-Blocco Orientale.
Un uomo che ha avuto la forza di raccontare la disfatta della sua ideologia.

E pur non rinnegando il suo passato, Chiesa ha mostrato profonda lucidità nell’ammissione (pratica) della fine del marxismo-leninismo, confrontandosi con quelli che un tempo il Partito avrebbe definito suoi acerrimi nemici.
Pur non essendosi radunato esultante accanto ai ruderi del muro di Berlino, Giulietto Chiesa ha davvero fatto un salto sostanziale rispetto alla maggior parte dei suoi compagni (che, guarda caso, oggi son ben lontani dal piangerne la scomparsa).
Anziché semplicemente sedersi nell’ala sinistra (financo estrema) del parlamento liberale come buona parte degli ex-comunisti, ha cercato di problematizzare quella fine della storia apparente (parafrasando Francis Fukuyama) e leggere in che modo il suo anticapitalismo rivoluzionario potesse acquisire ancora un significato.
E se ciò non si è tradotto in un’abiura del marxismo, è però risultato importante nell’accettazione di un confronto continuo con mondi politici (da quello nazionalrivoluzionario a quello comunitarista, passando pure per gli impervi e stretti sentieri dei distributisti) che, pur lontani dalla sua ideologia, non volevano arrendersi al tronfio capitalismo di marca statunitense.
Quando ebbi modo di conoscerlo al termine di una puntata dell’ormai estinto talk generalista La Gabbia, nel 2015, gli proposi di venire in Università Cattolica del Sacro Cuore (l’ateneo in cui studio) a parlare della crisi ucraina e siriana.
Purtroppo contingenze interne impedirono il realizzarsi di quell’incontro tanto auspicato (come del resto era accaduto alcuni anni prima ad altri colleghi del mio gruppo studentesco che avevano tentato di portarlo in università insieme a Maurizio Blondet), ma non potrò mai dimenticare l’entusiasmo con cui accettò la proposta.
Fu una conversazione gradevole che finì con un reciproco scambio di numeri, purtroppo compressa dai tempi televisivi (c’era ancora un blocco da registrare) ma delle parole, fra le tante, mi rimasero impresse.
<<Per me parlare con il vostro gruppo in un contesto cattolico è importante. Perché i cattolici sono stati i primi nemici di questo sistema ingiusto che combatto e vorrei davvero condividere con voi un momento simile. >>
Mi addolora non essere riuscito a realizzare quest’aspirazione e, forse, queste righe vogliono anche essere una sorta di pubblica ammenda.
Molte cose sono del resto cambiate da quel 2015 (in quest’epoca in cui le ere si scandiscono sulle base di una presidenza degli Stati Uniti) e certe facilonerie sulla possibilità di sintesi tra ideologie antagoniste al sistema non le ripeterei con la stessa enfasi.
Eppure sento la necessità di concludere il mio personalissimo ricordo di Giulietto Chiesa con un ultimo aneddoto legato a quella stessa serata.
Chiesa fu così bendisposto, per la verità, anche grazie all’entusiasmo mostrato dal sottoscritto per il suo intervento in trasmissione.
Ricordo che il conduttore Gianluigi Paragone gli domandò se la giornalista liberale Oriana Fallaci potesse essere reputata una bussola culturale e politica per i nostri giorni.
Invero, chiese molto più semplicemente se Oriana avesse ragione.
Giulietto Chiesa fu l’unico degli ospiti (di sinistra o di destra che fossero) a rispondere con un secco <<assolutamente no!>>
Mi alzai in piedi e feci partire un applauso (minoritario) ma fragoroso, per di più dalla platea riservata al pubblico di destra (Paragone ripartiva in settori “politici” distinti il pubblico che veniva in studio, in modo da sapere a quale corrente stava dando la parola quando concedeva la parola a uno spettatore) tanto che un’indispettita Daniela Santanchè si girò livida di rabbia e mi fulminò con lo sguardo per un minuto abbondante.
Nonostante oggi i tempi siano cambiati e i valori dell’Occidente tanto cari a Il Foglio siano tornati di moda, voglio ripetere idealmente quel gesto.
Un applauso a Giulietto Chiesa per la grinta giornalistica, per la lotta senza quartiere alla narrazione vincente, per l’aver messo la propria coerenza ideale (che non significa, come si è visto, trinariciutismo) sopra gli avanzamenti di carriera e di prestigio.
Un applauso, ma soprattutto una meritata prece.