di Luca Fumagalli

Secondo il premio Nobel Seamus Heaney la visione poetica di George Mackay Brown «richiama quella del bardo scandinavo, consapevole di un ordine inevitabile». In effetti l’opera di Brown, tra i capofila del cosiddetto Rinascimento culturale scozzese, è un’ode a quell’amore divino che dispone ogni cosa per il meglio. Accanto alla religione, l’altro pilastro su cui poggiano i suoi lavori –poesie, racconti, romanzi, testi teatrali e saggi – è il comunitarismo tradizionale delle isole Orcadi, fatto del quotidiano dei pescatori e degli antichi miti celtici. Egli divenne quindi il cantore di quel piccolo mondo periferico, economicamente depresso, che aveva nelle storie tramandate di generazione in generazione il suo più grande tesoro.

Nato il 17 ottobre 1921 a Stromness, nell’arcipelago delle Orcadi, Brown trascorse nel villaggio natio la maggior parte della propria vita, in volontario esilio, lontano dal caos delle grandi città. Anche dopo gli anni Sessanta, quando iniziò a cogliere i primi successi di una lunga e fortunata carriera, continuò a concedersi raramente ai giornalisti che quasi ogni giorno bussavano alla sua porta. Si considerava, per vocazione, un eremita, un escluso a cui era toccato in sorte l’incomodo di indossare i panni del profeta (e le Orcadi erano il suo fardello e la sua gloria). La sua straordinaria riservatezza – per quanto associata a uno spirito affabile e generoso – era l’eredità di un’infanzia difficile, caratterizzata dalla tubercolosi e da diversi lutti familiari, tra cui la morte del padre e il presunto suicidio di uno zio. Più tardi, una volta completati gli studi, Brown dovette combattere a lungo contro nuovi fantasmi, come la depressione e l’alcolismo, che consegnarono al suo volto, con quel caratteristico mento sporgente, una perenne nota di malinconia.

Da ragazzo, oltre che dalle opere di Stevenson, Emily Brontë, D. H. Lawrence, Eric Linklater e T. S. Eliot, la sua immaginazione venne accesa dalla lettura della Orkneyinga Saga, una collezione di racconti e poesie composta nel XIII secolo da un autore di origini islandesi. L’influenza della Saga, che tratta della storia della conquista delle Orcadi da parte dei norvegesi e della successiva epoca degli Jarl, è ravvisabile lungo tutta la bibliografia di Brown, nei temi, nei personaggi e, in particolare, nello stile, diretto, drammatico, privo di inutili orpelli (esito pure del suo lavoro di giornalista presso l’«Orkney Herald»). Il giovane George rimase affascinato anche dai numerosi esempi di coraggio e di eroismo che vengono raccontati nella Saga – la definì «una miniera d’oro» – così come dalla morale, a metà strada tra paganesimo e cristianesimo, che attraversa l’intero volume.

Fondamentale per la sua maturazione artistica furono inoltre i libri di Edwin Muir, lo scrittore più famoso delle Orcadi. I due si conobbero di persona nel 1951 e Muir fu così colpito dai versi di Brown che decise di prenderlo sotto la sua ala. Scrisse un’introduzione alla prima raccolta poetica del discepolo, The Storm (1954), in cui gli riconosceva pubblicamente «il dono dell’immaginazione e il dono delle parole: tutto ciò che è necessario a un poeta». Propose poi alla prestigiosa Hogarth Press la pubblicazione di una seconda raccolta, Loaves and Fishes, che vide la luce nel 1959, lo stesso anno della sua scomparsa.

Nel frattempo, alla disperata ricerca di un senso a cui aggrapparsi, Brown aveva abbandonato il calvinismo nel quale era stato educato per avvicinarsi progressivamente al cattolicesimo, un percorso che non era stato ostacolato nemmeno dalla lettura della velenosa biografia del cardinal Manning, a firma di Lytton Strachey, contenuta in Eminenti vittoriani. Un esempio dell’acceso protestantesimo che si respirava in famiglia è evocato in “The Tarn and the Rosary”, uno dei racconti che compongono Hawkfall and Other Stories (1974): «La gente, prima della Riforma, era molto ignorante. Non c’era educazione. Non potevano leggere la Bibbia. Non sapevano nulla. Dovevano credere a qualsiasi cosa i preti dicessero loro di credere».

Brown, a dire il vero, iniziò piuttosto presto a detestare il calvinismo (forse anche perché era tifoso del Celtic, la squadra di calcio cattolica di Glasgow). Già in un articolo del 1945, affascinato dalla cappella che i prigionieri di guerra italiani avevano costruito sull’isola di Lamb Holm, aveva scritto: «Noi che siamo cresciuti nella Fede calvinista, una Fede austera, sferzante e fredda come i venti che affliggono Lamb Holm ogni anno, non riusciamo a comprendere appieno l’impegno nostalgico e fiero che ha sollevato questo pezzo di Italia, di cattolicesimo, dall’argilla e dalle pietre».

Ad aumentare il suo distacco dalla tradizione calvinista contribuirono in maniera determinante non solo i romanzi di Fionn MacColla e l’Apologia pro Vita Sua di Newman – che lo colpì per la «logica magnificamente sconvolgente» – ma anche il controverso John Knox: Portrait of a Calvinist di Muir. Del resto già nel prologo di The Storm comparivano due versi dal significato inequivocabile: «Canto per la Scozia, / la nazione rovinata da Knox». Per Brown il riformatore del XVI secolo era un iconoclasta, un uomo che aveva trascinato nel baratro un’intero popolo, privandolo dei benefici del Rinascimento. Il calvinismo, in altri termini, era una volgare ideologia, per certi aspetti non troppo dissimile dal marxismo, colpevole di aver corrotto il nobile spirito della Scozia medievale: «La grande estate della cultura delle Orcadi fu mille anni fa, e noi siamo i poveri resti di una razza una volta potente. È giusto riconoscere questo fatto spiacevole del quale, la maggior parte di noi, a dire la verità, sembra non esserne consapevole». Il senso di perdita causato dalla Riforma riaffiora in diversi racconti di Brown, ad esempio “Master Halcrow, Priest” e “Witch”, simili nel tracciare un ritratto impietoso dei sedicenti “nuovi profeti”.

All’opposto il cattolicesimo, con la sua magnifica liturgia e la tradizione mistica – esaltazione di un Dio che è amore incondizionato – appariva a Brown quale perfetto connubio di bellezza e verità (a tal proposito dovettero tornargli alla mente le parole dell’amato Keats in Ode su un’urna greca). Per di più la Chiesa di Roma, emblema di una Fede viva, non conosceva le divisioni interne al protestantesimo. Nelle pagine finali della sua autobiografia, For the Islands I Sing, pubblicata postuma nel 1997, Brown – che fu un avversario della riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II – arrivò a confessare come la messa in un villaggio di campagna, con quel latino stentato sussurrato da persone umili, fosse per lui la cosa più bella immaginabile.

A una poesia, “The Stoic”, affidò il suo stato d’animo nell’epoca del dubbio, quando non era ancora certo che il cattolicesimo sarebbe divenuto la sua nuova casa: «I miei piedi feriti sulla strada / proseguono lentamente, ostinatamente in avanti / vero il nulla o Dio».

Solo nel 1961, dopo una lunga meditazione, Brown si decise per la conversione: «Che un’istituzione come la Chiesa di Roma – con tutti i suoi limiti umani – sia durata duemila anni […] mi sembrava una cosa assolutamente meravigliosa. Qualche forza misteriosa l’ha protetta contro gli assalti e l’erosione del tempo». Venne battezzato nella Chiesa di Nostra Signora, a Kirkwall, il 23 dicembre, e ricevette per la prima volta la Comunione alla vigilia del Natale, durante la messa della mezzanotte. Da allora la Fede divenne un elemento imprescindibile nella sua produzione letteraria, andandosi a sommare a un’ammirazione per la natura – madre ma pure matrigna – di derivazione celtica.

Gli autori che fanno capolino, come benevoli influenze, nei lavori post-conversione sono il Francis Thompson di The Hound of Heaven, Gerard Manley Hopkins, il geniale poeta gesuita su cui Brown condusse anche alcuni studi, e Graham Greene, il cui “whisky priest” de Il potere e la gloria è il modello dei controversi ecclesiastici che compaiono in svariati racconti dello scrittore scozzese. Una preziosa fonte di ispirazione furono pure i Vangeli: «La bellezza delle parabole di Cristo era irresistibile. Non potrebbe essere altrimenti, dato che molte di queste parlano dell’aratura, della semina e del raccolto, e i suoi ascoltatori erano per la maggior parte pescatori».

La messa, il folklore nordeuropeo, il culto mariano, la numerologia biblica, la storia vichinga, la Passione di Cristo e le Orcadi completano il variegato quadro delle influenze, costituendo una miscela di repertori e simboli che si ripresenta costantemente nelle migliori pagine di Brown, tutte invariabilmente intrise di speranza. Del resto, riecheggiando il concetto di sub-creazione caro a J. R. R. Tolkien, secondo lui lo scopo dell’artista era proprio quello «di continuare a riparare il sacro tessuto del creato – l’armonia cosmica di Dio e dell’animale e dell’uomo e della stella e del pianeta – nel nome dell’umanità, contro coloro che nel nome dell’umanità lo stanno distruggendo stupidamente e sistematicamente».

Le sue successive raccolte poetiche, a partire da The Year of The Whale (1965), Fishermen with Ploughs (1971) e Winterfold (1976), così come i racconti che compongono A Calendar of Love (1967) e A Time to Keep (1969) – fino ad arrivare a Winter Tales (1995) – testimoniano la nuova direzione intrapresa da Brown, contraddistinta pure da una costante riflessione sui temi della morte, del silenzio e dell’inesorabile scorrere del tempo.

Come nel poema Anathemata di David Jones, il mare e la liturgia sono gli elementi privilegiati attraverso i quali si consuma il rapporto tra uomo e Dio. Nella poesia “Feast of Candles”, ad esempio, l’immagine del sacerdote che prega è accostata a quella di una nave di pietra, una chiaro rimando alla Chiesa e al suo primo Papa. In “Corpus Christi”, invece, un giovane pescatore della Galilea, amico di Pietro e degli altri apostoli, accompagna Gesù nei suoi viaggi, fino alla crocifissione.

La tecnica dell’umile osservatore che si trova coinvolto in eventi più grandi di lui torna, di tanto in tanto, in altre liriche di Brown. Tra le più belle vi è “The Gardener: Easter” in cui spettatore della salita di Cristo verso il Calvario è il giardiniere di Giuseppe d’Arimatea, talmente preoccupato per il suo roseto da non capire nulla dello straordinario evento di cui è testimone. Spesso il lettore si può trovare anche a seguire una scena attraverso vari sguardi, come in “Tryst on Egilsay”, il racconto del martirio di San Magnus, conte delle Orcadi, avvenuto nel XII secolo.

La storia del santo – a cui è dedicata la cattedrale di Kirkwall – è narrata per esteso nel romanzo Magnus (1973) che Brown scrisse utilizzando molti dei dettagli riportati nella Orkneyinga Saga, incluso il vivido ritratto del saccheggio di Anglesey da parte dei vichinghi. L’episodio centrale del libro tratta della morte del protagonista, tradito e ucciso dopo aver assistito alla messa. L’eroismo di San Magnus, immagine di Cristo, trova la sua più alta espressione nella pacifica accettazione di un destino avverso, unica via per portare finalmente la pace nelle isole. Brown, che anche nella prosa non rinunciava alla rapida associazione d’idee tipica dei suoi versi, include la morte di San Magnus in un contesto più “ecumenico” che comprende una dettagliata descrizione dei sacrifici umani nella cultura pagana e il racconto dell’esecuzione del teologo luterano Dietrich Bonhoeffer in un campo di concentramento nazista.

In Magnus Brown esprime una visione universale dell’esperienza umana che ricorre anche in un romanzo precedente, Greenvoe (1972), la storia della lenta disgregazione di una piccola comunità isolana – del tutto simile a quella delle Orcadi descritta nel saggio An Orkney Tapestry (1969) – a causa di un misterioso e sinistro progetto chiamato Operation Black Star. Il fatto che l’autore non chiarisca mai la natura del complotto in atto rende la vicenda ancora più inquietante, ottima per esemplificare i suoi timori nei confronti della tecnologia: «C’è una nuova religione, il progresso, nel quale noi tutti crediamo devotamente, ed è interessato solo alle cose materiali del presente e a un vago futuro radioso. Si tratta di una fede utilitaria e senza radici […]. Penso che questa religione sia in gran parte una delusione, e si esaurirà nel fango».  Altrove scrisse: «Il progresso, una maledizione moderna. […] Questo culto del progresso succhierà la vita di ogni isola e di ogni luogo solitario».

Due anni prima della morte, avvenuta il 13 aprile 1996, Brown ottenne i riconoscimenti più importanti della sua carriera: Beside the Ocean of Time arrivò tra i romanzi finalisti del Booker Prize e la Saltire Society lo premiò come libro scozzese dell’anno.

Esito di un labor limae quasi ossessivo, il fascino della produzione di George Mackay Brown – che non fu mai un apologeta sfrontato – risiede nel delicato ritratto di quel microcosmo scozzese, basato sulla natura e sui suoi rituali, che è l’ultimo baluardo d’umanità in un mondo guastato dal nichilismo. In questo le Orcadi di Brown non sono poi così distanti dalla Brescello del grande Guareschi.