di Giuliano Zoroddu

Messa dei presantificati in Sistina con l’assistenza di Pio XII.

Le funzioni sacre del Venerdì Santo secondo il rito della Chiesa Romana hanno subito lungo i secoli, a partire dalla fine del IV, una lunga evoluzione organica che ha portato alla schema attualmente previsto nel Missale Romanum:
1) la messa dei catecumeni: due lezioni, la salmodia, un’orazione colletta ed il Passio secondo san Giovanni;
2) la grande litania (vedi qui);
3) l’adorazione della Croce (nei primissimi secoli si intendeva il Legno della Vera Croce) seguito dal canto del Trisagio, degli Improperi e il Crux fidelis di Venanzio Fortunato;
4) la messa dei presantificati: la consumazione dell’Ostia conservata durante la messa in Coena Domini.
Noi, tralasciando di riportare l’interessante formazione di questo rito per cui rimandiamo alla lettura delle piacevoli pagine del Cardinale Schuster [1], daremo qui una panoramica di come questi riti secolari venivano celebrati presso la Corte Pontificia secondo la descrizione che ce ne dà il Moroni [2], che ancora fino a tempi a noi vicini (almeno per quanto riguarda la Messa) furono in vigore.
La funzione aveva luogo nella Cappella Sistina – non più, come in antico, tra le basiliche Lateranense e Sessoriana – e la sua celebrazione toccava al Cardinale Penitenziere. Il Pontefice vi interveniva col manto rosso, la stola paonazza e la mitria di lama d’argento: non portava l’anello né benediceva nell’incedere. Anche il bacio del piede da parte dei ministri veniva omesso.
A cantare la prima lezione, tratta da Osea, era deputato il più novizio dei cantori; l’epistola, tratta dall’Esodo, veniva invece cantata dal Suddiacono more solito. Non vi erano particolarità nello svolgimento della funzione, a parte il canto in greco delle lezioni e del Vangelo dopo il Passio richiesto da alcuni Papi particolarmente cultori delle antichità liturgiche.
Terminato il canto del Passio teneva la predica un Minore Conventuale, cui faceva seguito il canto delle orazioni. da parte del celebrante Ad ogni petizione il Diacono ingiungeva “flectamus genua“: solo a quella “pro perfidis Iudaeis” non ci si genufletteva, per non imitare le genuflessioni sacrileghe con cui gli Ebrei beffarono Gesù durante la Passione, trattandolo da re da burla.
Si arriva quindi al momento centrale della funzione: l’adorazione della Croce. Il Crocifisso velato viene scoperto in tre tempi a significare la progressiva manifestazione del Cristo e partendo dal lato dell’epistola fino a giungere in mezzo all’altare, simbolo del Golgota ove il Redentore sigillò la sua predicazione col suo stesso sangue e con la testimonianza di tutto il creato.
Adagiata la croce su un cuscino da parte dei ministri dell’altare, il Papa, assistito da un aiutante di camera, da un cerimoniere e da quattro votanti di Segnatura, deponeva le pantofole, quindi il piviale. Con la mitria in capo e la stola paonazza addosso, scalzo si avviava verso l’estremità dei banchi dei Cardinali, donde, levatisi la mitria e lo zucchetto, si avviava verso l’altare a compiere l’adorazione. La prima genuflessione avveniva presso la fine dei bachi dei Cardinali ed in questo momento i cantori incominciavano a cantare gli Improperi secondo la melodia del Palestrina; la seconda al centro della Cappella; la terza ai piedi della Croce, baciata la quale veniva compiuta l’offerta di cento scudi.
Dopo il Pontefice, che nel frattempo riassumeva i suoi paramenti al trono, compivano l’adorazione il Cardinale celebrante, i Cardinali in coppia scalzi e con la cappa sciolta, e a seguire tutti gli altri partecipanti alla Cappella secondo il loro ordine.
Il canto seguiva il seguente ordine: quando faceva la prima genuflessione la prima coppia dopo i Cardinali si eseguiva il “Crucem tuam” e si proseguiva secondo quanto prescritto dalle rubriche fino all’ultima strofa del “Crux fidelis” che veniva intonata mentre compivano l’adorazione gli Avvocati Concistoriali. Tutti, secondo un’antichissima usanza, versavano un obolo.
Terminata l’adorazione dai membri della Corte, la Croce veniva collocata sull’altare e adorata nuovamente da tutti.
Ciò fatto si incolonnava la processione verso la Cappella Paolina, dove era stato riposto il Santissimo Sacramento. Nell’ordine uscivano dalla Sistina: i cantori che si andavano a collocare nella Sala Regia; il Confessore della famiglia pontificia, il Predicatore Apostolico, i bussolanti, i chierici, i cappellani segreti e d’onore, i camerieri segreti e d’onore, i votanti di Segnatura, gli avvocati concistoriali, gli uditori di Rota, il Maestro del Sacro Palazzo, il Suddiacono Apostolico con la croce svelata. Quindi il Sacro Collegio, il Celebrante e il Papa assistito dai due Cardinali Diaconi e da due camerieri segreti per reggere la falda. Chiudevano la processione il Decano della Rota, i prelati di fiocchetto, i protonotari e i Generali degli Ordini.
Giunto il Pontefice ai piedi del Sepolcro si inginocchiava a pregare. Nel mentre il Sacrista estraeva dall’Urna il Calice col Santissimo e lo porgeva al Cardinale celebrante, il quale a suo volta lo consegnava al Papa che, a capo scoperto ed avvolto nel velo omerale, lo avrebbe riportato nella Cappella Sistina. A far corona al Pontefice dodici torce e gli otto Arcivescovi destinati a reggere le aste del baldacchino.
All’uscire della croce dalla Cappella Paolina i cantori intonavano “Vexilla regis prodeunt“, attendendo che il Papa facesse ingresso nella Sistina per cantare “O Crux, ave, unica“.
L’ostia veniva consumata dal Celebrante secondo le cerimonie prescritte dal Messale, concluse le quali, fatta la genuflessione alla Croce, tornava in sacrestia.
Dopo la messa aveva luogo il Vespro e durante la funzione sull’altare stava esposta la Reliquia della Vera Croce, che secondo la tradizione era sta donata da Giovenale, vescovo di Gerusalemme, a san Leone Magno.
Altre due funzioni della giornata completavano la giornata: il Mattutino, cui il Papa prendeva parte con la sua cappa magna (uno dei simboli del supremo potere dati Pietro) e la venerazione delle tre reliquie maggiori nella Basilica di San Pietro.





[1] Cardinale Alfredo Ildefonso Schuster OSB, Liber Sacramentorum. Note storico-liturgiche sul Messale Romano. Vol. III. Il Testamento Nuovo nel Sangue del Redentore (La Sacra Liturgia dalla Settuagesima a Pasqua), Torino-Roma, 1933, pp. 212-250.
[2] Gaetano Moroni, Le cappelle pontificie cardinalizie e prelatizie, Venezia, 1841, pp. 224-237.