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di Guardia Svizzera

È da anni ormai che siamo tracciati, in maniera più o meno volontaria. Il nostro cellulare si aggancia ad una celletta e lascia una traccia. Basta guardare i casi di cronaca nera, per vedere quanti autori di crimini siano stati “incastrati” per il fatto che il loro cellulare è stato rintracciato nell’ora e nella zona in cui è stato commesso il fatto. Oppure, guardando un film di spionaggio, si può notare che il fuggitivo, per prima cosa, spezza la sim del proprio telefono.

Nel recente passato, durante qualche attentato o calamità naturale, Facebook ci chiedeva, nel caso in cui fossimo stati nella zona interessato dall’evento funesto, di “mark yourself safe” per poter rassicurare amici e conoscenti.

Inoltre, abbiamo scelto di trasformare i social network in diari personali, in cui riversare ogni genere di cose (animali domestici, ubriacature, pensieri, gusti etc etc) con il piccolo inconveniente di non poterli distruggere qualora non più desiderati. Ma, soprattutto, a chi stiamo regalando questa miniera di informazioni, c.d. big data?

L’app Immuni sarebbe solo l’ultima di una lunga serie di sistemi di tracciamento: pertanto, allo stato attuale, è perfettamente inutile lamentare presunte violazioni della privacy. Semmai, il problema di quest’ultima, se saranno confermate le notizie, è che limiterà pesantemente la libertà di circolazione di coloro che non vorranno o potranno utilizzarla.

Certo, si potrà obiettare che il fine di questa app sia il monitoraggio del contagio, ma ultimamente abbiamo visto come, sotto il pretesto della tutela della salute pubblica, inermi cittadini siamo stati trattati quali pericolosi criminali.