di Luca Fumagalli

Nato in una famiglia anglicana, Alfred Noyes (1880-1958), enfant prodige della poesia, non riuscì mai a completare gli studi ad Oxford perché un editore, impressionato dai suoi versi, lo portò con sé a Londra e gli offrì un succulento contratto editoriale. The Loom of Years (1902), la raccolta d’esordio, ricevette il plauso della critica e fu solo il primo di una serie di successi editoriali da lui firmati nella prima decade del secolo, compreso un lungo poema epico, Drake, dedicato alle gesta del celebre capitano di Elisabetta e suturo di stoccate contro la Spagna cattolica. La poesia di Noyes, ispirata a quella di Tennyson, si presentava facile e ritmica, di stampo tradizionale, decisamente distante da quella di Ezra Pound, T. S. Eliot, e degli altri autori modernisti (con cui, naturalmente, non mancarono occasioni di scontro).

Al pari del suo idolo G. K. Chesterton – Noyes era un ammiratore del “Chesterbelloc” – anche per lui la preparazione alla conversione fu particolarmente lunga: dovettero passare circa venticinque anni di elogi da parte della stampa cattolica prima dell’ingresso ufficiale nella Chiesa di Roma. Come racconta nella sua autobiografia spirituale, The Unknown God (1934), da studente i libri del vescovo anglicano George Berkeley lo avevano allontanato da ogni tentazione materialistica, ma la strada verso la religione era ancora lunga.

Nel 1907 Noyes sposò un’americana e il suo primo ciclo di conferenze nel Nuovo Mondo, qualche anno dopo, fu un verso successo. Nel 1913, all’età di trentatré anni, ricevette a Yale un dottorato onorario e fino al 1925 occupò la cattedra di letteratura inglese alla Princeton University. Due dei suoi più noti studenti furono Francis Scott Fitzgerald – che gli confidò che aveva intenzione di scrivere libri unicamente per fare soldi – ed Edmund Wilson, le cui liriche giovanili vennero pubblicate da Noyes in un’antologia universitaria. Durante questo periodo mise mano pure alla trilogia The Torchbearers, forse il suo capolavoro poetico (il primo volume, Watchers of the Sky, vide la luce nel 1922, seguito nel 1925 da The Book of Earth e nel 1930 da The Last Voyage).

Nel frattempo la fama di Noyes cresceva su entrambe le sponde dell’Atlantico: non solo gli intellettuali amavano citarlo, ma durante la Prima Guerra Mondiale qualcuno arrivò addirittura a definirlo «il poeta laureato degli Alleati».

La conversione al cattolicesimo avvenne finalmente nel 1927, dopo la prematura scomparsa della moglie e il suo secondo matrimonio. Anch’essa, in un certo senso, portava traccia della diuturna polemica innescata dal poeta inglese nei confronti della deprecabile tendenza “modaiola” tipica della cultura contemporanea: «C’è un sole attorno al quale si muove l’intero universo. Non cerca di essere originale essendo esso stesso l’origine. Non ha bisogno di essere moderno, perché è più vecchio del tempo, e nuovo ogni giorno». L’opposizione di Noyes alla pubblicazione dell’Ulisse di Joyce, giudicato osceno, gli valse l’immediata simpatia dei nuovi correligionari, così come i personali rapporti di amicizia con giudici, baroni della stampa, parlamentari e quasi tutti i più importanti scrittori inglesi e americani dell’epoca lo fecero diventare nel giro di breve tempo uno dei membri più influenti della comunità cattolica anglosassone.

Oltre alla passione per la letteratura, Noyes mostrò sempre un grande rispetto per la scienza e le sue scoperte. Ciononostante non mancò di criticare la teoria dell’evoluzione di Darwin – una costruzione ritenuta nell’insieme credibile, ma con ancora troppe zone d’ombra per poter essere considerata vera al di là di ogni ragionevole dubbio – e i più recenti sviluppi nella fisica atomica.  

Se fino a quel momento Noyes era stato portato in palmo di mano dalla gerarchia per le sue posizioni lucide e ortodosse, i problemi iniziarono nel 1936 con la pubblicazione di una biografia dedicata a Voltaire. Scritta dopo aver letto per intero i settanta volumi dell’opera omnia del filosofo francese, l’autore concludeva che Voltaire, in fondo, non era un così gran nemico della cristianità come normalmente si pensava e che con ogni probabilità, al pari della riforma protestante, giocò un ruolo fondamentale per garantire, almeno di riflesso, la salute della Chiesa. Del resto, sottolineava Noyes, il filosofo francese detestava la pigrizia e i costumi corrotti, tentando con il suo lavoro di restituire alla ragione solamente il primato che le aspettava di diritto.

Alla sua uscita Voltaire fu apprezzato da buona parte della stampa, sia laica che cattolica, ma il Vaticano non ci pensò due volte a contattare il cardinale Arthur Hinsley, primate d’Inghilterra, segnalando che il libro di Noyes doveva venire ritirato dal commercio e corretto, altrimenti sarebbe stato messo all’Indice. Ne seguì un dibattito senza precedenti in cui il poeta inglese rivendicò a gran voce i suoi diritti di libero cittadino britannico, immune da ogni forma di censura. La diatriba si concluse definitivamente nel 1939, quando Noyes scrisse una lettera conciliatoria al cardinale Eugenio Pacelli, allora segretario di stato (negli anni seguenti vari studiosi smontarono un pezzo alla volta le argomentazioni del Voltaire, sovente lacunose e contraddittorie).

Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, Noyes attraversò in lungo e in largo gli Stati Uniti e il Canada tenendo pubblici incontri a favore della discesa in campo degli americani. Durante la Guerra civile spagnola il suo appoggio era andato alle truppe di Franco, ma un’eventuale vittoria nazista avrebbe certamente significato un’ondata di neo-paganesimo destinata a ultimare la desertificazione spirituale dell’Occidente.

Le cose andarono diversamente, eppure il tracollo morale della civiltà non sembrava volersi arrestare. Nel 1949 un Noyes ormai quasi completamente cieco affidò a poche righe la sua riflessione sulla questione, echeggiando quello che da giovane aveva scritto a proposito di Chesterton, un cercatore del divino: «C’è solo un rimedio. Senza di esso l’umanità sarebbe persa, senza alcuna possibilità di riscatto, e il futuro non riserverebbe altro se non male che si somma ad altro male. O riscopriamo quei valori assoluti la cui unica fonte e fondamento è l’Essere Supremo, o finiremo in una rovina universale».

Anche nell’ora più buia, ricorda il cattolico Alfred Noyes, la speranza non viene mai meno.