Il Missale Romanum cosiddetto di San Pio V contiene fra le messe votive una messa pro vitanda mortalitate vel tempore pestilentiae. Quando dopo il Concilio a tavolino si creò il nuovo messale di Paolo VI i riformatori (rectius distruttori) non si pensò ad un suo surrogato. Per sopperire a questa mancanza è intervenuto il 30 marzo scorso un decreto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti che istituisce una messa in tempo di pandemia. Messa dal formulario invero un po’ povero e penoso ed ovviamente inconciliabile con quello tradizionale.
Mentre infatti nel formulario della messa di sempre si prega Dio di “rimuov[ere] con clemenza i flagelli della sua ira” – ed il concetto della ira di Dio e dei suoi castighi torna nell’orazione segreta e nel post-communio e ancora nell’introito, nell’epistola che racconta di come “il Signore mandò la peste in Israele” (2Reg. 24, 15), e nell’antifona all’offertorio – in quello nuovo il concetto di castigo è del tutto assente e a Dio si chiede solamente di prestare aiuto ai sanitari e consolare e guarire ai malati e illuminare i governanti.
Cosa surreale poi, sebbene la messa sia “in tempore universalis contagii” gli autori del nuovo formulario di questo “universale contagium” a Dio non chiedono neppure la cessazione … misteri dei neo-liturgisti!
Il tutto non ci stupisce: tralasciando l’inanità delle formule, per i modernisti, che non professano la fede cattolica, Dio non castiga. Sono più propensi, da “buoni” panteisti, a credere che le epidemie derivino dalla ribellione di madre natura sfruttata dall’uomo.