Noi siamo… Michael Field: il cammino spirituale, da Saffo a Cristo, di due curiose scrittrici fin de siècle

di Luca Fumagalli

Katherine Bradley ed Edith Cooper

Il panorama letterario inglese della tarda età vittoriana è saturo di scrittori coloriti e misteriosi, a volte persino inquietanti. Le turbolenti vicende esistenziali di alcuni, come Oscar Wilde, sono ben note al grande pubblico, mentre di altri, al contrario, si è perso il ricordo. È il caso, ad esempio, di Katherine Bradley (1846-1914) e della nipote Edith Cooper (1862-1913), due autrici “minori” che, sotto lo pseudonimo comune di Michael Field, pubblicarono in totale qualcosa come trenta opere teatrali e undici volumi di poesie (continuando a scrivere anche quando il favore della critica, dopo un’iniziale accoglienza positiva, venne drasticamente meno). Il loro legame fu straordinario pure dal punto di vista sentimentale: si autodefinivano «poetesse e amanti», e per cinquant’anni furono praticamente inseparabili.

Purtroppo sulla parabola biografica e artistica della Bradley e della Cooper, ad eccezione di un paio di monografie, non è stato scritto quasi nulla. Le loro carte, custodite presso la British Library e parzialmente pubblicate nel volume Works and Day (1933), hanno attirato l’attenzione di pochissimi studiosi. Ecco perché nel nome di Michael Field è più probabile incappare sfogliando la biografia di qualcuno dei loro amici più famosi – John Ruskin, Robert Browning, George Moore, Oscar Wilde, Walter Pater, George Meredith, W. B. Yeats, Charles Ricketts e Charles Shannon – dovendosi accontentare, in ogni caso, solamente di rapidi accenni.

Un pendaglio contenente una miniatura della Cooper ad opera di Ricketts

Provenienti da una ricca famiglia borghese, Katherine Bradley ed Edith Cooper videro sbocciare il loro amore intorno al 1878, quando la Bradley aveva trentadue anni, esattamente il doppio di quelli della nipote. Sgravate da qualsiasi preoccupazione economica, decisero di dedicarsi completamente alla loro passione comune, la letteratura, agendo come una sola persona. Per essere più facilmente considerate dalla critica adottarono un nom de plume maschile, che fosse al contempo un’invocazione alla forza dell’arcangelo (Michael) e alla libertà della natura, con i suoi immensi campi (Field). Tuttavia la copertura non resse a lungo: che dietro allo pseudonimo si nascondessero due donne divenne presto un fatto noto nella maggior parte dei circoli culturali inglesi.

Pur vantando una visione artistica comune, la Bradley e la Cooper lavoravano in stanze separate. Alcune delle loro opere teatrali furono effettivamente scritte da tutte e due, altre solo da una o dall’altra. Per quanto riguarda le poesie, invece, ognuna operava in completa autonomia, limitandosi a offrire alla compagna qualche consiglio; solo in vista della pubblicazione i componimenti venivano raccolti in un ordine più o meno significativo.

La preferenza per il dramma in versi – un genere in voga nel XIX secolo, pensato più per la lettura che per la messa in scena – condannò zia e nipote ad avere sempre un pubblico molto ridotto (tanto che a volte furono loro stesse a dover sostenere le spese di stampa dei propri libri). D’altronde, quando provarono a rincorrere la moda del tetro in prosa, alla Ibsen, o a produrre masque saturi di eventi magici, i risultati furono decisamente mediocri. Il vero errore che commisero fu forse quello di seguitare a considerarsi innanzitutto drammaturghe, preferendo ignorare il fatto che la maggior parte dei lettori e dei critici prediligesse di gran lunga le loro poesie.

“Long Ago” (1889)

Ciononostante opere teatrali quali The Cup of Water (1887), Stephania (1892), Anna Ruina (1899), e Julia Domna (1903), nel loro miscuglio di storia, politica, passioni amorose e proto-femminismo, mostrano una certa ispirazione, in particolare per quanto riguarda l’analisi del difficile rapporto tra uomo e donna.

Sul versante poetico le raccolte migliori sono Long Ago (1889), le cui liriche sensuali riecheggiano quelle di Saffo, e Underneath the Boug (1893), con un uso spregiudicato del verso libero che anticipa le sperimentazioni di T. S. Eliot.

Se la loro carriera letteraria fu un susseguirsi di alti e bassi, anche la loro relazione non fu priva di tensioni, ulteriormente complicata dai confusi gusti sentimentali delle due che, in fondo, preferivano gli uomini alle donne (non a caso il peggior periodo della coppia si verificò quando la Cooper si innamorò perdutamente dello storico dell’arte Bernard Berenson). Del resto la Bradley e la nipote sguazzavano nelle contraddizioni: nel diario che tenevano in comune, ad esempio, il loro rapporto è descritto nei termini di un matrimonio, eppure entrambe erano contrarie a ogni forma d’unione alternativa a quella tradizionale. Pure in occasione dello scandalo Wilde, pur simpatizzando per lui, non persero occasione per rimproverare allo scrittore irlandese la stupidità di aver reso pubblici i suoi comportamenti scandalosi. Più in generale, la Bradley e la Cooper – un po’ tories e un po’ suffragette – erano consapevoli del decadimento generale dei costumi che stava affliggendo la loro epoca: scrissero che la Londra di fine Ottocento e la Roma tardo-imperiale erano del tutto simili in «lassismo, ricchezza e degenerazione».

Katherine Bradley col cane Whym Chow

Prima della conversione al cattolicesimo, avvenuta in piena età edoardiana, pure la loro vita spirituale era stata a dir poco confusa (la Breadsley soleva definirsi «cristiana, pagana, panteista e altre cose di cui non conosco il nome»). Cresciute nella Fede anglicana e particolarmente sensibili al culto dei morti, col passare degli anni le due donne avevano adottato un paganesimo dai tratti pittoreschi, perfettamente rappresentato dall’altare dedicato a Dioniso che si erano fatte costruire in giardino.

Nel 1906, tramite Marc André Raffalovich, incontrarono il canonico John Gray, ex poeta decadente, e grazie a lui maturarono la decisione di diventare cattoliche. La bellezza della liturgia latina, il culto della Madonna e un certo gusto per l’anticonformismo – insieme alla solitudine nella quale si vennero a trovare dopo la scomparsa del loro amatissimo cane, Whym Chow – furono alcune delle probabili ragioni che spinsero zia e nipote a un cambio di rotta esistenziale così netto, confermato nel 1910 dal loro ingresso nel Terz’Ordine domenicano (con una speciale dispensa per recarsi a teatro).

Aiutate nel loro cammino spirituale da altri validi sacerdoti, su tutti padre Vincent McNabb, la Bradley e la Cooper presero la buona abitudine di recarsi a messa quasi ogni giorno, pregando spesso insieme: il loro rapporto, ormai privo di qualsiasi implicazione sensuale, era più saldo che mai. La profondità della loro vita religiosa è testimoniata inoltre dalle raccolte Poems of Adoration (1912) – incentrata sullo stretto legame tra amore e sacrificio – e Mystic Trees (1913) – con componimenti devozionali dedicati a Cristo e alla Madonna – così come dal loro ultimo spettacolo teatrale, quasi un testamento spirituale, Iphigenia in Arsacia, la storia di una fanciulla resuscitata da San Matteo che, in segno di gratitudine, abbandona il suo amante e si consacra definitivamente a Dio, facendosi suora.

“Poems of Adoration” (1912)

Poco tempo dopo il cancro portò via prima la Cooper e poi, a distanza di qualche mese, la Bradley. Furono sepolte insieme presso il cimitero della chiesa di St Mary Magdalen, a Mortlake. Michael Field aveva cessato di esistere su questa terra, ma le due donne erano certe che sarebbero di nuovo tornate ad abbracciarsi nell’aldilà.

Lascia un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.