Lo svevo Markus Roy (Sigmaringen, 1º ottobre 1577 – Seewis im Prättigau, 24 aprile 1622), lasciata la toga d’avvocato decise di unirsi ai Cappuccini e di dedicarsi tutto all’apostolato presso gli eretici dei Grigioni in Svizzera. Fu accolto quindi nella Congregazione de Propaganda Fide appena istituita da Gregorio XV e ne divenne il protomartire. Fu beatificato da Benedetto XIII il 24 marzo 1729 e canonizzato da Benedetto XIV il 29 giugno 1746. Di seguito riportiamo le dinamiche del suo atrocissimo ed al contempo gloriosissimo martirio, con mirabile costanza sostenuto per la difesa e diffusione della Fede Romana e per la liberazione di tante anime dal feral morbo dell’eresia.

Certo buon Cattolico amicissimo del Servo di Dio e consapevole minutamente di tutto in vederlo senza verun timore scorrere di terra in terra per pacificare gli animi, sedar que’ primi tumulti e confortar tanti novelli convertiti alla Fede, lo persuase a voler camminare più guardingo perocché la festa era fatta per esso lui. Poscia gli disse: “Padre che farete voi quando costoro vi assaltino armati per trucidarvi?“. Cui egli con fronte la più serena: Quello appunto che fecero i Santi Martiri per amor di Gesù e per difesa del Santo Evangelio, abbracciar la morte ed ascriverla come pur essi fecero a grazia specialissima del Cielo. E qual felicità maggiore potrebbe succedermi che di spendere poche stille di sangue per un guadagno d eternità Quale gloria sarebbe la mia se arrivasi a finir i miei giorni trucidato per la gloria dell Evangelio? Che voglio io che sospiro in mezzo a tanti nemici della Romana Chiesa? Piango le miserie di questi Popoli sedotti, guardo le piaghe fatte in tante anime redente dall,empietà di Calvino e di Zwinglio e morrei felice se mi riuscisse di rimarginarle col mio sangue. Con tale fortezza e tranquillità di cuore volle proseguir indefesso il ministero ingiuntogli dell’Apostolato spendendo quel poco tempo che ben prevedeva restargli di vita in prediche, catechismi ed altre opere di pietà, risoluto di voler morire da vero Soldato di Cristo colla spada in mano del suo Sacrosanto Evangelio.
A quanto sin ora si è riferito può ciascuno agevolmente dedurre quale e quanto intenso fosse lo zelo in questa grand’anima di tirare quei poveri sedotti dalla cattività di Lucifero alla libertà dei figliuoli di Dio, dalle tenebre dell’eresia alla luce delle cattoliche Verità. Egli certamente poteva dire coll’Apostolo delle Genti: “Testis est mihi Deus quomodo cupiam omnes vos in visceribus Jesu Christi“. Per invitarli col suo esempio si mise loro davanti con una vita illibatissima, in estremo penitente, bastevole per sé sola a metter in abborrimento i loro sozzi e bestiali costumi ed accenderli nell’amore delle Cristiane Virtù. Egli con immense fatiche, sudori e lagrime espose loro il vero senso dell’Evangelio, la verità delle Dottrine Cattoliche, confutò i sacrileghi dogmi de’ Predicanti facendo loro pubblicamente toccar con mano essere stati ingannati da que’ primi seduttori che apostatarono dalla Fede Romana. Egli propose loro gli articoli che osservar dovevano per allontanarsi dalle vie della perdizione, per godere da buoni Cattolici la protezione d’un clementissimo Principe terreno ed insieme la grazia del sommo Re celeste. Egli insomma poteva dire col Redentore rivolto a quella vigna sopra di cui aveva sparso tanti sudori: “Quod est, quod debui ultra facere, vinea mea, et non feci“. Ma di tante sue fatiche e diligenze impiegate quali ne furono i frutti? Non altro che disgustose lambrusche e non altro che triboli e spine, come si farà palese in appresso. Bramosissimo adunque il Servo di Cristo di dar l’ultima mano all’opera cominciata e di eseguir in tutto la Divina Volontà, la qual era che ai tanti sudori sparsi vi aggiungesse in autentica delle verità predicate tutto altresì il suo sangue, diedesi ad impiegar quel poco di tempo che gli restava di vita in orazioni e contemplazioni, supplicando il Signore di sua poderosa assistenza invocando il patrocinio della Vergine Madre e de’ Santi suoi Protettori; né mai lasciando in ogni giorno di sempre più purificar la sua anima col bagno della sacramental Penitenza.
Occorsegli in quegli ultimi giorni di dover scrivere al P. Abate di S. Gallo dell’Ordine de’ PP. Benedettini, suo parzialissimo amico, e sottoscrisse la lettera con queste precise parole Fr. Fidelis Capuccinus indignus brevi esca verminum, sottoscrizione da esso lui usata, toltone quel brevi di presente aggiunto, al che riflettendo il pio Abate dopo seguìto il di lui Martirio punto non dubitò che il tutto non gli fosse stato rivelato dal Cielo. Fra tanto benché per ogni lato si udissero confusi rumori ed egli sul viso burbero e tetro de’ Predicanti, gente la più nemica de’ Cattolici massimamente de’ Religiosi, si vedesse colto di mira, di già vicinissimo a restarne vittima divorata dalla loro rabbia, non per questo volle ometter punto di sollecitudine e di fatica per compire con esattezza alla propria carica. Quanto sborsava di sudori e soffriva di stenti, tutto indirizzando all’impetrar questa grazia di poter spargere il sangue per la gloria di quella santa Fede che andava predicando!
Venuto il giorno 23 fu invitato per un discorso a Sevis ed egli accettò l’invito per il giorno seguente; venuta la mattina del 24, giorno in cui doveva entrare nel memorabile steccato ed esibire gli ultimi sforzi del suo valore, sullo schiarire dell’alba si confessò con un profluvio di lagrime, volendo che il Sacramento della Penitenza desse principio ai prossimi combattimenti. Gli augurj dell’imminente vittoria volle prenderli dal Cibo de’ forti e nella più nobil parte del Sagrificio, in ricevere per l’ultima fiata il suo sagramentato Signore, rinnovò i suoi ardentissimi voti, supplicandolo ad accettare l’offerta ad avvalorar i proponimenti e dargli costanza per eseguirli. Terminata la santa Messa, nella terra di Grusch salì il Pulpito e predicò al popolo animando tutti a ritener con fermezza la professata Fede, a non paventar le macchine che si alzavano e si opponevano dagli avversari, ragionando con tal veemenza di spirito ed espressioni d’affetti i più teneri che ben si comprendeva siccome da un’estasi occorsagli nel discorso che lasciava a quanti l’ascoltavano l’ultimo addio. Finita la Predica, impose al P. Giovanni da Kruevvanghen suo compagno che celebrasse il divin Sagrificio, udisse le Confessioni, catechizzasse i novellamente convertiti, amministrasse la santissima Eucaristia, né mancasse di ogni sua sollecitudine a pro di quel picciolo gregge e nel dover prendere da esso lui l’ultimo congedo, tutto gioia in viso strettamente abbracciollo e, come in atto di chi reca lietissimi annunzi: Vado a Sevis – disse – per compir al mio ministero benché sappia di certo che si macchina contro di me molto male, sed nihil horum vereor, di nulla io temo purché compisca al carico ingiuntomi di propalar l’Evangelio.
Tutto adunque ripieno di quel sovrano spirito che tanto incoraggiva l’Apostolo delle Genti allor che disse egli pure: “Vado in Hierusalem“, prontissimo a qualunque cimento; non sapendo precisamente quello mi debba succedere: ‘Quae in ea ventura sint mihi ignorans“; se non che lo Spirito Santo non cessa di replicarmi che in Gerusalemme si macchina molto male contro di me: “Nisi quod Spiritus Sanctus per omnes civitates mihi protestatur dicens quoniam vincula et tribulationes Hierosolimis me manent“.
Tutto, dissi, ricolmo di un tale spirito, il novello Apostolo portossi intrepidamente al Castello di Sevis. Ivi giunto passò incontanente alla chiesa ove lo aspettava il popolo adunato e, salito il Pulpito, vi trovò sul labbro scritte a lettere grandi queste precise parole: “Oggi predicherai e non più”. Capì egli ben subito quanto venivano ad inferire quelle poche sillabe, tuttavia intrepido, senza che punto se gli scolorisse il volto, diede principio ad un fruttuoso ragionamento prendendo per tema le parole dell Apostolo San Paolo: “Unus Dominus Una Fides Unum Baptisma“. Tema aggiustatissimo al suo intento di esagerare contro le disunioni cagionate e fomentate dalla superbia dalla quale ne derivano come effetti propri l’eresia, l’apostasia, la divisione dalla Chiesa Cattolica e dal vero e solo Iddio.
Mentre proseguiva tutto fervore il discorso, gli fu scaricato alla vita un gran colpo d’archibugio e nello stesso tempo si udì una voce che altamente gridò: “Non più temerario non passar più avanti“. Andò fallito il colpo, così disponendo il Signore, perché ferito, come si vedrà, percosso e squarciato in tutte le membra più gloriosamente morisse; ed avrebbe il coraggioso Ministro dell’Evangelio terminato sicuramente il suo ragionamento se non che levossi nello stesso tempo un improvviso all’armi: comparvero in aria moschetti, spade, lance, bastoni armati di punte di ferro e fu tale il rumore del popolo infuriato che si riputò in obbligo di desistere temendo che non venisse ad offendersi alcuno de’ Cattolici convenuti ad ascoltarlo.
Calato dal pulpito e prontissimo a spargere tutto il suo sangue per Gesù Cristo, ad esempio del suo Signore il quale non volle presentarsi a suoi nemici se non dopo una fervorosa orazione fatta nell’Orto, gettatosi egli pure a piè dell’Altare, genuflesso colle mani e con gli occhi alzati al Cielo: “Ecco – disse – mio Dio il vostro umilissimo Servo tutto rassegnato ai vostri divini voleri, eccomi prontissimo a bere il calice che voi mi offrite. Oggi confesso di conoscermi pienamente felice. Oggi entro in quel porto al quale aspirarono i momenti tutti di mia vita; mi resta solamente che voi secondiate le mie brame coll’aura favorevole delle vostre grazie. Voi dunque, Signor onnipotente, datemi vigore acciocché colla mia costanza o converta e confonda i vostri nemici, non bramando io per altro il patire che per moltiplicarvi i vassalli, per dilatar il vostro SS. Nome e per ampliarvi le glorie”.
Stavasi genuflesso orante l’intrepido Campione, quando certo Calvinista, il quale custodiva la chiesa, udendo un bisbiglio di gente armata, mosso di lui a pietà fecesi ad avvertirlo e pregarlo che non uscisse da quel luogo ove per avventura sarebbe più sicuro di sua vita. Allora il Servo di Cristo: “Che sicurezza – rispose – che più vita? sappiate, caro amico, che la mia vita l’ho già consegnata nelle mani del mio Signor Gesù Cristo e della sua Madre Santissima: più non temo la morte, bensì temo che non si venga a profanare collo spargimento del mio sangue questo sagro luogo e però voglio tosto partirmene“.
Ciò detto, per la via ordinaria che porta a Grusch, se ne uscì di chiesa. Non avea dato che pochi passi nel prato contiguo ed ecco la sacrilega turba appunto cum gladiis et lignis. Comparvero i malvagi armati, chi di sciabole, chi di lance, chi di bastoni ferrati. L’incontrarono con un turbine d improperj chiamandolo ipocrita, negromante, subornatore de’ popoli, distruttore della loro Religione e passando ad urtarlo con fiancate e calci, a percuoterlo con pugni e schiaffi, gl’intimarono che detestasse la Fede Romana e professasse la Riforma di Calvino, altramente erano risoluti di slanciarsegli adosso ed ivi trucidarlo. Stavano i barbari accerchiandolo d’ogn’intorno in guisa di cani arrabbiati, di tori inferociti in atto di assalirlo e sbranarlo se non aderiva subito ai loro sacrileghi sentimenti ed egli, abbominando eziandio col sembiante del volto una tal iniqua proposta: Io non sono venuto in queste parti – rispose – per accecarmi coll’abbracciar una fede falsa iniqua e bugiarda qual è la vostra, ma bensì per sradicarla da vostri cuori per illuminarvi la mente e per indurvi a seguir la luce della vera Religione Cattolica, parlando con tale imperturbabilità di volto che alcuni degli aggressori ebbero ad ammirare, come dipoi lo attestarono, una tale intrepidezza. Né si andò più avanti in parole perché nell’atto stesso della fedele e generosa protesta, uno di quei ribaldi, imbrandita con ambe le mani una scimitarra gliela rovesciò sul capo con disegno di spaccarglielo in due; il che sarebbegli riuscito, quando internamente colpito da quel sembiante di Paradiso, non avesse dovuto cedere a certo risalto di natura che il rese vacillante, onde lasciò cadere alquanto errato il colpo. Supplì però all’errore rialzando con maggiore forza la sciabola ed aprendogli largamente il cranio, un altro lo investi di punta e con atroce ferita lo trapassò nel petto, né potendo il fedel Servo di Cristo dopo di un sì fiero squarcio più reggersi in piedi, cadette genuflesso ove, alzati gli sguardi e le mani al Cielo ed invocati i Nomi Santissimi di Gesù e di Maria, fu udito supplicar il Signore a ricevere in pace il suo spirito ed a perdonar ogni colpa a suoi persecutori.
Vedutolo in tale positura più infieriti che mai il passarono con aste per mezzo alle coste. con mazze appuntate di chiodi gli crivellarono la testa, con spade di punta e di taglio lo investirono per ogni parte del corpo, sempre più incrudeliti quanto più vedessero scorrere ad abbondanza il sangue. Da ventitré ferite se gli contarono nel capo, venti piaghe gli fecero nel petto, lo trafissero nella gamba sinistra fino all’osso, facendolo degno con lacerarlo in tutto il corpo di rassomigliar in morte il suo Gesù per il quale moriva esso ancora piagato: “A planta pedis usque ad verticem capitis“. Lasciaronlo que’ scellerati sul prato credendolo finito e morto, ma quel Signore il quale compiacevasi nel vederlo costante ne’ tormenti ancor conservavalo in vita merceché poco dopo Margarita Genserin, femmina in tutto Cattolica, vedendo sedato il tumulto accostossi al benedetto Corpo con disegno di venerarlo e lo vide steso con gli occhi aperti, respirante ancora, finché alla sua presenza esalò coll’ultimo fiato la sua anima beatissima.
Trionfavano i Barbari per la strage fatta del Martire onde strascinando al luogo della carneficina alcuni Cattolici urtando co’ piedi nel sagro Cadavere e calpestandolo: “Ecco – dicevano chi poco fa ci voleva tutti Papisti. Ecco qui chi voleva distruggere la nostra Religione“. Proseguendo nello schernirlo e schiacciarlo come un vil verme.
Fu ben di rara maraviglia ciò che si riseppe dai carnefici stessi che raccontarono il successo minutamente ed è che in tempo nel quale durò un sì crudele strazio non solamente non ismarrì punto di quella tranquillità in viso con cui si presentò nel primo incontro a’ suoi nemici, ma nel bollore stesso della barbara carneficina, al raddoppiarsi e moltiplicarsi dei colpi, faceasi maggior la sua allegrezza sul volto, tanto che in un aria sempre ridente e colle pupille ben fisse nel Cielo, quasiché col Martire Stefano egli ancora vedesse “coelos apertos“, spirò l’Anima beatissima.
Seguì il Martirio del Santo Servo di Cristo nell’anno 1622, lì 24 di Aprile, in giorno di Domenica, due ore in circa prima del mezzo giorno, essendo egli nell’anno 45 di sua età e decimo di Religione. Morì in una purissima verginità da esso lui generosamente custodita in tutto il decorso del suo vivere; morì in una continua penitenza, non mai stanco di tormentar il suo corpo e d ‘incontrar sempre nuove fatiche le più ardue per amor di Gesù; e morì finalmente squarciato da crudeli ferite in tutte le membra giubilando che le tante piaghe in guisa di bocche aperte attestassero ch’egli moriva in tutto fedele alla Chiesa Cattolica. Con risate e schiamazzi accompagnarono quei barbari la compiuta tragedia credendo con un tale macello fatto del di lui corpo d’averne insieme sepolta ogni sua gloria, ma pur è verissimo che la cruda carneficina pose l’ultima mano alla bellissima corona delle di lui glorie eterne. Con una costanza portentosa fino all’ultimo esalar dello spirito eseguì il fedelissimo Martire quell’intimazione fattagli: “Esto fidelis usque ad mortem“, né mancò il Signore della corona dovuta al di lui forte zelo e sante operazioni in compimento della promessa: “Et tibi dabo Coronam vitae“, disponendo pure che nella Vigilia di San Marco, di cui ne aveva sortito il nome dal santo Battesimo, salisse trionfante alla gloria unito all’Evangelista il Predicatore dell’Evangelio e che festeggiasse in un sol giorno tutto l’Empireo i trionfi di un Marco Evangelista e di un Marco Fedele.

(P. Massimiliano da Vanghena OFM Cap., Vita di San Fedele da Sigmaringa, Svevo, dell’Ordine de’ Minori di S. Francesco Cappuccini, Protomartire della Congregazione de Propagande Fide, Roma, 1746, pp. 58-64. Testo raccolto da Giuliano Zoroddu)