di Massimo Micaletti

Alfredo “Dino” Ferrari, figlio di Enzo. Malato di distrofia muscolare Duchenne, ne morirà a soli ventiquattro anni, il 30 giugno 1956.

Il Commendatore – così chiamavano Enzo Ferrari – lo adorava e gli dedicò alcune tra le più belle vetture uscite dalla Casa di Maranello: una su tutte, la 206/246 GT che, appunto, non portava neppure il marchio Ferrari, ma “Dino”. La 206, nata nel 1968, dodici anni dopo la morte di Dino, montava un propulsore V6 di 2.000cc al cui progetto aveva a suo tempo lavorato lo stesso Dino, giovane e talentuoso: quello stesso motore, portato a 2.400cc, sarebbe stato montato non solo sull’evoluzione della 206, la 246, e sull’aggraziata FIAT Dino Spider/Coupé, ma anche sulla leggendaria Lancia Stratos, una delle automobili più iconiche di tutti i tempi.

Il V6 era nato di 1.500cc ma resse bene tutti gli aumenti di cilindrata fino, come detto a ben 2.400cc: segno che il progetto era ottimo e longevo, tanto che, appunto, la sua ultima evoluzione continuò a girare nel corpo della Lancia Stratos, fino alla fine degli Anni Settanta. Ferrari perdeva dunque il figlio prediletto ma anche un validissimo progettista: le ultime note al progetto del V6 furono dettate dal letto sul quale era ormai costretto e il primo esemplare del motore ruggì dopo la morte del giovane.

Ma il nome di Dino non sta solo su quest’eccezione motore e sulle Ferrari che l’hanno montato: nel 1970 gli fu intitolato anche l’Autodromo di Imola che dal 1988, dopo la morte del padre, si chiama “Enzo e Dino Ferrari”. Inoltre, nel 1981, a un quarto di secolo dalla morte del figlio, il Commendatore contribuì fattivamente alla nascita, presso l’Università di Milano, del Centro “Dino Ferrari”, per la ricerca sulle distrofie muscolari.

Ferrari non accettò mai la malattia del figlio, manifestatasi già da bambino: Enzo confessò che una volta si era lanciato in corsa con uno dei suoi bolidi, con Dino al fianco, deciso a schiantarsi insieme a lui contro gli alberi lungo la strada; gli mancò il coraggio d’ammazzarsi. Si racconta che quando si confrontò col Professore che diagnosticò il male fatale, questi gli disse: “Non posso darle nessuna speranza”; Ferrari, sferzante com’era, rispose furioso “Lei è un medico, non un prete! I preti danno speranze, Lei deve darmi una cura per mio figlio!”.

Cosa intendeva il Commendatore? Forse, l’ateo Ferrari credeva che ai sacerdoti spettasse – tra l’altro – donare speranza. Forse, la intendeva in senso deteriore, come “illusione”, forse come “conforto”, forse come sguardo su un’altra vita dopo questa.