di Luca Fumagalli

Se Hilaire Belloc, lo storico cattolico più famoso nell’Inghilterra d’inizio Novecento, ebbe diversi meriti – tra tutti quello di rivitalizzare nei paesi anglosassoni l’entusiasmo per il medioevo cristiano – tuttavia la sua opera apologetica non fu esente da difetti: al netto della vasta cultura e delle indiscutibili qualità letterarie, troppo spesso, infatti, la sua vis polemica nei confronti dei protestanti e del capitalismo industriale ebbe la precedenza sull’accuratezza del dato storico (lo dimostrano, ad esempio, le famose controversie con H. G. Wells e G. G. Coulton). Secondo A. N. Wilson, biografo di Belloc, «la sua notorietà e la sua produttività apparentemente inesauribile lo fecero apparire agli occhi di molti convertiti come una figura di sicuro fascino, ma presso gli storici più sobri tra questi risultò, alla lunga, un personaggio imbarazzante».

Per un vero e proprio revival degli studi storici cattolici in Gran Bretagna fu necessario attendere l’arrivo sulla scena pubblica di Christopher Dawson.

Nato il 12 ottobre 1889 sul confine gallese dalla figlia di un reverendo anglicano e da un ricco ufficiale dell’esercito, Dawson ebbe la fortuna di studiare a Winchester, una delle scuole più prestigiose d’Inghilterra. Per una singolare coincidenza frequentò l’istituto negli stessi anni in cui studente era anche Arnold Toynbee, il quale, al pari del compagno, divenne uno dei principali teorici della storia della civiltà.

Dawson venne ufficialmente ricevuto nella Chiesa il 5 gennaio 1914 dopo una gioventù trascorsa in ambiente anglocattolico.  Che il suo destino sarebbe stato quello della conversione lo si poteva intuire già nel 1909, quando da studente del Trinity College di Oxford visitò Roma per la prima volta. A differenza di molti dei suoi predecessori britannici, il ragazzo fu letteralmente rapito dall’atmosfera barocca che si respirava nella Città Eterna: «L’arte della controriforma era una pura gioia e amavo le chiese del Bernini e del Borromini non meno delle antiche basiliche […]. [Tutto questo] mi condusse alla letteratura della controriforma, e venni a conoscere Santa Teresa e San Giovanni della Croce; al loro confronto persino il più grande degli scrittori religiosi non cattolici sembra pallido e irreale».

Il 1909 è anche l’anno in cui Dawson conobbe la sua futura moglie, Valery Mills, rampolla di un’antica famiglia cattolica. Certamente la vicinanza di Valery fu importante nel favorire il percorso di conversione del fidanzato, sempre più insoddisfatto dalla mancanza di un chiaro principio di autorità nella Chiesa d’Inghilterra e dall’approccio storico-critico dei nuovi esegeti biblici.

Esonerato dal servizio militare durante la Grande Guerra a causa di una forma cronica di bronchite, Dawson si dedicò anima e corpo alla studio, pubblicò i primi articoli e, nel 1925, inaugurò la sua lunga e brillante carriera accademica.

Durante gli anni Venti approfondì soprattutto la storia delle civiltà, e nel suo primo saggio, L’età degli dei (The Age of Gods, 1928), diede corpo a un sistema che rivaleggiava con quello dei contemporanei Oswald Spengler e Toynbee. Oltre a riconoscere nella spiritualità e nel libero arbitrio due elementi fondamentali per la creazione e la preservazione di una cultura, Dawson accusava Spengler di trattare le civiltà come se fossero isolate le une dalle altre, peccando di eccessiva semplificazione, mentre a Toynbee imputava l’errore di considerarle tutte moralmente equivalenti (secondo Dawson, infatti, alcune culture, in particolare quelle dell’Occidente cristiano, erano superiori alle altre). Più in generale la sua critica era rivolta al riduzionismo di certe scuole ottocentesche: in ogni civiltà vi era una relazione tra forze materiali, psicologiche e spirituali di gran lunga più complessa di come avevano ipotizzato Hegel, Marx, Comte, Spencer o Freud.

Nel 1929 Dawson pubblicò Progresso e religione (Progress and Religion), un brillante volume in cui si investiga la storia del concetto di progresso, di come si sia sviluppato a partire dalla Riforma fino a raggiungere un posto centrale – quasi fosse una nuova religione – nella tradizione intellettuale dell’Occidente. Al contrario, secondo l’autore, se per certi versi la storia d’Europa può essere legittimamente letta in chiave di un lento progresso, la forza dinamica rimane comunque quella del cristianesimo, felicemente alleato con l’eredità scientifica della cultura ellenistica: «L’unità essenziale di una civiltà consiste in una coscienza comune», e «dietro l’unità culturale di ogni grande civiltà vi è un’unità spirituale».

Sin dal periodo universitario Dawson si era ripromesso di sbugiardare un suo vecchio idolo, lo storico Edward Gibbon, autore della celeberrima History of the Decline and Fall of the Roman Empire: il cristianesimo, lungi dall’essere il distruttore della civiltà, come sosteneva Gibbon, vivificò un’Europa moribonda e garantì la sopravvivenza della cultura latina negli anni cupi del basso Medioevo. Questa, in sintesi, la tesi de La genesi dell’Europa (The Making of Europe, 1932), tra i libri più letti e apprezzati di Dawson. Maisie Ward, cogliendo la palla al balzo per canzonare Belloc, salutò il volume con entusiasmo: «Christopher Dawson ci ha salvato dalla visione provinciale della “Fede e dell’Europa”». Più moderato il giudizio di Joseph Pearce: «La genesi dell’Europa fu presto adottato dalle facoltà di storia di molte università e venne tradotto in diverse lingue. La scuola storica del duo Belloc-Chesterton ora poteva vantare un nuovo campione in ambito accademico». Proprio a G. K. Chesterton Dawson inviò una copia omaggio del nuovo libro, un modo per ringraziare un autore che, insieme a R. H. Benson e J. H. Newman, aveva rivestito un ruolo fondamentale nella sua adesione al cattolicesimo: «Anni fa, quando ero uno studente, la sua Ballata del cavallo bianco per la prima volta mi rivelò un’immagine viva di questo periodo, in un momento in cui ero ormai stanco di Stubbs, Oman e degli altri […]. Ho provato a scrivere una storia, di stile universitario, che non lasciasse fuori nulla di ciò che importa e che desse un posto appropriato ai fattori spirituali».

Nonostante le somiglianze e gli evidenti debiti, Dawson aveva una visione dell’apologetica meno trionfalistica rispetto al “Chesterbelloc”, portata a non solleticare i pregiudizi antiprotestanti dei lettori e in cerca di un pubblico il più vasto possibile. Proprio per questo fondò con Maritain, Eric Gill e altri intellettuali il periodico «Order», dedicato alla letteratura e alla politica. Purtroppo l’esperimento durò meno di un anno a causa della mancanza di fondi. In A Historian and His World: A Life of Christopher Dawson la figlia, Cristina Scott, scrive: «Il cattolicesimo non era sempre un’osteria felice, così come non necessariamente i cattolici erano medievalisti e l’Europa non coincideva per forza, ogni volta, con la Fede». La politica “conciliatoria” di Dawson incontrò il favore dal cardinale Hinsley, arcivescovo di Westminster, e col tempo l’aggettivo “Dawsonian” divenne sinonimo, in contesto cattolico, di “intellettualmente profondo”.

Se lo storico inglese condannò nettamente il comunismo e il nazismo, la sua reazione al fascismo fu più complessa. Oltre a essere un sostenitore di Franco nella lotta al bolscevismo ateo – «in Spagna, da sempre il baluardo dell’Europa cristiana e il paese che in passato ha dovuto sostenere l’urto dello scontro con l’Islam, si sta combattendo la battaglia contro il nuovo nemico della cristianità» – era convinto che esistessero molte differenze tra la dittatura di Hitler e quella di Mussolini; inoltre, in uno dei suoi primi articoli, si era involontariamente fatto profeta dell’ideologa economica fascista pronosticando per l’Inghilterra un futuro “corporativista” – unica soluzione per uscire dall’ «orribile edificio della società industriale vittoriana» – a cui si accompagnava una rivalutazione delle classi rurali e una critica al melting pot americano. Dawson mal sopportava l’idea di uno stato pianificatore, che attentasse alla libertà individuale, un pericolo incarnato non solo dall’Unione Sovietica ma anche dall’Inghilterra del dopoguerra e dagli Stati Uniti del New Deal (negli anni Quaranta mutò decisamente posizione, continuando a condannare la secolarizzazione, ma sottolineando, al contempo, le grandi differenze esistenti tra democrazia e totalitarismo). Fu pure tra coloro che salutarono i Patti Lateranensi con favore: «Hanno dato più importanza alla religione nella vita nazionale rispetto a quanto era stato fatto dal regime democratico che è stato soppiantato». Disapprovava però quel nazionalismo esasperato che vedeva nello stato il fine e non un mero strumento, e anche il razzismo gli pareva una follia: una volta, invitato a parlare in Italia, si ritrovò suo malgrado seduto a cena accanto ad Hermann Goering, ma ciò non lo trattenne dal condannare pubblicamente qualsiasi discriminazione basata su supposte verità scientifiche.

 Intanto l’opera di Dawson continuava nella collaborazione con svariati periodici, tra cui il «Criterion» di T. S. Eliot, e con la pubblicazione di nuovi saggi come La religione e lo stato moderno (Religion and the Modern State) e Il dilemma moderno (The Modern Dilemma), entrambi del 1932. Il 1942 fu invece l’anno de Il giudizio delle nazioni (The Judgment of the Nations), un lavoro in cui venivano rintracciate le cause del conflitto bellico in atto nel liberalismo ateo e materialista del XIX secolo, a cui seguirono nel 1948 e nel 1950 Religion and Culture e Il cristianesimo e la formazione della civiltà occidentale (Religion and the Rise of Western Culture), tratti dalle lezioni tenute all’università di Edimburgo. C. S. Lewis, insieme al poeta David Jones, fu tra i lettori più entusiasti degli ultimi libri dello storico inglese: «Era esattamente ciò che volevo».

Complice la fama crescente, Dawson finì per diventare noto anche al di là dell’Atlantico e nei primi anni Cinquanta iniziò una fitta corrispondenza con John Mulloy, un insegnante di Philadelphia, che lo invitò a traferirsi in America. L’occasione si presentò nel 1858, quando Chauncey Stillman, un convertito, fece una donazione alla Harvard Divinity School per fondare una cattedra di studi cattolici: fu così che Dawson mise piede nel tempio dell’intellighenzia protestante, accettando un contratto di cinque anni. Malgrado qualche incomprensione iniziale e un malcelato fastidio per le frange più liberali della Chiesa statunitense, Dawson arrivò ad ammirare l’energia del cattolicesimo americano, e in occasione del suo settantesimo compleanno, nel 1959, si lasciò andare a una dichiarazione solenne: «Quando iniziai a scrivere erano i giorni di Charles Péguy, di Belloc e di Chesterton, e i miei occhi erano fissi sull’Europa e sulla tradizione europea. Ma oggi inizio a percepire che è in questo paese che sarà deciso il destino della cristianità». 

La parabola discendente di Dawson incominciò negli anni Sessanta, quando le grandi generalizzazioni tipiche della storia della civiltà passarono poco alla volta di moda, sostituite da un approccio più scettico e pragmatico. Lo storico inglese, tra i critici delle riforme del Concilio Vaticano II, si trovò messo in ombra pure da una generazione di giovani studiosi cattolici, ispirati dal nuovo corso della Chiesa, che presero a trattarlo al pari di un vecchio rottame dell’ultraconservatorismo. Nel 1962, ammalato e ormai al termine del suo contratto ad Harvard, tornò in Inghilterra dove morì il 25 maggio 1970. Tra i lavori migliori di fine carriera figurano La crisi dell’istruzione occidentale (The Crisis of Western Education, 1961) e il postumo Gli dei della rivoluzione (The Gods of Revolution, 1972). Nel 1969 lo scrittore E. I. Watkin, sfidando la supponenza dei più, aveva difeso l’opera dell’amico senza inutili giri di parole: «In troppi circoli cattolici […] Dawson e i suoi insegnamenti sono stati discreditati e considerati sorpassati, senza alcun valore o persino significato per il cattolico contemporaneo. Alcuni che furono in prima fila a salutare con rispetto il suo lavoro si sono allontanati verso un avanguardismo religioso e culturale (in verità più anticulturale e radicalmente irreligioso)».

Oggi, a mezzo secolo di distanza dalla sua scomparsa, il contributo pionieristico di Christopher Dawson agli studi storici è pienamente riconosciuto. A lui va infatti il merito di aver introdotto il concetto di cultura – inteso in senso antropologico –, una novità che è stata largamente impiegata dalle scienze sociali negli ultimi tre decenni. Sul fronte della Fede, il più importante apporto di Dawson rimane quello di aver reso l’apologetica meno virulenta e accademicamente più solida. Se è forse esagerato considerarlo il più grande storico cattolico del XX secolo, come qualcuno ha provato a fare, allo stesso tempo, però, egli fu certamente tra i migliori della sua epoca, lontano da ogni partigianeria di comodo, unicamente interessato a scovare e a difendere la Verità.