Da Wilde a Cristo: la storia, tra letteratura e fede, di John Gray e Marc-André Raffalovich

di Luca Fumagalli

«Ho sessant’anni. Sono sacerdote da venticinque. Invecchiando, noto ancora di più la bellezza del mondo». Così scriveva un sereno e appagato John Gray – all’epoca parroco ad Edimburgo – in un appunto del 1926. Nessuno, tranne l’amico e vicino di casa Marc-André Raffalovich, conosceva il suo passato di poeta decadente. Solo due indizi avrebbero potuto tradirlo: quei pochi volumi della sua libreria col dorso rivolto all’interno e la stravagante abitudine di pregare, ogni anno, a gennaio, per l’anima di Paul Verlaine.

John Henry Gray era nato il 2 marzo 1866 a Woolwich, nel sud-est di Londra. Il padre, un fiero protestante di origini scozzesi, era un carpentiere, esperto riparatore di ruote. Lui e la moglie avevano in tutto nove figli dei quali John era il maggiore. 

John Gray (1890 ca.)

Nonostante fosse un ottimo studente, Gray dovette abbandonare presto la scuola a causa delle scarse disponibilità economiche della famiglia. Si rifece però nel 1884 quando, a prezzo di grandi sacrifici, riuscì a superare un concorso che gli aprì le porte al pubblico impiego: lavorò dapprima al General Post Office e, a partire dal 1888, occupò l’incarico di archivista presso la Foreign Office Library.

Nel 1890, poco dopo il rientro da una vacanza in Bretagna, si fece cattolico, impressionato dalla profonda devozione dell’amico Marmaduke Langdale – che lo aveva ospitato – e dei bretoni, gente semplice e di buon cuore. Se i convertiti alla J. K. Huysmans erano stati infiammati dalla bellezza dell’arte e della liturgia cattolica, non così Gray, che maturò la sua decisione mentre stava assistendo alla messa in una squallida cappella di campagna: «Fu in quel momento che capì. Dissi a me stesso, “John Gray, ecco ciò che conta davvero”». Venne battezzato sub conditione il 14 febbraio da padre Daniel Canty in una chiesa di Lincoln ‘s Inn Field.

Da sx: John Gray, Sophie Raffalovich, André Raffalovich, Florence Gribbel e Georges Raffalovich (1896 ca.)

Gray, che componeva poesie da quando aveva sedici anni, sognava in realtà di diventare uno scrittore di successo e non aveva intenzione di marcire dietro una polverosa scrivania. Iniziò quindi ad atteggiarsi da dandy e a frequentare il bel mondo londinese. Era ospite fisso degli incontri organizzati dal Rhymers’ Club e non si perdeva mai una prima teatrale (amava in particolare il music-hall, un genere di spettacolo costituito da esibizioni di attori, cantanti, ballerini, acrobati e illusionisti.

Un pizzico di celebrità se la guadagnò il 7 febbraio del 1892, quando tenne una conferenza sull’attore moderno al Playgoers’ Club. Tra il pubblico era presente Oscar Wilde che Gray aveva incontrato per la prima volta l’anno precedente. Il poeta irlandese era stato così colpito dall’aspetto del giovane e dai suoi modi cortesi che con molta probabilità si ispirò proprio a lui per dare forma al protagonista de Il ritratto di Dioran Gray, con cui John aveva in comune pure il cognome. È possibile – ma non certo – che lui e Wilde furono addirittura amanti, almeno per un breve periodo.

Ritratto di Raffalovich eseguito da Dampier May (1886)

L’amico e scrittore Pierre Louÿs fu invece colui che introdusse Gray nell’ambiente letterario parigino facendogli incontrare Verlaine, Mallarmé, Schwob e altri poeti simbolisti. Mosso dal desiderio di far conoscere i loro versi ai lettori inglesi, il giovane si diede molto da fare scrivendo articoli e promuovendo nuove traduzioni.

Nel 1893, grazie al supporto economico di Wilde – da cui tuttavia Gray si separò definitivamente qualche settimana dopo – vide la luce Silverpoints, la sua prima raccolta poetica. Il libretto, la cui elegante copertina era stata disegnata dall’artista Charles Ricketts, rimane uno più rappresentativi del gusto fin se siècle e conteneva sia componimenti originali che traduzioni dal francese. Il risultato era una commistione poco digeribile tra sacro ed erotico che riecheggiava vagamente lo stile di Aubrey Beardsley. Il successo, come prevedibile, fu scarso, limitato al solo circolo degli esteti e a qualche ammiratrice, su tutte la poetessa Olive Custance, conquistata più che altro dalla bellezza dell’autore. Negli anni seguenti si tentò diverse volte di ripubblicare la raccolta, ma Gray, che nel frattempo era stato ordinato sacerdote e ormai detestava i suoi poèmes noires d’inizio carriera, oppose sempre un netto rifiuto. Di più, ogni volta che vedeva nella vetrina di una libreria una delle poche copie del volume ancora in commercio, irrompeva nel negozio per acquistarla: non voleva lasciare nessuna traccia di un passato di cui evidentemente si vergognava.

“Cyril and Lionel” (Kegan Paul, 1884)

E’ più o meno in questo periodo che la strada di John Gray si incrociò con quella di Marc-André Raffalovich. Si conoscevano sin dal 1888, ma è solo dopo la pubblicazione di Silverpoints che i due iniziarono a collaborare scrivendo per l’Independence Theatre (i loro testi, a dire il vero, non andarono mai oltre, per qualità, al vezzo dilettantesco). Col tempo Gray e Raffalovich divennero amici inseparabili, destinati a rimanere tali per il resto della vita.

Raffalovich era nato l’11 settembre del 1864 a Parigi. Era il terzo e ultimo figlio di una famiglia ebrea scappata dalla Russia in seguito alle purghe zariste. Il padre, banchiere di fama internazionale, era un uomo di grande cultura, conosceva ben otto lingue ed era un amante dell’arte, della letteratura e delle scienze. La sua abitazione era frequantata da intellettuali del calibro di Henri Bergson ed Ernest Renan. I coniugi Raffalovich erano molto attivi pure in campo sociale, dandosi da fare per i poveri e per gli emigrati ebrei. Uno dei cugini di cui André andava più fiero, Anatole Chaptal, prestò la sua opera di sacerdote negli squallidi sobborghi della capitale francese e nel 1922 divenne vescovo ausiliario di Parigi (Rafflovich fu felicissimo quando, diversi anni dopo, mons. Chaptal lo venne a trovare a Edimburgo). 

Il reverendo John Gray (1900 ca.)

A diciotto anni il ragazzo si stabilì a Londra e tentò di dare il via a un salotto letterario. Per quanto fosse un tipo piacevole e interessante, l’inesperienza attirò su di lui le critiche di Oscar Wilde che non esitò a prenderlo in giro per l’aspetto – lo reputava estremamente brutto – e a definire il suo salon più simile a un saloon. Raffalovich non se la prese; forte delle buone doti di critico mostrate su alcune riviste letterarie francesi, preferì reinventarsi come autore, pubblicando nel corso degli anni cinque raccolte poetiche – Cyril and Lionel (1884), Tuberose and Meadowsweet (1885), In Fancy Dress (1886), It Is Thyself (1889) e The Thread and the Path (1895) –  e due romanzi, A Willing Exile (1890), una condanna nei confronti di chi conduce un’esistenza priva di scopo, e Self Seekers (1897), che riprende pressappoco i medesimi temi. Se quasi nessuno era disposto a condividere l’astio ingiustificato di Wilde nei confronti di Raffalovich, unanime fu invece il giudizio negativo sulle sue opere, superficiali e prive di mordente.

Nel 1895 il famoso processo “Regina v. Wilde” e lo scandalo che ne derivò ebbero effetti profondi su Gray e l’amico.

Raffalovich in un dipinto del 1890 ca.

In quei mesi un John in evidente stato d’angoscia mise nero su bianco uno dei suoi racconti inediti, The Person in Question, ribaltando in senso virtuoso la trama de Il ritratto di Dorian Gray; in aggiunta inviò agli amici il primo dei Blue Calendars – opuscoli che contenevano alcune poesie religiose e un calendario per l’anno venturo – e nel 1896 diede alle stampe la raccolta Spiritual Poems, una negazione in versi del suo passato decadente. Probabilmente è proprio in questo scenario che va collocato un aneddoto che testimonia la sua crescente inquietudine spirituale: «Una mattina John Gray stava camminando a Coventry Street, vicino alla Leicester Square, quando uno sconosciuto si avvicinò a lui e gli rivelò delle notizie che lo sconvolsero profondamente. Si rifugiò allora nella vicina chiesa di Notre Dame de France e si inginocchiò davanti all’immagine della Madonna. Qualche minuto dopo – almeno così parve a lui – si rese conto che fuori era diventato buio; un’anziana signora con delle chiavi in mano si avvicinò e gli disse che doveva chiudere la chiesa. Era notte; era rimasto in ginocchio per tutto il giorno».

Raffalovich, da parte sua, si prese una bella rivincita facendo pubblicare a Parigi, nell’autunno del 1895, L’Affaire Oscar Wilde, un pamphlet in cui attaccava la vergognosa condotta dello scrittore. Il periodo non fu comunque facile nemmeno per lui, turbato dalle medesime pulsioni che avevano distrutto l’anima e la reputazione di Wilde. Fu forse quindi il desiderio di riscatto, di chiudere col passato, che lo portò infine a fari cattolico, sostenuto nel suo proposito da Gray e dalla fidata governante, Florence Gribbell, anch’essa recente convertita. Raffalovich venne battezzato il 3 febbraio 1896 da padre J. M. Bampton presso la chiesa dei gesuiti in Farm Street.

La chiesa di St Peter a Edimburgo

Due anni dopo, toccò a Gray cambiare vita: lasciò il lavoro e si recò a Roma, al Collegio Scozzese, con l’intenzione di studiare per diventare sacerdote. Grazie al supporto economico di Raffalovich, Gray poté dedicarsi ai libri senza ulteriori preoccupazioni, dimostrandosi un allievo disciplinato e umile. Venne ordinato dal cardinale Respighi nella basilica di San Giovanni in Laterano il 21 dicembre 1901 e fu poi mandato a Edimburgo a servire in una parrocchia di periferia. Il dandy aveva lasciato il posto a un prete maturo e capace, sin da subito amato dai fedeli, per la maggior parte immigrati irlandesi. Sul fronte letterario pubblicò nel 1904 una raccolta di componimenti mariani, Ad Matrem, e curò l’edizione delle ultime lettere di Beardsley – una delle icone del decadentismo – con il dichiarato intento di difendere l’onorabilità dell’amico (accusava i critici di dedicare eccessiva attenzione alla vita irregolare dell’artista, tralasciando gli effetti benefici che ebbe su di lui la conversione al cattolicesimo, avvenuta pochi mesi prima della prematura scomparsa).

Nel 1905 pure Raffalovich si trasferì ad Edimburgo e trovò casa vicino all’appezzamento di terra dove da lì a un paio d’anni sarebbe sorta la chiesa di St. Peter. L’edificio, progettato da Robert Lorimer, era stato fortemente voluto sia da lui – che si accollò la quasi totalità delle spese di costruzione – sia da Gray, a cui fu concesso di diventarne parroco fino alla fine dei suoi giorni. Lo scopo principale era quello di offrire nuovi stimoli alla comunità cattolica cittadina e l’arcivescovo fu oltremodo felice di benedire l’impresa.

“Park. A Fantastic Story” (edizione Saint Albert’s Press, 1966)

Tra messe, battesimi, matrimoni, funerali e confessioni, a Gray rimaneva poco tempo libero per le adorate passeggiate in montagna o per dedicarsi alla scrittura. Ad eccezione di un paio di raccolte stampate privatamente e della traduzione di alcune preghiere delle Sante Gertrude e Matilde, due suore benedettine del XIII secolo, per quindici anni scrisse poco o nulla. Il ritorno alla grande letteratura avvenne solamente nel 1926, con la pubblicazione del poema The Long Road, un’allegoria dell’esistenza condita con cenni autobiografici, a cui seguirono una raccolta di versi, Poems (1931), e Park: A Fantastic Story (1932), uno strano racconto, a metà tra utopia e distopia, in cui è descritta un’ipotetica Inghilterra del futuro dominata dai neri e nuovamente cattolica.

Nel frattempo anche le giornate di Raffalovich – che era diventato, con Gray, terziario domenicano – erano piuttosto impegnate, trascorse tra la preghiera e la cura del proprio patrimonio. Oltre a dimostrarsi un generoso benefattore, finanziando la costruzione di vari edifici ecclesiastici, seguitava ad essere attivo sul versante culturale: vantava una biblioteca fornita di tutte le ultime novità editoriali provenienti del continente, collaborava con periodici francesi e tedeschi, ed era un prolifico corrispondente, in contatto con personalità illustri del calibro di George Tyrrell, che Raffalovich stimava sebbene non ne condividesse il modernismo. Fu inoltre uno dei massimi studiosi di omosessualità, argomento approfondito e interpretato alla luce della Fede. Nella sua opera maggiore dedicata alla questione, Uranisme et unisexualitè (1896), sosteneva che l’omosessuale dovesse vivere una vita di castità, sublimando nell’arte e nella religione le passioni disordinate (come sottolinea Ellis Hanson, autore di Decadence and Catholicism, «inutile dirlo, il ragionamento di Raffalovich ha poco a che spartire con le moderne politiche gay»). La sua abitazione divenne uno dei cenacoli più rinomati del cattolicesimo britannico, frequentato, tra gli altri, da padre Vincent McNabb, mons. Robert Hugh Benson e Compton Mackenzie. Raffalovich, mecenate per vocazione, aiutava volentieri gli artisti emergenti, ad esempio Eric Gill, e durante la Prima Guerra Mondiale, quando gli affari subirono un brusco crollo, non esitò a vendere qualcuno dei suoi libri più rari per venire incontro alle tante persone in difficoltà.

Il giovane André Raffalovich nel giardino della sua casa estiva nel Surrey

Gray raggiunse il culmine della carriera ecclesiastica il 4 febbraio 1930 ricevendo la nomina di canonico della diocesi di St Andrews ed Edimburgo, segno della grande stima di cui godeva presso l’arcivescovo e i parrocchiani, che lo consideravano un ottimo sacerdote e un eccellente predicatore. Del resto era noto come lui stesso tenesse in gran considerazione la dignità sacerdotale e persino con Raffalovich, sia in pubblico che nel privato, non rinunciava a un certo distacco formale.   

I due amici morirono esattamente a quattro mesi di distanza l’uno dall’altro: Raffalovich spirò improvvisamente, nel sonno, il 14 febbraio 1934, Gray se ne andò dopo una breve malattia, il 14 giugno.

Il canonico John Gray (1931 ca.)

Ancora oggi John Gray e Marc-André Raffalovich sono considerati dalla maggior parte degli studiosi nulla più che due autori “minori” del decadentismo, buoni al massimo per figurare in saggio su Wilde; si ignora – o si finge di ignorare – il fatto che la loro parabola biografica sia durata molto più a lungo della parentesi fin de siècle e abbia travalicato, per bellezza e intensità, gli angusti limiti della letteratura. Al netto delle spigolosità caratteriali e dei naturali difetti, la loro fu infatti una conversione sincera, senza ambiguità, vissuta all’ombra dell’espiazione: se Gray e Raffalovich furono “minori” come scrittori, di certo non lo furono come uomini, e questo, in fondo, è ciò che conta davvero.

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