Dieci ragioni per cui la 194 non sarà mai “buona”.

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di Massimo Micaletti

Quarantadue anni fa, il 22 maggio 1978, veniva promulgata la legge 194/78, a firma di cinque politici tutti democristiani: Giovanni Leone, Presidente della Repubblica; Giulio Andreotti, Presidente del consiglio; Tina Anselmi, Ministro della Sanità; Francesco Bonifacio, Guardasigilli; Filippo Maria Pandolfi, Ministro delle Finanze; Tommaso Morlino, Ministro del tesoro.

Ecco dieci buoni motivi per rigettare in toto ogni approccio di compromesso sull’aborto legale e chiederne l’immediata abrogazione:

1) La 194 postula l’irrilevanza giuridica del concepito: l’idea alla base dell’aborto legale è che l’essere umano, in un certo periodo della sua esistenza, non sia una persona ma una cosa. Per la legge italiana questo periodo è di dodici settimane se il concepito è sano, fino a sei mesi se il concepito è malato;

2) La 194 non tutela la salute della madre: l’aborto è sempre e comunque un trauma per la donna, e le patologie psichiatriche associate all’interruzione di gravidanza sono di gran lunga più frequenti e più gravi di quelle che possono derivare dalla prosecuzione della gravidanza; inoltre, non è previsto alcun colloquio psicologico e di supporto nel caso in cui il concepito sia malformato;

3) La 194 discrimina i soggetti malati: nella procedura abortiva oltre le dodici settimane, riservata al caso in cui il feto sia malformato o la donna corra pericolo di vita dalla gravidanza, non è previsto alcun colloquio informativo dissuasivo, nell’ottica che la sola malformazione, pur non grave, del nascituro sia giustificazione dell’intervento abortivo, senza necessità di indagare la possibilità di superare i problemi piscologici che la nascita di un figlio malato potrebbe comportare. Si crea così il paradosso gravemente discriminatorio per cui se una madre aspetta un figlio sano lo Stato si impegna a superare le difficoltà della gravidanza ma se il figlio è malato, nessuna struttura assume questo impegno;

4) La 194 non tiene in alcun conto la famiglia: nell’ottica dell’aborto legale, la famiglia semplicemente none esiste. Non esiste la famiglia biologica che si viene a creare con concepimento, dato che il padre è del tutto escluso dal processo decisionale e che non viene neppure riconosciuto lo stato di madre alla gestante; non esiste neppure la famiglia di provenienza della madre, se minore, in quanto la 194 prevede che possa non essere informata della volontà abortiva della minorenne;

5) La 194 nega la realtà della maternità: per l’aborto legale, la maternità non un fenomeno biologico che interessa una madre, un padre e un figlio ma un fenomeno esclusivamente psicorelazionale che si esaurisce nella dimensione della donna. Il figlio esiste se la donna lo vuole, altrimenti non ha alcuna rilevanza e può essere soppresso anche contro la volontà del padre;

6) La 194 nega la libertà e avalla l’arbitrio: la legge accorda alla madre una signoria sulla vita del figlio che non esiste né in termini morali – la madre è responsabile della vita del figlio, non ne è padrona – né in termini naturali perché ella non potrebbe in natura abortire da sé ma necessita dell’intervento di un terzo soggetto che ne è totalmente deresponsabilizzato, come pure la gestante. La 194 dunque non tutela la libertà, che per sua natura si fonda sulla responsabilità, avalla piuttosto l’arbitrio, eludendo ogni sanzione morale e giuridica per la scelta e l’azione della gestante e del medico che si percuotono sull’esistenza in vita d un essere umano terzo, il concepito:

7) La 194 non si limita a permettere l’aborto, ma lo sovvenziona: nella 194 l’aborto è considerato una terapia, sicché deve essere erogato a spese del Servizio Sanitario Nazionale, pur non essendo individuata nella legge alcuna patologia specifica, salvo il voler considerare la gravidanza una malattia bastevole di per sé a minare la salute psichica della gestante;

8) La 194 svilisce la natura e il senso della Medicina: nell’aborto legale, competenze e professionalità che dovrebbero essere rivolte a tutela della vita vengono invece impiegate per la sua soppressione. L’aborto legale implica non una medicina che curi una malattia ma che assecondi le scelte del paziente, indipendentemente dalle implicazioni morali della pratica medica che si va ad attuare;

9) La 194 emargina gli obiettori di coscienza: i medici obiettori non possono prendere parte al colloquio informativo dissuasivo che precede il rilascio del referto in base al quale la gestante può richiedere l’aborto, sicché i medici che sono dalla pare della vita non possono intervenire a tutela del concepito e della madre;

10) La 194 indirizza le donne verso l’aborto: in conseguenza di quanto al punto 6), ossia dell’esclusione dei medici obiettori dai colloqui pre-aborto, le gestanti parlano solo con medici favorevoli all’aborto, senza avere la possibilità di ascoltare pareri e motivazioni pro vita;

Se non vi bastano queste dieci ragioni, ce ne sono almeno altri sei milioni: tanti – e anche qualche migliaio in più – sono i concepiti soppressi dal 1978, coi soldi dello Stato e col beneplacito di una legge che non è buona, non ha parti buone e sarà buona solo da abrogata.

Un commento a "Dieci ragioni per cui la 194 non sarà mai “buona”."

  1. #marierose   7 Luglio 2020 at 4:30 pm

    Questa legge da togliere subito. E un inganno per la vita.

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