di Giuliano Zoroddu

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Presso il Museo Nacional del Prado a Madrid si può ammirare un ritratto frutto dell’arte del divin Raffaello, il Ritratto di Cardinale. Tra le varie identità che gli storici dell’arte hanno dato a questo anonimo porporato, vi è quella del Cardinale Francesco Alidosi.
Fu questi uno dei personaggi più influenti della corte di papa Giulio II della Rovere, amico personale del Pontefice, apprezzato gestore delle finanze della Santa Sede e sicuramente il più energico esecutore della politica ecclesiastica di quegli anni.
Terzo figlio del signore di Castel del Rio e Massa Alidosio, Francesco nacque a Castel del Rio (Imola) nel 1455 e, giovanissimo, fu inviato a Bologna al fine di apprendervi la Teologia. La carriera ecclesiastica era stata infatti quella che il padre aveva scelto per lui.
Nominato “scriptor apostolicus” (segretario) da Sisto IV (1471-1484) divenne buon amico del Cardinale Giuliano della Rovere, nipote del papa e futuro Giulio II. Un’amicizia, la cui solidezza diede adito a turpi ma mai provate malelingue, destinata a durare fino alla morte dell’Alidosi, che da essa trasse copiosi benefici.
Appena l’amico fu eletto Papa, nel 1503, fu nominato protonotario apostolico e cameriere segreto; l’anno dopo diventava Tesoriere generale della Camera Apostolica e, per l’imposizione delle mani di Giulio II in persona, Vescovo di Mileto. Il 1505 è l’anno della sua creazione cardinalizia e siccome dalla diocesi di Mileto era passato a quella di Pavia, ebbe l’appellativo di Cardinale di Pavia.
Contemporaneamente gli vennero affidate legazioni quali quella presso Cesare Borgia, presso Ferdinando il Cattolico e presso Luigi XII di Francia, la che gli diedero modo di far mostra della sua accortezza diplomatica e di conseguenza di aumentare il prestigio e la ricchezza che gli permisero di essere mecenate ed amico di personalità quali Bramante, Michelangelo e persino Erasmo.
Solo non gli riuscì ad restaurare il potere della propria famiglia ad Imola: questo progetto confliggeva infatti con la politica di Giulio II volta ad una effettiva restaurazione e solidificazione del potere temporale della Chiesa Romana sui suoi Stati, in balia delle piccole signorie locali, per un Papato forte ed indipendente.
E lo stesso Alidosi fu protagonista di questo progetto, in quanto dal 1506 fu messo a capo degli eserciti della Chiesa nelle campagne militari del Pontefice guerriero contro i Baglioni di Perugia e contro i Bentivoglio di Bologna, contro i Veneziani contro il ribelle duca di Ferrara, contro i Francesi.
Nel 1508 fu nominato Legato di Bologna e, eseguendo fedelissimamente gli inflessibili ordini di Giulio II, perseguì una dura repressione del partito dei Bentivoglio che gli cagionò però l’odio del popolo. Tenne il governo, a parte due interruzioni dovute alla necessità della sua presenza a Roma per discutere delle alleanze dei regni europei e della guerra contro Venezia, fino al 1510.
Fu sua l’idea di cingere d’assedio la fortezza di Mirandola, assedio cui partecipò lo stesso Giulio II rivestito dell’armatura, con un cappello di pelliccia e con la barba “da romito”. Iconico della tempra del papa è l’episodio che lo vede scavalcare il muro di cinta della fortezza al momento della sua presa il 20 gennaio 1511.
L’idea però non fu condivisa da Francesco Maria della Rovere duca d’Urbino, nipote del Pontefice e capo operativo dell’esercito, che concepì un odio fatale per l’Alidosi tanto da farlo arrestare come satellite dei Francesi nell’ottobre del 1510. Accuse da cui però Giulio lo assolse, investendola anche del vescovado di Bologna.
Tale nomina aveva lo scopo di compensare la perdita della legazione presso l’esercito che fu data al Cardinale Marco Vigerio. Così l’Alidosi stette a Bologna durante il c orso della guerra, premuto all’esterno dal Francese incalzante e all’interno dalla opposizione popolare. Mentre quindi il 23 maggio 1511 alla presa di Bologna si sommava la rivolta interna non seppe far altro che fuggire verso Ravenna dove si trovava il Papa. Stessa cosa davanti alla rotta dell’esercito pontificio, fece il duca d’Urbino suo rivale. Tuttavia mentre il Pontefice accettò le discolpe del Cardinale, coprì d’improperi quelle di suo nipote. Questi, ventunenne dal sangue caldo, irritato dal comportamento dello zio e ardente d’odio verso il Porporato, volle una volta per tutte chiudere la questione.
Incontratolo il giorno dopo, il 24 maggio, mentre si recava dal Papa, lo fermò e gridandogli: “Traditore, eccoti qui finalmente! Ricevi la tua paga” lo trafisse con la spada. L’Alidosi fece appena in tempo a formulare una sorta di atto di pentimento: “Io pago il fio dei miei peccati”, che rese l’anima.
Il commento di Paride de Grassis: “Buon Dio, come sono giusti i tuoi giudizi! Noi tutti ti dobbiamo ringraziare per aver tu punito giusta il merito questo traditore. È vero che fu un uomo a sbarazzarci di quest’essere esoso, però noi crediamo, che ciò non sia occorso senza tua permissione, e te ne rendiamo perciò nuove grazie”, rende bene la gioia che pervase alla notizia i suoi nemici. Gioia che non toccò punto Giulio II che anzi pianse amaramente la morte di un valente collaboratore e soprattutto di un fedele e vero amico.


Riferimenti bibliografici
Ludwing von Pastor, Storia dei Papi, Roma, 1932, Volume III.
Ivan Cloulas, Giulio II, Roma, 1993.
Gaspare De Caro, ALIDOSI, Francesco, detto il Cardinal di Pavia, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 2, Roma, 1960


Figure già trattate sul sito (sono escluse le innumerevoli figure trattate sulla pagina Facebook)
Cardinale Gaetano de Lai
Cardinale Bernardo Dovizi detto il “Bibbiena”
Cardinale Alfredo Ildefonso Schuster O.S.B.
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