[GLORIE DEL CARDINALATO] Michele Bonelli, il nipote di San Pio V

di Giuliano Zoroddu

Il 26 marzo 1558 il Cardinale Michele Ghislieri scriveva a sua nipote Paolina, che gli aveva chiesto alcuni favori per suo cognato, queste lapidarie parole: “Sappiate Nipote mia che i benefizí non si danno e conferiscono alla carne e al sangue, ma alla virtù e al merito, e che essendomi per tutta la mia vita tenuto lontano sa tal sorta di traffici non voglio in vecchiaia caricarmene la coscienza“[1]. Nulla di strano dunque che eletto al Pontificato otto anni dopo non volesse elevare al cardinalato un suo nipote. Fu infatti solo per le ripetute pressioni del Sacro Collegio e di Filippo II che decise di far cardinale il figlio di sua nipote Domenica, Michele.
Era nato a Bosco, come lo zio, il 25 novembre 1541, ed in onore dello zio, al fonte battesimale fu chiamato Antonio. Già apprendista sarto, decise di intraprendere la strada della religione, il che fu certamente apprezzato dal Ghisleri, ormai già noto Inquisitore, che si occupò degli studi del nipote presso il Collegio Germanico. Così nel 1559 entrava nell’ordine dei Predicatori e cambiava il suo nome in Michele, lo stesso di suo zio nel frattempo creato Cardinale da Paolo IV.
Ordinato prete, fu mandato a Perugia e li rimase anche quando lo zio fu eletto Papa. Come abbiamo detto all’inizio la sua esaltazione alla porpora, avvenuta nel concistoro del 6 marzo 1566, fu praticamente imposta al Papa, che assegnò al nipote il titolo di Santa Maria sopra Minerva, che era stato suo, ordinandogli però di continuare ad usare l’abito domenicano e concedendogli pochissimi spazi di autonomia nella gestione degli affari.
Particolarmente attivo nel perorare la sua nomina cardinalizia fu il Farnese, speranzoso che la palese inesperienza dell’Alessandrino – così veniva chiamato il Bonelli – e la ridotta importanza del Cardinal nipote, gli consentisse di mantenere il suo potere e di allargarlo. Uguali mire aveva il cardinale Vitellozzo Vitelli. L’intervento del Papa frustrò le speranze di entrambi: infatti “prohibì quasi il trattar con detto Cardinale“.
L’Alessandrino in tutto era sottoposto al controllo dello zio. Quando tal controllo non riuscì a evitare che il Cardinal nipote intrattenesse una relazione amorosa con una donna – cosa indegna dello stato clericale e poco confacente al rapporto di San Pio V con cortigiane ed affini – fu sottoposto ad un temporaneo e rigido ritiro.
Intanto, inserito nelle Congregazioni del Concilio e dell’Inquisizione e negli affari dello Stato Ecclesiastico, pian piano era uscito dall’iniziale impaccio. Nel 1568 fu nominato Camerlengo di Santa Romana Chiesa, ma due anni anni nel contesto della preparazione della guerra al Turco il Papa lo “consigliava” di scambiare il posto col Cardinal Carnaro al fine di guadagnare per la Lega 70.000 ducati.
Questa totale dipendenza dalla volontà dello zio, assai avaro nell’onorare i suoi congiunti, gravava sull’Alessandrino che se ne lamentò apertamente in certi dispacci: “gli altri havevano autorità dal Papa et io non n’ho alcuna“. Più potere di lui aveva infatti il segretario personale di San Pio V, Girolamo Rusticucci. Su questo cruccio del Bonelli tentarono di far breccia gli Spagnoli che però se ne allontanarono a motivo del suo coinvolgimento in prima persona nella concessione da parte del Pontefice del titolo granducale a Cosimo I de’ Medici, che creò attrito fra le corti europee e la corte romana impegnata a riportare in auge e soprattutto a tradurre in pratica la sua sovraeminente autorità e giurisdizione.
Negli stessi anni, oltre alle questioni turche, si occupò degli eretici che agitavano la Francia ed i Paesi Bassi, spingendo per la intransigente repressione, senza la quale “turbato horamai ogni ordine, spento ogni dovere, vanno li principati christiani miseramente riducendosi à dimocratie, ò per dir meglio, à un horribile et universale anarchia“.
Nel 1571 fu inviato come Legato presso Filippo II per “accender il re alli apparecchi della guerra, le difficoltà solite delle giurisdittioni ecclesiastice, l’accomodar, se si potrà, li romori del titolo di Fiorenza et sopra tutto procurar che, col mezzo di questa Maestà, l’imperator si risolva di entrar nella lega“; e si trovava a Madrid quando giunse la buona nuova della vittoria di Lepanto. Passato in Portogallo vi si trattenne alquanto pur avendo ricevuto ordine da Roma di recarsi in Francia dove Carlo IX trattava il matrimonio di sua sorella Margherita con l’allora ugonotto Enrico di Borbone, per cui il papa non aveva intenzione alcuna di concedere la dispensa. Arrivò a Blois il 7 febbraio 1572, ma al netto degli onori e dei malumori che intanto sembravano sorti fra Caterina de’ Medici e Giovanna di Navarra, il Re Cristianissimo non volle rinunziar punto a far sposare sua sorella con un eretico, né accolse la richiesta di pubblicare in Francia i decreti del Concilio di Trento e di aderire alla Lega contro il Turco.
Lasciata la corte francese il 24 febbraio, fece ritorno a Roma il 4 aprile. Il 30 dello stesso mese assisteva alla santa morte dello zio.
Alterne furono le sue sorti sotto i pontificati successivi, durante i quali ebbe però modo di agire più liberamente in favore dei suoi familiari. Gregorio XIII, apprezzandone l’obbedienza dopo l’opposizione in conclave, lo confermò alla guida della Congregazione del Concilio e lo mise a parte della revisione dell’Indice. Sisto V, dopo un’iniziale conferma dei poteri, lo dimise dal governo dello stato ecclesiastico; il che fece sì che la sua maggiore occupazione fosse il suo Ordine di San Domenico. Battagliò grandemente per evitare che fosse eletto Urbano VII, sostenendo la candidatura di Ippolito Aldobrandini, già suo compagno di legazione. Questi fu poi eletto nel 1592 e volle affidare all’Alessandrino la Prefettura della Congregazione dei Vescovi e Regolari.
Nel 1589 aveva lasciato il titolo della Minerva, passando a quello di San Lorenzo in Lucina che poi lasciò nel 1591, avendolo Gregorio XIV promosso alla sede suburbicaria di Albano, reggendo la quale morì il 28 marzo 1598.
Il suo corpo riposa alla Minerva, suo primo titolo cardinalizio e già titolo di suo zio, in un mausoleo sontuosamente innalzatogli dal Cardinale Pietro Aldobrandini.


[1] Paolo Alessandro Maffei, Vita di San Pio V Sommo Pontefice dell’Ordine dei Predicatori, Venezia, 1712, p. 34.



Riferimenti bibliografici
Paolo Alessandro Maffei, Vita di San Pio V Sommo Pontefice dell’Ordine dei Predicatori, Venezia, 1712.
Gaetano Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni, Vol. VI, 1840.
Ludwig von Pastor, Storia dei Papi, Vol. VIII, Roma, 1929
Adriano Prosperi, Michele Bonelli, in Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 11 (1969).


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