Il salvinismo è il reggaeton della politica

da ilfattonisseno.it

di Francesco Subiaco, da L’intellettuale dissidente

Grazie al pater patriae Giuseppe Conte questa estate è stata scongiurata la marcia su roma 2.0, quella delle camicie verdi-blu, la parata trionfale del duce leghista, strenuo difensore del fascismo eterno. Benito e Matteo sono ormai i Coppi e Bartali della politica nostrana, immortali e periodici, che sempre ricorrono nella narrazione mediatica. Ma è davvero Salvini l’erede dell’Innominabile emiliano o è solo l’ennesimo spaventapasseri di ferraglia post-ideologica del clero culturale? Pietrangelo Buttafuoco, intellettuale controcorrente e scomodo, ha di recente risposto a questa domanda con il suo nuovo libro: Salvini e/o Mussolini (Paper First).

Il titolo di ispirazione poundiana, si rifà all’opera “Jefferson e/o Mussolini“, dove il poeta dell’Idaho riconosce una continuazione ideologica e sentimentale tra il capo del fascismo e lo statista americano. Però sfogliando l’opera di Buttafuoco, strutturata come un dizionario che ad ogni lemma propone le due interpretazioni relative a Salvini (Oggi) e Mussolini (Ieri), si rende chiaro che l’intento dell’opera è l’opposto di quello prevedibile dal titolo.

In questo Dizionario binario, fin dai titoli dei paragrafi, emergono sia le somiglianze sia le abissali differenze tra i due protagonisti. Dalle relazioni con l’America, al ruolo del capo, passando per il rapporto con gli intellettuali. Uno austero e popolare, l’altro empatico e pop. Se Mussolini si considera la guida del popolo, un Übermensch adamico, Salvini è l’uomo-massa, comune e mediocre, rozzo e amichevole. Il primo si pone come condottiero della nazione, il secondo ne è la personificazione. Il leader leghista supera il Fronte dell’Uomo Qualunque di Giannini sapendone incarnare l’anima qualunquista, anti-accademica ed anti-ideologica, ottenendo risultati ben più rilevanti. Perché con il suo linguaggio semplificato e basso, diretto ed emotivo, è riuscito a penetrare il vuoto di rappresentanza fagocitando il suo diretto concorrente: il M5S.

Anche nel 21 il forlivese ha sfruttato le divisioni dei suoi avversari per raggiungere il governo, ma il fascismo era una schiera di tribuni che guidavano le folle, il movimento leghista non guida le masse. La Lega è essa stessa la folla. Nel Fascismo c’era la ricerca di una malapartiana conquista dello stato e dell’egemonia morale sulla cultura, nonostante i vari contribuenti alla causa sovranista, alla nuova inteligencja preferisce il dialogo diretto con i propri elettori/followers che orchestrati da una efficiente tattica comunicativa sono al centro del processo politico. O almeno credono di esserlo. Così tra piatti di pasta e felpe che invocano i temi o luoghi visitati, tramite i “braccialetti” di partito(che più che ricordare le spille di partito ricordano le discoteche), l’hashtag che sostituisce gli infausti slogan di vittoria, Buttafuoco ci mostra che la grande differenza tra il fascismo e il salvinismo, non è solo estetica, ma soprattutto ideologica.

Già Emilio Gentile in un suo saggio “Chi è fascista?” arriva alla evidente riflessione, che la Lega non è il Pnf, e che l’ideologia sovranista parte da premesse totalmente diverse. Dispiace deludere nostalgici mussoliniani e paladini dell’antifascismo eterno, ma il sovranismo “è un prodotto democratico”. La sovranità rivendicata è quella del popolo, chi la esercita non è quindi un uomo della provvidenza, ma l’espressione della nazione. Non l’uomo eccezionale davanti alle sorti progressive della storia, no, altroche uomo nuovo, nessuna terza Italia. Anzi l’italia abbandona la grande e feroce lotta di classe delle nazioni e si pone nel contesto più modesto del dialogo con l’Unione Europea o la fuga da essa, la necessità (rinnegata) della moneta nazionale.

Qui si abbandonano l’imperialismo, il colonialismo, la visione darwiniana della vita (“chi rinuncia alla lotta, rinuncia alla vita”), per approdare verso i lidi della autodeterminazione maccheronica (“aiutiamoli a casa loro”), alla difesa dello stato sociale e di una visione pseudocomunitarista, un “razzismo” che non è né spirituale né genetico, ma un grido di rivolta verso le ingerenze di ONG ed Europa.

Conteso tra gli States di Trump e la Russia di Putin, scardina il dogma dell’antisemitismo (che spesso aveva macchiato i movimenti emergenti ed antiestablishment) eleggendo a suo stato-guida l’Israele di Nethanyahu. È il nazionalismo israeliano il calco di quello trumpiano e salviniano. Un nazionalismo etnico, ma non razzista. Che dice prima gli italiani, america first, ma non crede né nelle razze, né nell’eugenetica nazista. Che apre all’ebraismo, sbattendo la porta in faccia all’Islam. Seguendo l’esempio di Oriana Fallaci, dell’Houellebecq di Sottomissione, guardando con sospetto verso l’Islam, l’Iran, il mondo arabo, tranne quando può essere un partner commerciale. Può essere definito fascista un movimento filosionista, filo atlantico e, alle volte, filorusso? Così diversa tale visione da quella che portò Mussolini a farsi protettore dell’Islam, nemico della “perfida Albione” e delle potenze “demo plutocratiche”. Si passa da una visione di Stato etico ad uno stato garantista, sovrano, ma permissivo, autonomo ma alleato. Anche se il camaleontismo sembra essere un comune denominatore di entrambi i soggetti del libro.

Hanno però non pochi punti di contatto. Entrambi ambiziosi,eredi di padri politici ingombranti, che essi siano il Senatur o Giovanni Huss. Da giovani orientati verso sinistra, comunismo padano secessionista e socialismo rivoluzionario, hanno rinnegato entrambi alcune loro posizioni scendendo a patto con i nemici di ieri, la monarchia, il sud, la corte dei burocrati europei, gli industriali. Rappresentano entrambi un fenomeno aldilà della destra conservatrice liberale e della sinistra comunista, facendosi strada grazie ai dimenticati, che essi siano gli esclusi della globalizzazione o  i reduci della prima guerra mondiale. Sollevati da una borghesia insoddisfatta della classe dirigente liberale, portatrice di disastri e crisi, sottomissione alle potenze estere e debole autorevolezza. La vittoria mutilata e l’austerity. Soppiantando una classe politica vetusta e snob, sovrastante(che vive sulle nuvole dei propri privilegi). Aiutati dalla mediazione del grande vecchio liberale Giolitti –Berlusconi. Colui che doveva domarli, fu da loro conquistato.

In questa sintesi tra il “dizionario dell’omo selvatico” e le vite parallele plutarchesche, è attuale la considerazione di Curzio Malaparte“Mussolini è una donna” ma che tipo di donna? Rita Hayworth, riferisce Buttafuoco. E Salvini allora? Chi altri se non Elettra Lamborghini, e come potrebbe essere diversamente. Non una diva, ma un influencer. Oltre le parate sinfonico-militaresche del Ventennio, c’è il reggaeton. Una musica commerciale, di consumo che raggiunge tutti gli italiani stimolati al divertimento, all’istintività. Disinibiti  e divertiti, forse distratti o eccitati, al Berlusconi, ora ridotto ad una Rita Pavone in decomposizione, la sinistra ridotta alle canzonette sanremesi politically correct e moralistiche, gli elettori hanno scelto il PemPemPem leghista. La pop art sostituisce il monumentalismo di Piacentini e il razionalismo. Alle parole d’ordine dell’OVRA si sostituiscono le passwords delle page per il Vinci Salvini. Dal  Duce, condottiero valoroso, al Capitano, più simile a Totti che a Codreanu. 

Salvini non è il pericolo fascista, non è il golpe Borghese, è un fenomeno nuovo. Cosplay rozzo di Trump? Espressione eretica della Nuova destra? Un demagogo che sfrutta paura e risentimento? Forse tutto questo, forse nulla di ciò. Però nelle urne dei borghi dimenticati dell’Appenino, delle provincie sbeffeggiate, delle periferie degradate, lui c’è e il resto scompare. 

Lascia un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.