La conversione dei Visigoti

L’8 maggio 589 Recaredo e i Visigoti abiuravano l’eresia di Ario e accettavano la Fede Cattolica. Un momento importantissimo per la Spagna Cattolica, il suo atto fondativo. Un atto sigillato dal sangue del santo Martire Ermenegildo, decapitato nel 385 dal padre Leovigildo per aver rifiutato di ricevere la comunione da un vescovo ariano, come sentenziava San Gregorio Magno: “Non ci si deve meravigliare che il fratello d’un Martire divenisse predicatore della vera fede … se Ermenegildo non fosse morto per la verità tutto ciò non sarebbe potuto accadere. Infatti come è scritto: ‘Se granello di frumento caduto in terra non muore, resta infecondo; se poi muore abbondantemente fruttifica’ … nel popolo dei Visigoti infatti uno morì perché molti vivessero; e mentre un solo granello fedelmente cadde per ottenere la vita delle anime, si levò una copiosa messe” (Dialogi, III, 31, Migne, PL 79, coll. 392-393). Dall’opera dell’abbè Rohrbacher riprendiamo la narrazione storica dell’evento e ve lo proponiamo.

Leovigildo così acerbo persecutore dei cattolici, non sopravvisse lungamente al figliuolo Sant’Ermenegildo, che pentitosi in breve di averlo fatto morire, riconobbe la verità della religione cattolica, benché il timore di sua nazione gli impedisse di professarla scopertamente. Caduto infermo però e vedendosi agli estremi, fece chiamar San Leandro, che avea tanto perseguitato, e gli raccomandò il figliuol Reccaredo che lasciava per successore, pregandolo che come avea fatto col suo fratello Ermenegildo, colle sue esortazioni lo riducesse alla fede cattolica. Taluno anche diceva che Leovigildo avea passato sette giorni in lacrime a pentirsi del male fatto contro Dio e ch’era morto cattolico. Comunque sia, ei morì il diciottesimo anno del suo regno, 587 di Gesù Cristo.
Né Reccaredo che gli successe, tardò a seguir l’esempio del fratello Ermenegildo, perocché fattosi ammaestrare, e riconosciuta la verità cattolica, ricevé il segno della croce coll’unzione del santo crisma, e al decimo mese del primo anno del suo regno, parlò con tanta saviezza ai vescovi ariani da obbligarli a farsi cattolici, più colla ragione che coll’autorità. Insomma ei convertì tutta la nazione dei Visigoti, non più tollerò un eretico né nella milizia né nella magistratura, e ricondusse tutti gli Svevi alla religione cattolica, sicché il principio del suo regno fu la fine dell’eresia nella Spagna, dove avea dominato sin dall’ingresso dei barbari, vale a dire dal principio del quinto secolo per circa centottant’anni. Avendo quindi Reccaredo fatto annunziare la nuova della sua conversione nella provincia narbonese che gli obbediva, gli eretici che vi abitavano, sul suo esempio, si convertirono, onde un vescovo ariano di nome Ataloco ne morì di dispetto. La conversione di Reccaredo fu però cagione di qualche moto che gli convenne comprimere. Infatti sin dal secondo anno di regno un vescovo ariano, di nome Sunna, insieme a Seggone e ad alcuni altri signori, tramarono una congiura; ma scoperti, Sunna fu esiliato e Seggone relegato in Galizia, dopo avergli tagliate le mani. Un’altra congiura fu scoperta,nel terzo anno, del vescovo Uldila e della regina Gosvinda, matrigna di Reccaredo, la quale avea finto di far causa comune con lui ed anche d’esser cattolica, come fatto avea Uldila, ma poi si trovò che alla comunione ei facevano le viste di prendere l’eucaristia e la gettavan per terra; onde Uldila fu man dato in esilio, e Gosvinda sempre avversa ai cattolici, in quei medesimi giorni passò di vita.
Per confermare la conversione dei Goti, il re Reccaredo congregò un concilio da tutti i paesi che l’obbedivano, e lo congregò in Toledo pel sesto [ottavo rectius] giorno di Maggio dell’anno 589, quarto del suo regno, nel qual concilio convennero sessantaquattro vescovi e otto deputati per altrettanti assenti. Prima però che incominciassero le sessioni, il re ch’era presente, gli esortò a prepararvisi coi digiuni, le vigilie e le orazioni, onde passarono tre giorni in quegli esercizi di pietà. Radunati quindi che furono, il re domandò loro di far leggere, d’esaminare sinodalmente, e poi di custodire la sua pro ſessione di fede sulla Trinità, sottoscritta di sua mano e di quella della regina sua sposa; ed infatti i vescovi ricevuta che l’ebbero dalle mani del re la fecero leggere da un notaro.
Tra le altre cose vi diceva il re, come per la grazia di Dio, operasse a ricondurre tutti i suoi sudditi all’unità della fede e della Chiesa cattolica. Voi avete qui, soggiungeva, tutta l’illustre nazione dei Goti, la quale benché sia stata sino a poco fa separata dalla Chiesa universale per la malizia de’ suoi dottori, vi torna ora insieme con me di tutto cuore. Avete altresì la numerosissima nazione degli Svevi, la quale tratta da altri nell’eresia, fu ricondotta dalle nostre sollecitudini alla verità. Io offro, per le vostre mani, questi popoli come un sacrifizio grato a Dio; a voi spetta d’ammaestrarli nella dottrina cattolica. Indi ripiglia la sua confessione di fede, dichiarando lui anatemizzare Ario, la sua dottrina e i suoi seguaci; lui ammettere il concilio di Nicea, il concilio di Costantinopoli contra Macedonio, il primo concilio d’Efeso contra Nestorio, il concilio di Calcedonia contra Eutiche e Dioscoro, e generalmente tutti i concili ortodossi che con questi quattro concordano. Ricevete pertanto questa dichiarazione nostra e della nostra na zione, scritta e confermata dalle nostre sottoscrizioni, e custoditela tra i monumenti canonici, come testimonio dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini, che i popoli sui quali abbiamo noi in nome di Dio la potestà regale, avendo abbandonato il loro antico errore, hanno ricevuto nella Chiesa lo Spirito Santo coll’unzione del santo crisma e coll’imposizion delle mani, confessando che quello Spirito consolatore è uno ed eguale in podestà col Padre e col Figliuolo. Se alcun di loro voglia in appresso disdirsi di questa santa e vera fede, sia da Dio nell’ira sua percosso d’anatema, e la sua perdizione sia soggetto di gioia ai fedeli e d’esempio agli infedeli. Alla sua professione di fede avea aggiunto il re le definizioni dei quattro concilj generali, e l’avea sottoscritta insieme colla regina Baddo sua sposa.
Terminata questa lettura, tutto il concilio si pose a gridare: Gloria a Dio, Padre, Figliuolo e Spirito Santo, che si è degnato di procurare la pace e l’unità alla santa Chiesa cattolica! Gloria al nostro Dio Gesù Cristo, che a prezzo del suo sangue ha congiunto la Chiesa cattolica di tutte le nazioni! Gloria al nostro Dio Gesù Cristo, che ha ricondotta una sì illustre nazione all’unità della vera fede, e di tutti ha fatto, sotto un solo pastore, un sol gregge. A chi dà Dio l’eterno merito se non al vero e cattolico re Reccaredo? A chi dà Dio l’eterna corona se non al vero e ortodosso re Reccaredo? A chi dà Dio la presente gloria e l’eterna sé non al vero amatore di Dio il re Reccaredo? Esso il conquistatore di nuovi popoli alla Chiesa cattolica. Esso, che degli apostoli ha adempiuto l’ufficio, meriti altresì degli apostoli la mercede. Egli sia amato da Dio e dagli uomini, dappoiché in un modo cotanto maraviglioso ha glorificato Dio sulla terra!
Dopo queste acclamazioni e per ordine del concilio, uno dei vescovi cattolici, volgendo il discorso ai vescovi, ai preti ed ai più ragguardevoli dei goti convertiti, domandò loro quel ch’eglino condannassero nell’ariana eresia, da essi testé abbandonata, e quel che avessero appresso a credere nella Chiesa cattolica, alla quale s’erano ricongiunti, affinché si vedesse anatemizzar eglino sinceramente, con la loro confessione, l’ariana perfidia con tutti i suoi dommi, con tutte le sue regole, con la sua comunione, co’ suoi libri, né restasse più dubbio alcuno esser eglino veri membri del corpo
di Gesù Cristo. Allora tutti i vescovi, coi chierici e principali di quella nazione, unanimemente risposero, che quantunque tutto ciò avessero eseguito sin dal tempo della loro conversione, con tutto ciò erano dispostissimi a reiterarlo ed a confessare tutto ciò che i vescovi avean loro mostrato esser meglio.
ln conseguenza di che furon proposti ventitré articoli con anatema contro i principali errori degli ariani, e contro tutti quelli che li difendessero. Fu nominatamente detto anatema a chi non crede che il Figliuolo sia generato senza principio dalla sostanza del Padre, o che gli sia eguale e consustanziale; anatema a chi nega che lo Spirito Santo sia coeterno ed eguale al Padre ed al Figliuolo, e ch’Egli procede dall’uno e dall’altro; anatea a chi riconosce un’altra fede ed un’altra comunione cattolica, oltre quella che professa di seguire i decreti dei concili di Nicea, di Costantinopoli, di Efeso e di Calcedonia; anatema a chi non condanna di tutto cuore il concilio di Rimini. I vescovi goti convertiti protestarono abbandonare essi di tutto cuore l’ariana eresia; non dubitare che nel seguirla essi e i loro predecessori non avessero errato; apprender essi nella Chiesa cattolica la fede del Vangelo e degli apostoli, e così promettere di serbare e predicare quella di cui fatto avea professione, in pieno concilio, il re loro Signore, con anatema a chi questa dottrina non accettasse, essendo la sola vera fede che serba l aChiesa di Dio sparsa per tutto il mondo, e la sola cattolica. Poi si sottoscrissero in numero di otto, così ai ventitré articoli, come ai simboli della fede di Nicea e di Costantinopoli, e alla definizione di Calcedonia; e dopo di loro si sottoscrissero i preti e i diaconi; e all’ultimo i grandi signori e ottimati dei Goti.
Ciò fatto, il re Reccaredo propose ai vescovi di far qualche statuto pel regolamento della disciplina ecclesiastica, e per riparare ai guasti fattivi dall’eresia. Domandò poi particolar mente che in tutte le chiese di Spagna e di Galizia, si recitasse a voce chiara e distinta il simbolo nel sacrifizio della messa, prima della comunione del corpo e del sangue di Gesù Cristo, secondo il costume degli Orientali, affinché i popoli sapessero preventiva mente quel che dovean credere, e che purificati così i cuori colla fede, si appressassero a ricevere i divini misteri. Furono dunque fatti ventitré canoni del tenore seguente: Tutti i decreti degli antichi concili e le lettere sinodiche dei romani pontefici rimarranno in vigore […] Il re Reccaredo nello stesso anno 589, quarto del suo regno, di fuori un decreto col quale confermava tutto quanto era stato fatto e deciso in quel concilio, tenuto pel terzo di Toledo, sotto pena, pei chierici, d’incorrere nella scomunica per parte di tutto il concilio, e pei laici, di confisca degli averi e anche d’esilio, giusta la condizione delle persone. Fu prima sottoscritto da lui, e poi da settantadue vescovi, compresivi i deputati degli assenti. Erano cinque metropolitani, cioè: Eufemio di Toledo, san Leandro di Siviglia, Migezio di Narbona e Pantardo di Brage, Massone d’Emerita o Merida che il primo v’appose la firma (Labbe, t. 5, col 997-1017).
E qui vedesi per la prima volta in ben chiaro modo la costituzione naturale di una nazione cristiana. Tra i Goti di Spagna, la prima legge fondamentale dello stato è la fede cattolica; i decreti de’concili e le decretali dei romani pontefici con la regola applicativa della credenza e de’costumi. La Chiesa, oltre il suo governo proprio, esercita una podestà direttiva sul governo temporale; dall’assemblea de’vescovi i magistrati impareranno a ben governare i popoli; i vescovi son gl’ispettori costituzionali dei magistrati, i poveri e i liberti son sotto la protezione speciale della Chiesa, la quale dee in vigilare alla loro sussistenza e alla loro libertà.
Finalmente la nazione de’Goti, sempre una in sé stessa e distinta dalle altre, è tuttavia unita a tutte in un magnifico insieme; è dessa una provincia della Chiesa cattolica che abbraccia tutte le nazioni della terra, come rami diversi d’una stessa famiglia, cioè dell’umanità cristiana, della quale essa è la madre e Cristo il padre.


(Storia universale della Chiesa cattolica dell’abate Renato Francesco Rohrbacher , Firenze, 1859, vol. III, pp. 831-834. Testo raccolto da Giuliano Zoroddu)

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