La Chiesa Romana, al Mattutino della IV Domenica dopo Pasqua, fa leggere al clero alcuni passi del De bono patientiae di san Cirpiano, vescovo di Cartagine caduto nella persecuzione di Valeriano il 14 settembre 258. Lo riproponiamo per la meditazione dei Lettori.

(foto da qui)

Volendo parlarvi della pazienza, fratelli carissimi, e mostrarvene le utilità e i vantaggi, potrei cominciare meglio che dalla pazienza che vedo esservi necessaria anche ora, per ascoltarmi: essendo che l’atto stesso di ascoltare e apprendere non potete farlo senza la pazienza? Infatti l’insegnamento e la dottrina della salvezza non s’apprende efficacemente, se non allorquando si ascolta pazientemente ciò che s’insegna. E fra tutti i mezzi che ci offre la legge celeste e che dirigono la nostra vita verso l’acquisto delle ricompense divine, oggetto della nostra speranza e della nostra fede, non trovo niente, fratelli dilettissimi, di più utile alla vita, né di meglio per ottener la gloria, che di conservar la pazienza colla massima cura, noi che ci attacchiamo ai precetti del Signore con un culto di timore e d’amore. Anche i filosofi pagani fan professione di praticarla: ma la loro pazienza è tanto falsa quanto la loro sapienza. Perché come potrà essere sapiente o paziente colui che non conosce né la sapienza né la pazienza di Dio?
Noi poi, fratelli dilettissimi, che siamo filosofi non a parole ma a fatti: che preferiamo la sapienza non nelle sue apparenze, ma nella sua realtà: che conosciamo meglio la pratica delle virtù che essi ostentano: che non diciamo delle grandi cose, ma le realizziamo (nella nostra vita) come servi e adoratori di Dio: mostriamo colla sottomissione del nostro spirito questa pazienza che i divini esempi c’insegnano. Perché questa virtù ci è comune con Dio: da lui deriva la pazienza, da lui trae il suo splendore e la sua gloria. L’origine e la grandezza della pazienza hanno Dio autore. L’uomo deve amare ciò che è caro a Dio. Perché ciò che ama la maestà divina, ella lo raccomanda. Se Dio è nostro Signore e nostro Padre, imitiamo la pazienza di nostro signore e nostro padre; perché è giusto che i servi siano obbedienti, ed è conveniente che i figli non siano degeneri.
La pazienza è quella che ci rende accetti a Dio e ci conserva (nel suo servizio): essa che calma la collera, frena la lingua, governa lo spirito, custodisce la pace, regola la disciplina, fiacca l’impeto delle passioni, comprime gli stimoli dell’orgoglio, estingue l’incendio dell’odio, contiene la tirannia dei grandi, conforta l’indigenza dei poveri, protegge la beata purezza delle vergini, la laboriosa castità nelle vedove, la tenerezza esclusiva degli sposi: rende umili nelle prosperità, forti nelle avversità, dolci nelle ingiustizie ed affronti: insegna a perdonare subito a quelli che fanno del male: se tu hai mancato, a implorare lungamente e istantemente il perdono: vince le tentazioni, sopporta le persecuzioni, corona le sofferenze e i martirii. Essa è quella che innalza l’edificio della nostra fede su fondamenta inconcusse.


fonte divinumofficium.com