La storia del primo «sex tape»

Di Lorenzo Roselli

Emerge sempre più spesso nel dibattito socio-culturale del nostro decadente alveo, un tema che fino agli ultimi sei, sette anni stagnava nel sudicio privato per drammaticamente esondare di tanto in tanto nello scandalistico: il cosiddetto revenge porn.
Il termine si riferisce ad una serie di contenuti in formato multimediale che concernono congressi carnali o oscenità di stampo erotico intese per essere di uso strettamente “personale” (letteralmente, quindi, della pornografia prodotta in casa dagli stessi fruitori) e che, in genere per tradimento del patto tra uno dei due (o più) fruitori, viene inviato a terzi o diffuso su Internet.
Se il fenomeno si impone nel momento in cui i primi cellulari hanno permesso contemporaneamente di riprendere filmati e immetterli su computer o altri telefoni (primo decennio del ‘2000) , la sua diffusione così capillare da generare confronti pubblici e giornalistici che lo riguardassero tanto da coniare un lemma come revenge porn (letteralmente porno per vendetta), si deve essenzialmente al fatto che negli ultimi anni l’industria pornografica si è particolarmente orientata sul genere del (vero o presunto) “amatoriale” e, di conseguenza, ha generato un’enorme richiesta di simili riprese sui propri portali (consultati quotidianamente da decina di milioni di utenti).
Come amatoriale e violenza siano diventati la nuova miniera d’oro dell’industria pornografica è un tema di cui mi sono già occupato qui e, senza illustrare nuovamente i tratti di questo genere di pornografia e gli abbrutimenti in cui trascina gli “attori” che ne sono protagonisti, mi limito a puntualizzare che questo genere di contenuti (che hanno alle spalle vere e proprie produzioni) cercano il più possibile di rassomigliare a queste scene erotiche fuggite (in genere a figure dello spettacolo), ma anche a persone ordinarie.
Indicativo dell’estensione del fenomeno è che, ad oggi, la principale piattaforma di diffusione e condivisione di video pornografici, PornHub, veda caricati (e a sua volta monetizzati dal sito) contenuti di questo tipo, in un ordine stimato sul centinaio di migliaia ogni anno il quale, va da se, rende molto difficile l’identificazione dei realizzatori (o delle “compagnie produttrici”) dei suddetti segmenti.
Il caso di Rose Kalemba è tristemente esemplificativo: nel 2009, la ragazza allora appena quattordicenne, mentre passeggiava nel suo quartiere in una piccola città dell’Ohio , fu rapita da una banda di balordi che già da alcuni giorni la pedinavano.
Portata in una casa isolata, fu quindi violentata e picchiata per un’intera notte (al punto di provocarle una grave ferita alla testa) da tre uomini che filmarono una parte delle sevizie compiute su di lei.
Rilasciata in fin di vita dai rapitori, scoprì all’inizio del 2010 che gli stessi avevano caricato lo stupro su PornHub in maniera anonima.
Il video, così simile agli stupri simulati caricati già allora in grande numero sul sito, rimase online sulla piattaforma per sei lunghi mesi nonostante decine di mail da parte di Kalemba e dei suoi familiari.
Con l’aiuto di un legale, alla fine PornHub si “accorse” che quello stupro non era poi così simulato e nella primavera del 2010 rimosse il video (il quale rimane tuttavia disponibile negli angoli più disparati della rete, scaricato e ricaricato in abbondanza sfruttando quella lunga permanenza nel principale sito pornografico del pianeta).


Tweet recente di Rose Kalemba a uno dei profili Twitter di PornHub. Il meme auto celebrativo condiviso dal sito porno recita: “PornHub ha la comunità più gentile di Internet”.

L’onlus Fight The New Drug che da diversi anni denuncia l’industria pornografica statunitense, la dipendenza che provoca scientemente sui suoi consumatori, l’abuso sui performer così come il sempre più ingombrante peso che si sta ritagliando nell’ultimo quindicennio sui media mainstream americani (da noi, lo sdoganamento già avveniva a fine anni ’70 con le lunghe e ripetute interviste Rai di Maurizio Costanzo a Ilona Staller e Riccardo Schicci sul finire degli anni ‘70), ha avanzato l’ipotesi difficilmente contestabile secondo cui sarebbe pressoché impossibile stabilire con certezza quanti delle centinaia di migliaia di amatoriali (veri, quindi non prodotti dalle grandi case di produzione pornografica) presenti sul sito, spesso e volentieri girati in luoghi del terzo mondo, presenti protagonisti maggiorenni e consenzienti.

In chiosa a questo lungo excursus, si può rilevare che questo genere di contenuti audiovisivi, ricalca un’abitudine piccolo-borghese decisamente più analogica, a cui sono stati dedicati episodi di sit-com di successo (Friends e How I Met Your Mother in testa) ma anche veri e propri film holliwoodiani premiati dal botteghino internazionale con Cameron Diaz e Jason Segel dedicati alla questione.
Parliamo del sex tape.
Ora, i sex tape sono molto banalmente quello che suggerisce la traduzione letterale dall’anglo-sassone idioma: registrazioni di atti sessuali.
L’uso di registrare per ragioni di presunta indagine scientifica (si pensi all’ambito pittoresco degli istituti di sessuologia), ma anche ricreazione personale contenuti erotici di vario genere è in realtà abbastanza diffuso già a partire negli ultimi decenni del secolo scorso.
Non essendo questo un sito di pettegolezzi morbosi, ci pare futile soffermarci ulteriormente sullo sviluppo del fenomeno; potrebbe risultare invece interessante (per quanto doloroso) raccontare uno dei tape più precoci (realizzato all’inizio degli anni ’60) e soprattutto più tristemente noti.

La registrazione di Lesley Ann Downey

26 dicembre 1964.
La piccola Lesley, 10 anni, sta passeggiando nei pressi di una fiera cittadina a Manchester, nel Regno Unito.
Viene approcciata da una coppia di novelli sposi, entrambi sulla trentina, Ian Brady e Mira Hindley, meglio noti come “i killer della brughiera”.
Notando che la bambina è sola (si trova lì per fare degli acquisti in vista della cena di Santo Stefano), la giovane coppia chiede a Lesley di aiutarli a portare delle buste (stratagemma usato anche nel giugno dello stesso anno con il dodicenne Keith Bennett, strangolato poco dopo vicino ad uno stagno nella brughiera di Manchester) e, una volta fatta salire sulla loro auto, la portano nella loro dimora signorile in uno dei quartieri bene della città.
Lì la spogliano, la seviziano, la violentano e infine la uccidono probabilmente impiccandola ad una corda.
Il giorno dopo gettano i suoi resti, insieme al suo vestitino, nella brughiera di Saddleworth .
Fin qui, l’orribile copione di criminale di due pedofili omicidi e psicopatici, come già diversi nella Gran Bretagna di inizio e metà ‘900.
Eppure quell’omicidio, diversamente anche dal successivo delitto del diciassettenne Edward Evans (che è l’ultimo di cui vi sia certezza), aveva delle caratteristiche peculiari.
Anzitutto a Lesley fu chiesto di scattare delle foto, dapprima vestita per passare gradualmente a pose sempre più oscene e crudeli.
Le foto furono rinvenute in una valigetta nascosta nella Stazione Centrale di Manchester dove Brady, per conto di un suo complice David Smith, aveva cercato sbrigativamente di liberarsi dei contenuti incriminanti.
Insieme alle foto di Lesley fu però anche trovato un nastro della durata di 16 minuti .
Nella registrazione era possibile udire l’intera tortura di Lesley, dalle prime fotografie che ancora non tradivano i propositi criminali alla violenza nei suoi aspetti più brutali.

Il registratore è probabilmente sito in un bagno quando inizia a scorrere il nastro: è possibile ascoltare rumori di passi, sedie spostate e porte che sbattono.
In appena due minuti, si ascoltano le prime domande stranite di Lesley a cui seguono le reprimende della Hindley che, prima più docile poi sempre più perentoria, le intima di eseguire gli ordini e restare in silenzio.
Successivamente la bambina chiede di non essere spogliata, poi, con flebile voce interrotta da qualche singhiozzo, di non essere toccata e strattonata.
In pochi minuti è possibile ascoltare le prime grida, intervallate dal pianto, contenuto e represso perché la voce della Hindley la avverte che se continuerà a piangere la picchierà.
Nel mentre le grida di Lesley diventano sempre più incontenibili, la voce di Brady (una delle poche volte che risulterà udibile nel nastro) le dice che è intenzionato solo a farle qualche foto.
Alla soglia dei 10 minuti, le richieste della bambina sono ormai di clemenza avendo intuito, pur alla sua giovanissima età, cosa sta accadendo.
“Devo dirti una cosa, SOLO UNA COSA.
Togli la mano solo per un minuto… Per favore.
Non riesco a respirare”.
Nel rumore di gorgoglii è poi possibile sentire Lesley domandare: “ma perché mi state facendo questo? Vi prego portatemi a casa, devo uscire con mamma questa sera, lo giuro sulla Bibbia” a cui seguono gelide le ultime agghiaccianti parole di Brady udibili nel nastro: “Più ci metti a fare questa cosa, più tardi andrai a casa” e, poco dopo, “se adesso non metti giù quelle mani, ti buco il collo”.

Negli ultimi due minuti della registrazione, è possibile riconoscere tra i gemiti ancora delle frasi da parte di Lesley: sono delle brevi preghiere a Dio.
Quando ascoltò la prima volta il nastro, la madre di Lesley, Ann West, dichiarò che sua figlia fu uccisa pochi secondi dopo durante la registrazione audio e che quelle erano sicuramente le sue ultime parole.

Ian Bradt e Mira Hindley, gli assassini della Brughiera. Colpevoli di cinque omicidi eseguiti nella Contea di Manchester tra il luglio del 1963 e l’ottobre 1965. Tutte le vittime erano minorenni.

La registrazione fu anche fatta ascoltare nel 1966 durante una seduta del processo contro Ian Brady e Mira Hindley, nel quale quest’ultima negò l’evidente affermando di essersi allontanata dal luogo dell’omicidio e non avervi partecipato, pur essendo la sua voce quella più udibile nel nastro oltre, ovviamente, le implorazioni di Lesley Ann.
Fu l’ultima volta che il nastro fu eseguito pubblicamente.
Il Telegraph dell’epoca riporta che durante tutti i 16 minuti della registrazione, l’aula restò ammutolita in un silenzio irreale accompagnato dai volti perlopiù pallidi e tremanti di alcuni membri della giuria.

A tutt’oggi, la polizia britannica si è sempre rifiutata di diffondere il primo sex tape ad aver raggiunto fama internazionale (anche grazie al tragico contesto e ai suoi protagonisti) e, probabilmente per i limiti tecnologici del tempo, è rimasto sotto la custodia dell’archivio del casellario giudiziario di Manchester insieme a qualche copia fisica.
Non è accessibile nemmeno su richiesta.

In passato, comunque, è stato fatto ascoltare durante sessioni di addestramento dei poliziotti della Contea.
Più agenti hanno dichiarato di aver avuto sussulti durante l’ascolto e, anche vent’anni dopo, ricordarlo interamente al punto da averlo risentito in degli incubi.
Conosciamo tuttavia il contenuto del primo sex tape tramite la battitura dattilografica che i giornali dell’epoca realizzarono durante il processo del 1966: qui ne sono stati riportati solo degli stralci, ma il testo completo, ve lo assicuro, è davvero raggelante e sconsiglio vivamente di tentare di recuperarlo.
Cerchiamo invece di pregare per la piccola Lesley Ann Downey e, nel suo nome, combattere tutti coloro che attraverso lo stesso diabolico strumento diffondono via Internet il dolore e lo strazio di tante piccole anime.
Strazio su cui i principali siti streaming pornografici lucrano alla luce del sole: cancellando tardivamente (come se si trattasse di un video di YouTube rimosso per violazione di copyright) appena viene a galla la natura del sex tape anonimo.

Un commento a "La storia del primo «sex tape»"

  1. #JoantheMaid   30 Maggio 2020 at 4:20 pm

    Non c’era bisogno di entrare tanto nei dettagli. L’articolo non mi è piaciuto affatto, mi sembra morboso. Spero sia l’ultimo di questo tono.

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