di Luca Fumagalli

Se Lo sviluppo della dottrina cristiana, La grammatica dell’assenso, L’idea di università e gli altri volumi teologici del cardinale John Henry Newman (1801-1890) sono celeberrimi e continuano a essere tradotti e pubblicati in numerosi paesi, meno nota è la sua produzione letteraria che, oltre a due romanzi – Perdita e guadagno (1848) e Callista (1856) – comprende un buon numero di poesie.

Newman fu infatti tra i migliori poeti cristiani del suo tempo, per fortuna privo di quel sentimentalismo a buon mercato che caratterizzò, all’opposto, i versi di molti degli autori cattolici coevi. La sua produzione si innesta nel tronco secolare della poesia religiosa, di cui ne riprende le strutture, senza per questo rinunciare a un tocco di modernità, soprattutto nei contenuti. L’intensità spirituale, la profondità speculativa, la ricchezza lessicale e stilistica sono alcuni dei fattori che determinano l’alto pregio artistico delle sue composizioni, svelando tra l’altro una profonda unità tra il Newman scrittore, il pensatore e il credente.

La voce lirica del futuro cardinale si manifestò spontaneamente fin dalla fanciullezza – le prime prove risalgono al 1811 – e nel 1832, a Oxford, comparve la sua raccolta poetica d’esordio, Memorial of the Past, dedicata a una commossa rievocazione delle vicende familiari. Non stupisce perciò che nell’antologia di versi firmata dai membri più importanti del Movimento di Oxford, la Lyra Apostolica (1836), 109 dei 179 componimenti siano dovuti proprio alla sua penna. Le poesie vennero scritte, nella loro maggioranza, durante il viaggio in Europa di qualche anno prima e rivelano una costante, intensa ispirazione biblica, rispondendo a un preciso fine polemico: «Il mio intento», dichiarò Newman, «non era quello di produrre della poesia, ma di produrre delle idee». Del resto era necessario combattere lo “spirito del tempo”, quello profondo dell’età vittoriana, cioè la negazione della religione a vantaggio di valori puramente naturali e mondani. Come recita la poesia “Liberalismo”: «E qualche eco voi avete colto della sua dottrina, / quale era bandita in mezzo ai cori gioiosi; / avete osservato che parlava di pace, di desideri castigati, / di buona volontà e di pietà – di più non avete udito; / ma, quanto al fervore e alla santità dell’occhio ardente / e alle tremende profondità della grazia, le avete trascurate. / Così voi dimezzate la Verità». Nell’antologia naturalmente non mancano nemmeno i tradizionali temi cristiani del peccato, del riscatto, della tentazione delle cose terrene, della santità, dei sacramenti, della salvezza e della grazia.

Del 1865 è invece il poemetto Il sogno di Geronzio, inspirato al rito delle Esequie. In esso si racconta del viaggio di un’anima che, dopo la morte, abbandona il corpo per entrare in Purgatorio. Geronzio – dal greco “vecchio” – è l’uomo della Fede che giunge infine al traguardo di una vita condotta nello spirito evangelico (diversamente dal “Gerontion” di T. S. Eliot che incarna la desolazione, l’aridità e il vuoto di un mondo senza spirito). Nel poemetto di Newman la contemplazione della morte dà origine a una rappresentazione dell’invisibile e dell’ultraterreno di straordinaria commozione ed efficacia drammatica, in cui sono inclusi stralci tratti dalla liturgia cattolica. I protagonisti dialogano tra loro come in uno spettacolo teatrale e la dolcezza del verso si accompagna alla profonda sostanza dottrinale che permea l’intera vicenda, quasi una trasposizione lirica della teologia dei “novissimi”. Ecco, ad esempio, le parole dell’angelo custode mentre l’anima si avvicina al giudizio: «Ma quando un figlio di grazia, Angelo o Santo, / puro nella sua integra natura, / incontra i demoni nelle loro scorrerie, / essi come codardi fuggono, lasciando la battaglia». Altrove: «Essi cantano la tua agonia che si avvicina / di cui con tanto desiderio mi chiedevi: / ecco: il volto del Dio incarnato / ti colpirà con quella profonda e acuta sofferenza; e tuttavia il ricordo che esso lascia sarà / un farmaco sovrano per sanare le ferite».

La successiva Verses on Various Occasions (1868) è una raccolta delle composizioni del periodo pre-conversione, che annovera, tra le tante, la bellissima “La colonna di nuvola”, storia di un’anima che fugge dal peccato per volgersi finalmente a Dio: «Buia è la notte, ed io son lontano da casa – / Guidami Tu innanzi! / Rendi saldi i miei piedi: non chiedo di vedere / l’orizzonte remoto – mi basta un solo passo». “La colonna di nuvola” è forse la lirica più nota di Newman, adottata anche dalla Chiesa anglicana per l’uso liturgico.

Alla poesia è dedicato pure un interessante testo della produzione giovanile del cardinale inglese, Saggio sulla Poesia, con riferimento alla Poetica di Aristotele, scritto nel 1828 per il primo numero della «London Review». Sebbene sia segnato da una visione un po’ troppo semplicistica delle regole aristoteliche, di evidente derivazione romantica, che porta l’autore a rifiutare la tecnica per esaltare l’ispirazione, il Saggio si rivela nell’insieme molto interessante, in particolare quando si asserisce che la letteratura è fondata in ultima analisi su una corretta percezione morale.

Per concludere, Newman fu dunque uno degli ispiratori di quella poesia religiosa che sarebbe fiorita in Inghilterra – ma non solo – a cavallo tra XIX e XX secolo. I suoi versi, pregni si spiritualità e Verità, per quanto personali e attraversati dalle medesime speculazioni filosofiche della prosa, riuscirono nel difficile compito di animare una nuova generazione di entusiasti scrittori cattolici. Il “Cor ad cor loquitur”, principio della sua filosofia e motto cardinalizio, alla fine si dimostrò vero persino in campo poetico.