Come spesso capita, la confusione è tanta. Cerchiamo di mettere un po’ di ordine.

In un’intervista a La Fede Quotidiana, Gianfranco Svidercoschi lascia intendere che almeno una parte delle parole riportate su Ein Leben non siano di Benedetto XVI, parla di un vescovo che gli è vicino, di linguaggio diverso e via ipotizzando, ovviamente tirando in gioco sue fonti (rigorosamente anonime).

Per coincidenza, già qualche giorno fa, i bergogliani entusiasti del Faro di Roma sostenevano la stessa tesi, al punto da titolare: Nell’ultima uscita di Benedetto XVI c’è qualcosa che non torna. Sembra un avvertimento, non è il suo stile.

Ma prima di passare oltre, chi è Svidercoschi? Inviato dell’ANSA al Concilio Vaticano II, fiero progressista, al punto da definire il lancio della Pachamama nel Tevere come un atto compiuto da “gruppetti di fanatici”. Lo dice nel libro “Il silenzio di Papa Francesco: Una riflessione critica sulla «Querida Amazonia»”, un volume presentato così:

[…] Gian Franco Svidercoschi, nel rileggere l’esortazione apostolica postsinodale “Querida Amazonia”, ritiene che proprio da questa così complessa e tormentata vicenda, anziché venir messa rapidamente nel dimenticatoio, dovrebbe svilupparsi una riflessione critica, non solo sul pontificato bergogliano, ma sui tanti, troppi ritardi, che ancora si registrano nella realizzazione – e nell’ulteriore attualizzazione – dei documenti del Concilio Vaticano II.

Chiaro, no?

Ma non è tutto: Svidercoschi non è nuovo a ipotesi complottistiche sugli interventi ratzingeriani, non senza l’aggiunta di significative punzecchiature per il teologo bavarese. Quando uscì il testo di Ratzinger su ‘68 e crisi nella Chiesa (primavera 2019), riferisce Rosso Porpora, arrivò la stroncatura del vaticanista:

Una stroncatura molto particolare – attraverso la casa editrice Rubbettino – è venuta da un altro indignato, il vicedirettore emerito de L’Osservatore Romano” Gianfranco Svidercoschi, il quale, dopo essersi chiesto se sia veramente Benedetto XVI l’autore materiale del testo, ne liquida così il contenuto: “Non c’è dentro una sola idea nuova, non una sola proposta, sulla tragedia che sta scuotendo la comunità cattolica”. Di fatto, annota Svidercoschi, “l’intero testo sembra voler rivedere le “bucce” al recente summit convocato da papa Francesco”.  E – qui senti il fastidio irrefrenabile del vaticanista paludato per una prosa così poco politicamente corretta – il testo contiene “i soliti rimpianti ratzingeriani, conditi da un forte pessimismo: il fallimento della società occidentale; le Messe ridotte a “gesti cerimoniali”; la Chiesa percepita come “apparato politico”; la perdita progressiva della identità cattolica…” Conclusione figlia dello stesso fastidio, che potrebbe anche apparire di comodo:  “Non c’è già abbastanza confusione nella Chiesa di oggi, per creare altro sconcerto, altri motivi di disorientamento?”

Insomma: film già visto.

Eccoci dunque all’intervento di Svidercoschi di qualche giorno fa: prove zero e di nomi nemmeno l’ombra. Ma il libro?, gli chiedono. Risponde:

Non è prosa del Papa Emerito. E’ frutto di un vescovo che gli è molto vicino (è facile intuire a chi si riferisca, nda) e si vede, esiste una frattura nella prosa. In pratica ci sono due  Benedetto XVI, quello prima della rinuncia e l’ attuale. Non è un suo linguaggio, quello”.

Dica chi è il fantomatico vescovo, dica quando ha scritto e cosa ha scritto, porti un documento. Anche noi potremmo sostenere che Svidercoschi non ha rilasciato alcuna intervista, che è sparito ai tempi del Concilio, rapito da Bugnini e sepolto nella nunziatura apostolica in Iran, poi rimpiazzato da un sosia che lo sostituisce nella vita pubblica.

Potremmo, ma saremmo nel merito poco credibili.