Sant’Agostino di Canterbury e la conversione degli Angli

Sul finire del secolo XIX Leone XIII introdusse nel Messale Romano la festa di Sant’Agostino di Canterbury, discepolo di San Gregorio Magno, primo Vescovo d’Inghilterra. Lo fece “nell’intenzione di quel grande Pontefice voleva essere come il grido d’un intenso affetto e d’un amoroso richiamo della Chiesa Madre a quella gloriosa isola Britannica, un tempo sì ferace di santi” (Card. Schuster). Con l’abbé René François Rohrbacher ripercorriamone l’epopea.

[immagine da qui]

San Gregorio proseguiva costantemente l’esecuzion d’un disegno che crear doveva una nuova nazione cristiana. Quand’egli spedi il prete Candido nelle Gallie ad amministrarvi il patrimonio di san Pietro, gli ordinò d’impiegarne i redditi a comperar vesti per poveri o giovani schiavi inglesi tra i diciassette e i diciott’anni d’età, essendo intenzion sua di collocarli nei monasteri d’Italia per farli ammaestrar nella religione adoperarli poi a convertir tutta la lor nazione. Nella qual compera trovava il santo papa un altro vantaggio, ed era, egli dice, che per questo mezzo i soldi d’oro delle Gallie che non potevano spendersi in Italia, sarebbero spesi in quei luoghi.
Donde si vede, che, per una legge dell’imperator Maioriano, la moneta di Francia non aveva corso in Italia, o ch’ella troppo vi scapitava del suo valore. S. Gregorio portava sì oltre le cure della sua carità, ché volle con questi giovani schiavi fosse spedito un sacerdote per accompagnarli nel viaggio di Francia in Italia, affinché fosse pronto a battezzar coloro ch’ei vedesse in pericolo di morte.
L’arrivo a Roma de’ giovani inglesi diede l’ultima spinta al santo pontefice ad intraprender la conversione dei loro compatrioti, ed a quest’apostolica spedizione elesse Agostino, priore del suo monastero di s. Andrea in Roma, al quale diè per compagni alcuni altri monaci, di cui ben conosceva la virtù e la prudenza.
Si partirono essi da Roma al principio dell’anno 596; ma, giunti in Provenza, deliberarono di non passar oltre, scorati da quanto avevano sentito dire intorno alla difficoltà del viaggio e allo stato della nazione inglese, incredula e barbara, e della quale non intendean pur la favella. Risolsero adunque, d’unanime consenso, di ritornare a Roma, e vi rimandarono Agostino per supplicare il papa di non voler obbligarli a un viaggio si rischioso, si faticoso e di cosi dubbio successo.
Ma il papa lo rimandò indietro con una breve lettera pei suoi compagni con quest’indirizzo: “Gregorio, servo dei servi di Dio, a’ servi del nostro signor Gesù Cristo”; nella quale ad essi commette di compier con zelo e con fiducia in Dio la loro intrapresa, senza lasciarsi spaventar dalla fatica, né arrestare a mezza via dai discorsi di gente maligna, affermando ch’egli avrebbe voluto esser con loro ad aver mano in quella buona opera.
[…] Attraversata tutta la Gallia l’apostolico missionario san Agostino, giunse nella Gran Bretagna, alle coste della provincia di Kent, dove prese terra nell’isola di Tanet , coi suoi compagni in numero di circa quaranta.
Siccome abbiam già veduto, gl’Inglesi ed i Sassoni, popoli della Germania eran venuti in Bretagna, circa un secolo e mezzo prima, chiamati dai bretoni a difenderli contro gli Scoti ed i Pitti. Essendosi poi, a danno dei bretoni stessi , fatti padrini della maggior parte dell’isola, vi stabilirono sette o otto reami, che formavano una specie di confederazione nazionale, della quale un dei re era capo o signor supremo. Questo capo, il terzo dopo il loro stabilimento, era in quei giorni Etelberto o piuttosto Edilberto, altrimenti Alberto, re di KEnt, che aveva sposata Berta, figlia di Cariberto re
di Parigi. Cristiana e cattolica com’era questa principessa, aveva dato la mano a Etelberto a condizione soltanto di conservare il libero esercizio della sua religione; ed a quest’uopo aveva condotto seco un vescovo di nome Luidardo.
Giunto dunque nell’isola di Tanet, Agostino mandò ad Etelberto alcuni interpreti della nazione dei Franchi, che giusta gli ordini di papa s. Gregorio aveva presi seco, perché i franchi e gl’Inglesi, essendo tutti Germani d’origine, parlavano press’ a poco la medesima lingua, mentre Agostino parlava solo la lingua latina. Mandò egli dire al re essere lui venuto da Roma per apportargli le più felici novelle, e tali che, se le avesse ascoltate colla dovuta docilità, gli avrebbero aperta la strada al conseguimento d’eterni gaudi nel cielo e d’un regno che non avrebbe mai fine. Accolti Etelberto benignamente quei messi, ordinò loro di non muoversi da quell’isola, ove sarebbero provveduti di quanto avessero di bisogno , finché avesse più maturamente deliberate intorno al loro destino. Dopo alcuni giorni passò egli stesso a Tanet, e fatti a sé chiamare quei monaci» volle udirli in un’aperta campagna per timore di qualche malefizio, la cui maligna impressione, secondo la sua maniera di pensare, gli sarebbe stata nocevole , se in una casa li avesse ammessi all’udienza. Ma essi andarono a lui, non armati di diaboliche frodi, ma di virtù divina, e portando per gonfalone una croce d’argento con immagine del Salvatore dipinta in una tavola e cantando le litanie.
Ottenuta Agostino dal re la facoltà di parlare, gli espose esser egli a lui venuto coi suoi compagni per istruirlo in qual modo egli potrebbe dopo la morte, più felicemente regnare e conseguire una corona immortale.
Aver questa Gesù Cristo meritata colla sua morte a quei che credono in lui; tale essendo stato e così grande amor di Dio verso gli uomini che, affine di procurare la loro eterna salute, aveva consegnato alla morte la più obbrobriosa, cioè al supplizio della croce, il suo Figliuolo unigenito.
Così quell’egregio predicatore neppure nel suo primo abboccamento con quel monarca idolatra credé di dovergli dissimulare lo scandalo della croce, al quale aggiunse la gloria de’ susseguenti misteri, della risurrezione di Cristo, della sua ascensione al cielo, della sua sessione alla destra del Padre e della sua seconda venuta alla fine dei secoli per giudicar tutti gli uomini, misteri in vero gloriosi e degni della maestà e della potenza di Dio, ma che della umana mente di gran lunga sorpassano l’intelligenza. Però anche aggiunse , esserne piantata nel mondo e propagata la fede con un’infinità di stupendi miracoli, argomenti certi della divinità dello stesso nostro signore e salvator Gesù Cristo, il quale per mezzo della predicazione dei suoi discepoli distrutto aveva l’ imperio del demonio e, ad onta di tutte le potenze del secolo e delle umane passioni, sulle ruine dell’idolatria e dell’empietà, aveva fatto risplendere la pietà e stabilito il suo regno. Che il mondo fatto cristiano era di presente governato da Gregorio, vescovo di Roma e sommo pontefice della Chiesa, il quale, sitibondo della salute del re e della conversion degl’Inglesi, sarebbe volato ad annunziar loro tali verità in persona, se, come ottimo pastore, non avesse temuto di abbandonare tante altre innumerabili pecore alla sua cura commesse; e però egli essere a lui venuto in sua vece. In udir questo discorso vagava l’animo d’ Edilberto come irresoluto tra le tenebre dell’ antica superstizione e la nuova luce dell’evangeliche verità; e però, come infermo, che bensì ode i consigli del medico, ma non è ancora disposto ad ammetterne la cura, rispose ad Agostino: “Belle sembrami le tue parole e promesse; ma, perché sono per me nuove ed inedite, non posso prestarvi ancora il consenso, specialmente dovendo abbandonare quel che ho tenuto per tanto tempo ed osservato con tutta la nazion degl’Inglesi. Nondimeno perché siete venuti così da lungi per
solo amore di comunicarci quel che a voi sembra ottimo e vero, volendovene dimostrare il nostro gradimento, vi permettiamo che chiunque vorrà credere in Cristo e dedicarsi a lui sia da voi ricevuto, e secondo la vostra legge istruito. E per tal effetto vi assegniamo, oltre il necessario vitto, nella città di Dorovernia (di poi detta Canterbury) capo e metropoli del nostro regno, un benigno e comodo ospizio”.
Entrarono dunque i santi monaci in Dorovernia, portando, secondo il loro costume, inalberata la croce e immagine del Signore, e cantando, dice Beda, questa litania: “Ti preghiamo in tutta la tua misericordia, o Signore, che si rimuova il tuo furore e l’ira tua da questa città e dalla tua santa casa, perché abbiamo peccato, alleluia”. Indi entrati nell’ospizio assegnato loro per ordine di Etelberto, si diedero ad imitare la vita apostolica della chiesa nascente, dei primi fedeli e discepoli di Gesù Cristo, con esercitarsi in assidue preghiere, vigilie e digiuni; col predicare la dottrina della salute a quanti si presentavano per udirli; e col disprezzo che dimostravano di tutte le cose del mondo e coll’animo, come erano già stati gli apostoli, preparato a soffrire tutte le avversità per la dottrina che predicavano e anche la stessa morte: onde la santità della vita evangelica non tanto annunziavano colle parole, quanto esprimevano e confermavano con gli esempi; e, da questi non meno che da quelle adescati , non tardarono alcuni, ed anche in non picciol numero, ad entrare e a lasciarsi prendere nelle beate reti dell’Evangelo.
Delle antiche chiese dedicate al divin culto nell’isola, quando era posseduta dai romani, n’era una all’oriente della mentovata città sotto il titolo di san Martino. Verosimilmente la regina Berta, col consenso del re suo marito, l’aveva fatta riattare, perché in essa era solita di far le sue orazioni e gli altri esercizi della cristiana pietà. In essa dunque anche i nuovi predicatori cominciarono ad adunarsi perorare, per salmeggiare, per predicare, per battezzare e per celebrarvi i sacrosanti misteri; finché, convertitosi lo stesso re alla fede, ottennero una più ampia facoltà di predicare, e non solamente di ristorare le antiche chiese, ma ancora di ergerne delle nuove.
Né tardò guari tempo lo stesso re ad abbracciare la cristiana e cattolica religione. “Preso da grandissimo gusto, dice il venerabile storico, della vita purissima di quei santi uomini e delle loro soavissime promesse, la cui verità confermavano con una gran moltitudine di miracoli, e credè ed ottenne il sacrosanto lavacro”.
L’esempio del re fu seguito da un gran numero dei suoi sudditi, dei quali, benché niuno forzasse a professare la nuova dottrina ed il nuovo rito, perché dagli stessi santi predicatori appreso aveva non essere il servizio di Cristo forzato, ma volontario; nondimeno mostrava gran compiacenza della loro conversione, e dava loro delle dimostrazioni e dei pegni d’una special dilezione come futuri con lui cittadini del cielo. E finalmente agli stessi suoi maestri destinò nella sua metropoli una sede e dimora più convenevole al loro grado.
Agostino passò quindi in Francia e venne ad Arles dove fu ordinato vescovo, per la nazione degl’Inglesi, dall’arcivescovo Virgilio , poi tostoritornò in Inghilterra, e nella festa del Natale dello stesso anno 597 vi rigenerò con le acque de! battesimo più di diecimila Inglesi. A recar tutte queste si fauste novelle a san Gregorio ed anche a fine di consultarlo in certo numero di questioni, spedì a Roma il prete Lorenzo ed il monaco Pietro, suoi compagni, e il Santo Padre faceva parte di queste liete novelle all’amico suo sant’Eulogio, patriarca d’Alessandria, che a quando a quando gli scriveva. La lettera è dell’anno 598 e principia con queste parole: “Il latore della presente, nostro comun figliuolo, mi trovò ammalalo quando mi ricapitò lo scritto di tua santità, e tale lasciommi al suo partire. Ma un gran ristoro alle mie pene fu il ricevere i caratteri della dilettissima santità tua, i quali m’hanno assai rallegrato e per la conversione degli eretici d’Alessandria e per la concordia dei fedeli. A renderti pertanto il contraccambio, anch’io ti annunzierò come la nazione degl’Inglesi era sin qui rimasta nell’infedeltà, adorando le pietre, e come avendole io, coll’aiuto delle tue orazioni, mandato un frate del mio monastero, e avendolo i vescovi della Germania, con mio beneplacito, ordinato vescovo e fatto condor fra quella nazione ai confini estremi della terra, abbiamo pur or ricevuto notizia del buon successo delle sue fatiche, facendo egli ed i suoi compagni tanti miracoli che sembrano quasi pareggiar quelli degli apostoli. Ed anche abbiamo saputo avere il fratel nostro e coepiscopo, nell’ultima festa di Natale, battezzato più di diecimila inglesi”.

(Storia universale della chiesa cattolica dal principio del mondo sino ai di’ nostri dell’abate Rohrbacher, Torino, 1860, Vol. V, pp. 382-386)

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