Estratto dal libro “Viaggi di Pietro della Valle, il pellegrino: La Turchia“, Lettera XIII, 1843.
Testo raccolto da Aurelio Martino Sica

[foto da qui]

“Ma il sabbato, il nove di aprile, che era a noi sabbato in Albis, ed ai Greci ed altre nazioni sabbato Santo, entrammo insieme con gli altri nella chiesa del Santissimo Sepolcro, per veder la cerimonia che quelle nazioni fanno con tanta solennità, del fuoco nuovo, chiamato da loro fuoco santo e miracoloso che venga dal cielo, come forse V. S. in Italia più volte ne avrà inteso parlare. C’è un autore, di cui non mi ricordo il nome, che ha scritto della falsità e vanità di questo miracolo del fuoco santo di Gerusalemme, che quei papassi dando ad intendere ai popoli semplici; tuttavia, avendo io veduto con gli occhi proprii, non voglio restar di raccontare a V. S. come vada la cosa; ed ella avrà pazienza nella lunghezza della lettera, che se non la potrà leggere in una, la leggerà in più volte, e avrà tempo. Sappia dunque che questi Cristiani d’altro rito, che Latino, come Greci, Armeni, Egizii, Abissinii e tutti gli altri che dissi che hanno luogo nel Santissimo Sepolcro, per due sole cose concorrono in grandissimo numero la Pasqua in Gerusalemme, nelle quali cose hanno essi la maggior loro divozione: una, per andare al fiume Giordano, e bagnarsi in quell’acqua, nel modo che già le ho raccontato; e l’altra, per veder venir dal cielo (come essi dicono), questo fuoco santo, e per accenderne candelette con le proprie mani, e con quei lumi poi imbrattarsi le vesti, abbronzarsi il corpo e incerare e segnare a croci certe tele nuove che portano a questo effetto, dentro alle quali avvolti, in quella guisa appunto che si scrive del Signor nostro nella sacra Sindone, infin oggi quasi tutti i Cristiani orientali quando muoiono si fanno seppellire: parendo loro, con quello solo dell’aver le lor sindoni segnate con la cera delle candele accese a quel fuoco sacro di Gerusalemme, di dovere andar diritti in paradiso. Il miracolo veramente, dicono, che anticamente vi era; e che nella cappelletta del Santissimo Sepolcro scendeva in tal giorno fuoco dal cielo, del quale i sacerdoti accendevano, come è solito, i lumi: ma poi, o per i peccati degli uomini, o per altro giudicio di Dio, cessò, come affermano i nostri, questo miracolo; e non si è veduto più fuoco dal cielo da centinaia d’anni in qua. Ma i sacerdoti orientali, o perché dal concorso delle genti cavano profitto, o perché abbiano voluto mantener nel popolo in questo modo una esorbitante divozione, si dice che abbiano sempre finto che il miracolo duri tuttavia, facendolo apparire al popolo nel modo che V. S. sentirà, e che essi come ignoranti e grossi lo credono, e non si accorgono della finzione; tenendo i sacerdoti tra di loro segretissimo il negozio con sacramenti e pene, credo, infin di scomuniche. I Latini, che non vogliono baie, non hanno mai creduto, né fatto tal cosa; e dopo che il miracolo cessò, si son contentati di fare il fuoco il sabbato santo col fucile. I Turchi e gli Arabi del paese par che sappiano molto bene che il fuoco di quegli altri non è miracoloso, e se ne ridono insieme coi Franchi; ma con tutto ciò vogliono che quei Cristiani lo credano e lo facciano, perché dal concorso delle genti, che senza questo miracolo non vi sarebbe, cavano, per le gabelle che si pagano, molto utile. Quei Cristiani poi, ingannati dai loro preti e prelati, lo credono; e oggidì la cosa è ridotta a tale, che chi di loro parlasse in contrario, l’avrebbero per eretico. Concorrono dunque a questo effetto in numero infinito; e la messa, secondo l’uso loro, si celebra molto tardi, verso le ventidue ore. Tocca di entrar ne Santissimo Sepolcro a pigliare il fuoco santo a tre sole persone: cioè, ad un prete greco, ad un Abissino e ad un altro, che non mi ricordo di che nazione sia, ma l’Abissino è il principale. Gli anni passati occorse un caso galantissimo, che mi fu narrato da chi si trovò presente. L’Abissino che entrò dentro a pigliare il fuoco era uomo semplice, e non sapeva la malizia, o non volle ingannare il popolo; e dopo essere stato un pezzo in orazione, finalmente veduto che il fuoco dal cielo non veniva, se ne uscì fuori senza, dicendo al popolo che non c’era tal cosa. Il pover uomo fu preso a colpi di bastonate e di pugna, e dai Cristiani e dai Turchi, che a gran pena si salvò la vita; e dicevano, che per i suoi peccati non veniva il fuoco santo; e subito un altro più astuto disse: Lasciate fare a me; ed entrato dentro, lo fece apparire con soddisfazione intera del popolo. Ma, per fare intendere a V. S. come fanno, si radunano prima, come ho detto, tutte le nazioni in chiesa, e vi concorre anche a vedere per curiosità buon numero di Turchi e d’Arabi, e talvolta il sangiacco stesso: talchè non bastando alle genti il corpo della chiesa, con tutto che sia grande, s’empiono ancora i portici di sopra nel secondo ordine delle colonne che vi sono attorno attorno, dove sta gran numero di gente, quasi in finestre, vedendo; e quei luoghi si danno alle persone di più rispetto, che non hanno cara la folla da basso. lo volli star giù, perché quando ho da fare una cosa, la voglio far compiutamente: ma condussi meco i miei due Turchi, e due o tre altri di quei guardiani della chiesa, con bastoni in mano, acciocché nella maggior furia, se fosse bisognato, mi avessero fatto far largo. E mi misi a vedere in un luogo ritirato accanto ad un pilastro alto quanto un altare, che è fatto a posta in quel luogo, acciocché là sopra si ritiri e fugga il patriarca de’ Greci, dopo avere accesa la sua candela, per salvarsi dalla folla delle genti, che mossi da divozione troppo importuna, vogliono tutti accendere il lor moccolo alla candela del patriarca, ed esser dei primi. Vicino dunque a quel pilastro mi fermai io, ma basso in terra; ed era giusto incontro alla porta della cappella del Santissimo Sepolcro, che si vedeva quanto si faceva. Conobbi che a certi loro papassi non piaceva molto che io stessi là: e più volte sotto pretesto della folla me ne vollero far levare: ma infatti io volli starvi, e non poterono fare altro. La porta della cappella del Santissimo Sepolcro era serrata; e dentro tutti i lumi smorzati. Il popolo, fin che si cominciò la messa, si tratteneva per la chiesa, e ciascuno di loro aveva in mano un mazzetto di candelette, di quelle che noi sogliamo accender nella chiesa innanzi alle immagini; e le tenevano bene strette, e con certe fettucce fortemente legate al braccio, acciocché nella folla dell’accendere non fossero loro dagli altri strappate di mano: perché ognuno vuol delle prime, e si fa alla peggio, a chi piglia, piglia. Vi sono poi molti, che per non perder tempo, intanto che si cominciano gli ufficii, vanno di muta in muta, cambiandosi gli stanchi coi freschi, correndo a scavezzacollo per la chiesa attorno attorno alla cappella del Santissino Sepolcro; e correndo, gridano incessantemente ad alta voce, Kyrie eleison; e quelli che per la via si parano loro dinnanzi, come sovente avviene per la gran gente che è in chiesa, o gli sforzano a correre insieme con loro, o gli urtano alla peggio, e senza discrezione alcuna gli fanno cadere : da che ne nascono bene spesso risse e sgrugnoni, che giuro a V. S. che io non ho veduto mai più pazza cosa a’ miei di. Venuta l’ora a proposito, cessano questi romori, si comincia a cantare, e si fa in quel medesimo giro la processione, con tutte quelle circostanze di sưoni, di musiche e di stridi che ho raccontati un’altra volta; e certi stendardi grandi che si portano, chi vuol esser fatto degno di portargli, bisogna che dia alla chiesa una buona somma di danari per limosina; perché si contrastano a gara, e credo che si concedano plus offerenti. Nella processione, oltre i preti, monaci ed altri ecclesiastici, vanno anche tutti i prelati, vescovi e patriarchi, se vi sono, delle loro nazioni, con la maggior pompa di abiti che possono. Il patriarca armeno aveva un abito e una mitra alla romana, mandatagli a donar dal papa poco tempo fa. Il patriarca greco aveva al suo solito corona imperiale; ma fatta nel paese con poca grazia, e con meno disegno. Girato che ebbero alcune volte intorno alla Santa Cappella, si assise vicino alla porta di quella il patriarca greco, voltando al popolo la faccia; e mentre vi era una gran folla, e si faceva gran confusione, si aprì destramente la porta, che per esser piccola e parata dalla moltitudine de’ preti, non si vede, e non v’è chi vi badi: ma noi lo vedemmo molto bene, e vedemmo entrar dentro presto presto due o tre caloieri, tra i quali uno fu l’Abissino amico mio, e subito entrati riserrarono. E fama che bagnino costoro là dentro ogni cosa d’acquavita, e poi col fucile che tengono nascosto accendano un lume e diano fuoco; onde subito si vede quella fiamma correre in alto, e uscir fin in cima della cappelletta per certe finestrelle, che veramente a vederla par che venga dal cielo. Il popolo allora, con alte voci e con grandissima allegrezza, saluta il fuoco santo; e il patriarca greco, aperta la porta, primo di tutti entra dentro, e accende la sua candela nella fiamma che corre sopra il Santissimo Sepolcro. Uscito poi fuori, salta con la maggior furia che può sopra quel pilastro che dissi a me vicino, per non esser calpestato dalle genti, le quali tutte corrono ad accender le loro candele, e si urtano, si calpestano, si danno e fanno tanta folla, che io, con tutto che avessi quei quattro o cinque Turchi che mi facevano largo e menavano alla cieca, e con tutto che non mi curassi di aver fuoco, anzi cercassi di scansarmene, ebbi nondimeno molto che fare, perché non mi abbruciassero la barba, che adesso all’usanza del paese porto molto lunga. Non solamente il patriarca ebbe questa folla, ma per tutta la chiesa fu il medesimo; perché come uno aveva avuto il fuoco, se ne andava, e subito gli erano cento addosso per pigliarne; sicché in brevissimo tempo ne fu pieno ogni cosa, che non si vedeva altro che lumi e fiamma da capo a piedi: e quelli che l’avevano in mano, con la maggior allegrezza del mondo, andavano saltando e cantando, strisciandoselo addosso, incerandone le tele, e facendo insomma mille atti assai più convenienti a scene, ovvero a Baccanti, che a tempii e a contriti. Circa poi la finzione di questo miracolo del fuoco, conchiudo che il miracolo è falso, e senza dubbio per falso l’abbiamo da tenere (non essendo credibile che Dio concorra in ciò con li scismatici e non con i cattolici), è finto nondimeno tanto bene che può ingannare ogni uomo di giudicio; ma però quando non fosse altro, quella porticella della cappelletta serrata, non c’è dubbio che dà un gran segno d’impostura. Questo è quanto passa circa al fuoco santo”.