Annone, l’elefante di Leone X

di Giuliano Zoroddu

Roma, 12 marzo 1514: arriva in città una delegazione ufficiale di Manuele I Aviz, re del Portogallo. Il sovrano, glorioso per le vittorie riportate contro i Mori in Africa e per la prosperità dei suoi commerci in India, vuole rendere omaggio al Papa e ottenerne il maggior favore possibile. Così invia a Roma grandi tesori di ogni genere: cavalli persiani, galline indiane, pappagalli, una giovane pantera, due leopardi.
Ed anche un elefante, “animale – commenta Guicciardini – forse non mai più veduto in Italia dopo i trionfi e i giuochi pubblici dei Romani”.
Il pachiderma si chiamava Annone, era albino ed aveva quattro anni. La sua vista mandò in visibilio il popolo romano che se lo vide sfilare davanti, guidato da un moro riccamente vestito. Sul suo dorso una forziere turrito al cui interno eran contenuti ricchissimi parati, preziosissimi vasi sacri ed altri doni per il papa. Leone X ricevette l’esotica ambasceria lusitana presso Castel Sant’Angelo e ricevette anche da Annone il bacio del piedi: ovviamente a suo modo, con la proboscide.
La bestia, non la sola esotica in possesso del Pontefice (si pensi al camaleonte, allora ignoto in Europa), fu oggetto di poesie, di commedie, di disegni ed affreschi del divino Raffaello, e il “flagello de’ principi” Pietro Aretino non poté invero trattenersi dal motteggiare la bestia, il suo padrone e tutte le cure che all’animale venivano riservate.
Cure che si inserivano in un consolidato interesse dei Papi per le scienze naturali e per gli animali esotici, soprattutto in un momento storico in cui la Cristianità si vedeva aperti dinnanzi sterminati continenti da esplorare, conquistare ed evangelizzare.
Per l’alloggio fu allestito un apposito serraglio presso Borgo e per il mantenimento furono create apposite cariche e funzioni. Leone X, appassionato dello sfarzo del cerimoniale, impiegò l’animale, cui peraltro si affezionò tantissimo, durante le solenni processioni e, poiché con l’elefante rimase a Roma anche il suo addestratore moro, non di rado lo faceva esibire in danze per il divertimento del popolo romano.
Fu coinvolto anche dell’incoronazione poetica del Baraballo come novello Petrarca il 27 settembre 1514 in occasione delle solenni feste in onore dei santi Cosma e Damiano, patroni della famiglia dei Medici. L’archipoeta vi montò sopra ed invero solenne era il contesto e lo sarebbe rimasto se l’elefante, spaventato dalla troppa musica del corteo festante, con uno scossone non avesse disarcionato il suo cavalcatore.
Due anni soltanto durò il soggiorno romano dell’animale: nel 1516 l’angina lo portò alla morte il 16 giugno. Fu sepolto nel Cortile del Belvedere, dove negli anni Ottanta del secolo scorso accidentalmente se ne ritrovarono i resti.

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