Sintesi della 603° conferenza di formazione militante a cura della Comunità Antagonista Padana dell’Università Cattolica del Sacro Cuore in Milano , non tenuta in seguito alla chiusura dell’Ateneo causa epidemia di coronavirus. e postata nella vigilia anticipata dei Ss. Pietro e Paolo. La conferenza completa naturalmente la numero 85 tenuta il 16 dicembre 2009 da Davide Canavesi sul medesimo tema. Relatore: Silvio Andreucci (testo raccolto a cura di Piergiorgio Seveso).

Dal sito di Aldo Giannuli, ricercatore di Storia Contemporanea, apprendiamo che nell’ Antico Testamento” fosse lecito far pagare interessi al forestiero ma non al proprio fratello”; in sostanza, l’ebraismo sin dall’antichità, riconosceva come legittimo concedere denaro in prestito ad interesse agli stranieri, ai goym (i non ebrei), ma questo non era consentito all’interno della comunità (in effetti i primi banchieri furono ebrei e la nascita della finanza internazionale ebraica avrebbe tratto legittimità appunto dalla concessione del prestito ad interesse agli stranieri contenuta nel libro sacro).

L’autore sempre nel suo sito sottolinea che nel Nuovo Testamento “vi erano in ogni caso prescrizioni sfavorevoli al prestito ad interesse, estendendo di fatto il Nuovo Testamento a tutta l’umanità la prescrizione contro l’usura. Ora la legislazione si evolve dunque e, dal momento che tutti gli uomini hanno pari dignità di fronte a Cristo, sarebbe iniquo interdire il prestito ad interesse a cristiani e considerarlo lecito per i pagani.

Non vi è soluzione di continuità, bensì concordanza tra la concezione dell’etica greca classica, segnatamente aristotelica e quella del Nuovo Testamento che condanna senza eccezioni di sorta il prestito ad interesse; per Aristotele, come per il magistero cristiano, il prestito di denaro ad interesse contraddice la legge morale naturale, dal momento che il denaro è un bene di scambio “costitutivamente sterile”, dunque non potrebbe in alcun modo produrre nuovo denaro; inoltre colui che intende concedere denaro ad interesse, pretende la retribuzione del tempo dedicato alla propria prestazione, ciò che è in palese contrasto con la legge divina la quale stabilisce appartenere esclusivamente a Dio il tempo.

L’ autore insiste sulla condanna pontificia costante dell’usura, sulla sua incompatibilità con il cristianesimo; accennando alla condanna dantesca degli usurai nel XVII cerchio dell’Inferno riservato agli avidi e citando accuratamente le disposizioni del Concilio Laterano del 1179 le quali sancivano il dovere per quanti si fossero indebitamente appropriati di denaro di restituirlo prima di morire, pena il divieto di sepoltura in terra benedetta. Nella concezione tomista, più in generale scolastica, l’usura era nettamente condannata, salvo due eccezioni, il caso di “danno emergente ” e di “lucro cessante”. Quindi il prestito ad interesse poteva essere esclusivamente tollerato nel caso in cui il prestatore fosse in condizione di tangibile indigenza o non fosse riuscito a ricavare denaro dalla propria prestazione. Nel corso di tutto il Medioevo dunque profonda e ben radicata consapevolezza del carattere eretico dell’usura, riconducibile al vizio capitale dell’avidità, di fatto veniva considerato ereticale chiunque desiderasse lucrare indebitamente e per fini non necessari.

La condanna pontificia, rimarca il dottor Giannuli, è stata ferma e costante nel corso dei secoli (egli cita anche l’enciclica “Vix pervenit” di papa Benedetto XIV del 1745) anche se la Chiesa a poco a poco si “è abituata” a convivere con l’usura dal momento che vi facevano ricorso pontefici e sovrani cattolici.

Non hanno mancato di condannare la pratica del prestito di denaro ad interesse gli stati europei e qui è d’uopo ricordare almeno la proibizione che fece di suddetta pratica il Parlamento parigino nel 1777, a distanza di dieci anni dallo scoppio della Rivoluzione; proprio a partire dalle costituzioni rivoluzionarie venne invece concesso il prestito ad interesse, a condizione che la percentuale di interesse fosse contenuta entro il 5% .

Per il presente studio ho altresì attinto ad un eccellente articolo del dottor Martino Mora , denso di riferimenti storici e sostanzialmente condivisibile, apparso sul sito Arianna il 22 novembre 2011.

Quando oggi si pensa al concetto di interesse si è indotti a pensare a cifre considerevoli imposte dai colossi bancari e finanziari, cifre ovviamente impensabili nel mondo antico o medievale; tuttavia occorre tenere presente che la pratica del prestito ad interesse costituisce in ogni caso un male dell’anima e che la costante denuncia ecclesiastica come pratica immorale riguarda qualsiasi tasso di interesse, anche minimo. Sono numerosissimi i richiami paolini ed evangelici a non arricchirsi spudoratamente e a non idolatrare il denaro; inoltre sulla falsariga della condanna del mondo pagano (ho già riferito la posizione di Aristotele che aveva utilizzato il termine “crematistica”) tutti i Padri della Chiesa, Clemente Alessandrino, Sant’Ambrogio, Sant’ Agostino, San Gregorio di Nissa, Gregorio Nazianzeno, etc condannarono questa piaga dell’anima, attingendo naturalmente alla Sacra Scrittura, ma anche a preziose opere morali dei classici greci.

San Tommaso d’Aquino ebbe a definire l’ usura ” turpitudo”; infatti denaro e beni materiali secondo la concezione della Summa teologica non vanno considerati beni supremi, bensì subordinati nella gerarchia dei valori al bene supremo dell’anima, ovvero la contemplazione di Nostro Signore Gesù.

Per San Leone I Magno, l’usura era da intendersi non semplicemente male dell’anima, bensì come malattia mortale per l’anima, qualora il peccatore non avesse provveduto a redimersi. Con il concilio di Clichy (626 d.c) il pontefice impose il divieto anche ai laici.

Non fu meno rigoroso nel pronunciamento della condanna Carlo Magno che con il capitolare di Nimega dell’806 stabili che questa interdizione non avesse soltanto lo statuto di legge della Chiesa ma anche di legge dell’impero .In effetti questo capitolare contribuì a ridimensionare moltissimo la pratica dell’usura, tant’è che durante il IX secolo gli unici a praticarla erano prestatori ebrei (è prematuro parlare di banchieri).

Alessandro III (1159-1181) , il pontefice che fieramente aveva fronteggiato l’imperatore Federico Barbarossa e il re di Inghilterra Enrico III ,si spinse a proclamare il divieto di sepoltura per quanti praticassero questa pratica non solo nel già citato Concilio Lateranense III, ma altresì con il canone “ex eo de usuriis”.

La Chiesa attraversò un lungo periodo particolarmente critico, dal punto di vista spirituale e anche istituzionale , durato poco più di un secolo, tra il 1309 e il 1417, cui avrebbe fatto seguito non già una ricostruzione ma una degenerazione morale .Il Concilio di Trento (1545_1563) avrebbe finalmente segnato un rinnovamento istituzionale e morale, dopo che nel corso del XV secolo e della prima parte del XVI, lo spirito del Rinascimento era penetrato nella Sede del Vicario di Cristo Re: una concezione terrena e antropocentrica, che insegnava a valorizzare la dimensione corporea e i piaceri vitali aveva fatto breccia all’ interno del clero.

Andrò per ordine; ho scelto convenzionalmente il 1309 come data di “inizio” e il 1417 come data della “fine” del periodo critico, dal momento che tra 1300′ e 1400′ la Chiesa è stata travagliata da due eventi traumatici e gravidi di conseguenze: la “cattività avignonese” (1309-1377) e lo “scisma d’Occidente “(1378-1417).

Come mai in questo periodo, caratterizzato dalla nascita del primo nucleo del capitalismo bancario moderno e dall’ascesa dei ceti mercantili, gli ecclesiastici ricorrono sovente al prestito ad interesse? Eppure proprio agli albori del XIV secolo il concilio di Vienne (1311) aveva fortemente stigmatizzato l’usura, considerando eretico anche semplicemente colui che la giustificasse teoricamente.

Un siffatto rigoroso pronunciamento di condanna della Santa Sede non ha riscosso ubbidienza né dai laici né spesso dagli ecclesiastici. Come è potuto succedere? Come mai in seguito alla recisa condanna di Vienne, durante tutto il XIV secolo, gli ecclesiastici non hanno più levato la propria voce contro la pratica dell’usura e si sono in qualche modo adeguati al suo dilagare? La ragione è che la Chiesa versava in una situazione critica dal punto di vista economico a motivo dei due eventi traumatici prima citati, la “cattività avignonese “e lo “scisma d’Occidente” , e quindi molti ecclesiasti ricorrevano al prestito da parte di banchieri, incuranti delle disposizioni del Concilio di Vienne.

Per dirla con il professor Mora, man mano che nel corso del XIV si realizza l’ascesa dei ceti mercantili e dei banchieri, la Chiesa “viene espugnata dall’interno” dal fenomeno dell’usura.

La chiesa cattolica non ha avuto il tempo di riprendersi dall’infausto periodo segnato dalla “cattività avignonese “e dallo “scisma d’Occidente”, che’ dalla seconda metà del XV secolo l’usura assedia la Sede di San Pietro; Paolo II (1464_1471), Alessandro VI Borgia e Giulio II della Rovere sono passati alla storia come “papi mecenati”. A Giulio II della Rovere succede Papa Leone X (1513_1521), alias Giovanni de’ Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico. Ora la relazione tra banchieri e Santa Sede diventa stretta.” Per la prima volta il rampollo di una famiglia di banchieri diventa papa” (Martino Mora) . Giovanni de’ Medici diventa papa nel 1513.

Per quanto riguarda il mio giudizio su questi pontefici, non ho nessuna intenzione di avallare la” leggenda nera” portata avanti dalla storiografia laicista e anticlericale. Il loro comportamento certo non è stato sempre esemplare; si son fatti talvolta coinvolgere dal​ lusso e da effimere tentazioni (ma molto meno di quanto una certa vulgata racconti).

La temperie rinascimentale, basata su una pessima filosofia, ora sensistica ora  permeata da uno spiritualismo esoterico frivolo, ha assediato anche la Santa Sede. Nondimeno, non bisogna limitarsi a “criticare” questi pontefici rinunciando tout court a una contestualizzazione storica. Sul piano dell’ortodossia ecclesiastica sono rimasti fedeli al magistero, al contrario dei modernisti attuali. Peraltro Alessandro VI Borgia, consapevole della dissoluzione che imperversava nel clero, aveva abbozzato una riforma dei costumi ecclesiastici che non era riuscito a condurre a termine ma che Giulio II e Leone X completarono col il concilio Lateranense V.

I mercanti che nell’era postconciliare entrano costantemente nel “tempio” della Santa Sede sono miliardi di volte peggiori di quelli del tempo di papa Leone X.

Adducendo a pretesto il c.d. “mercato delle indulgenze”, Martin Lutero ha scatenata l’empia e sovversiva riforma che ha balcanizzato la Christianitas, determinando la rottura dell’unità religiosa europea.

Ora, con una sorta di volo pindarico, concentrerò la mia analisi sul XXI secolo, per quanto sarebbe stato suggestivo riportare ulteriori approfondimenti storici inerenti al presente studio, esigenze di sintesi espositiva purtroppo non lo consentono . Peraltro sarebbe un’ impresa faraonica citare le innumerevoli esortazioni ecclesiastiche contro la pratica dell’usura nel corso dei secoli e mi sono limitato a riportare alcune fra le più significative, come quella proclamata dal Concilio di Vienne del 1311 che costituisce un imperituro ammonimento, segnatamente nei confronti della chiesa post conciliare….la cui dissoluzione è in stato di caduta libera.

La Chiesa non compia l’errore di “sposare” i banchieri (1)! La mercificazione del sacro, la prorompente affermazione della figura del parroco – manager, una catechesi vacua che non da più prospettive di vita eterna, un apparato ecclesiastico inficiato da una burocrazia che aspira all’onnipervasivita’ sono alcuni aspetti apicali di questa dissoluzione. La chiesa postconciliare ha accettato un’ involuzione in senso protestante, non opponendosi ma accettando il primato del turbocapitalismo finanziario.

In effetti le attuali “autorità ecclesiali” si piegabi al protestantesimo, nella misura in cui riconoscono il ruolo positivo del capitalismo finanziario. Mentre per il calvinismo, ancor più che per il luteranesino, la buona riuscita negli affari del plutocrate, è segno della benedizione divina e della predestinazione alla Salvezza, il magistero ecclesiastico cattolico ha una ben differente visione del profitto: esso deve derivare da attività produttive, finalizzate al bene della persona e al bene comune, non già da operazioni di speculazione finanziaria parassitaria; in secondo luogo, il profitto nella visione cattolica, sin dalla Summa teologica, non è affatto concepito come segno della predilezione divina, esso infatti non appartiene all’ ordine dei valori morali, bensì a quello della poiesis, ovvero della produzione.

” Mutuum date, nihil inde sperantes” (Luca,6,35). La “Chiesa postconciliare” certamente ha continuato a richiamare costantemente contro la pratica del prestito di denaro ad interesse, ma di fatto ha destato l’impressione di un richiamo formale, meramente basato sulla consuetudine, scevro quindi dalla preoccupazione di conformarvi anche la prassi. “A chi conosce la storia, fa quindi oggi una certa impressione osservare l’ entusiasmo di gran parte del mondo cattolico per il governo di Mario Monti” (Martino Mora). Non è stata una buona notizia che gran parte del mondo cattolico (compreso l'”Osservatore Romano” e il quotidiano della Cei “Avvenire” )abbia dato un convinto sostegno al “governo tecnico” di Mario Monti. Il tradizionalismo cattolico certo ha dichiarato la propria indignazione, ma essendo perlopiù escluso dal circuito del dibattito pubblico, non ha prevedibilmente avuto possibilità di incidenza pratica.

Voglio concludere con un insegnamento del filosofo e giurista Schmitt, da cui potranno trarre utilità coloro che oggigiorno ritengono si possa essere al contempo buoni cattolici e prestigiosi usurai “all’ alleanza Trono-Altare, mai potrà seguire una riunificazione tra chiesa cattolica e industrialismo capitalistico”.

(1) questo è appunto l’ articolo del professor Martino Mora pubblicato sul sito Arianna il 22 novembre 2011