[DA LEGGERE] Le ragioni della condanna dell’Action francaise

Sintesi della 602° conferenza di formazione militante a cura della Comunità Antagonista Padana dell’Università Cattolica del Sacro Cuore in Milano , non tenuta in seguito alla chiusura dell’Ateneo causa epidemia di coronavirus. e postata nella festa di San Luigi Gonzaga. La conferenza completa naturalmente la numero 195 tenuta il 28 giugno 2012 da Filippo Deidda sul medesimo tema. Relatore: Silvio Andreucci (testo raccolto a cura di Piergiorgio Seveso).

Come mai ancora oggigiorno un numero consistente di cattolici tradizionali esaltano acriticamente l opera di Maurras? Non pensano di dover procedere ad un approfondimento critico dei fondamenti filosofici dell’ Action francaise? È da considerarsi legittima la condanna di papa Pio XI? Pure, nella misura in cui il movimento politico reazionario avversava democrazia e democratismo, liberalismo, lobbies plutocratiche, massoneria, appiattimento individualistico borghese dell’esistenza, primato dell’oro sul sangue, supremazia del regno della quantità su quello della qualità non si trovava forse in accordo con il magistero ecclesiastico? Non aveva forse il pensiero sociale cattolico condannato tutti questi aspetti dalle sue origini e senza condizioni? È sufficiente per un movimento politico sociale (è il caso dell’Action francaise) proclamarsi antimassone, antiliberale, antidemocratico, per avere l’ approvazione ecclesiastica e comunque per non incorrere nell’ anatema?

Molti quesiti cui il presente rapporto si adoprerà a dar risposta il più possibile esaustiva

Cari amici, sicuramente conoscete in linea generale la storia dell’Action francaise, sicché ritengo poco utile indugiare su di essa e ne riporterò semplicemente alcuni caratteri definitori fondamentali; il movimento fu fondato nel 1899 da Henri Vaigeois e da Maurice Pujo, che inizialmente, durante il periodo della diatriba tra il partito dei dreyfusardi e anti-dreyfusardi che erano sorti in seguito all “affaire Dreyfus”(1), si erano proposti di collaborare alla Revue d’action francaise”, con netto orientamento anti-dreyfusardo.

La Rivista era in qualche modo il prodotto della fusione di diversi gruppi nazionalisti e aveva pubblicato il suo primo numero del quotidiano nel 1908 , a seguito del quale si accrebbe nel corso del primo Novecento il numero degli intellettuali che decisero di aderire all’ “Action francaise” (è d’uopo ricordare Leon Daudet, l’economista George Valois, Georges Bernanos e Jacques Maritain, questi ultimi due vi aderirono solo per un breve periodo di tempo).

Lo scrittore Marcel Proust, nonostante le sue origini ebraiche fu sostanzialmente benvoluto e in buoni rapporti con l'”Action francaise”, nonché amico personale di Leon Daudet e ammiratore di Charles Maurras, principale ideologo.

Il Maurras impresse al movimento un carattere filomonarchico, conservatore dal punto di vista sociale e spiccatamente germanofobo (almeno fino al 1941, allorché vi fu una sorta di collaborazione con il nazionallsocialismo tedescosulla base di alcuni motivi comuni, l’antiparlamentarismo e l’antisemitismo). Non saprei dire fino a che punto sia appropriato definire legittimista il movimento di Maurras: è probabilmente più appropriato definirlo legittimista orleanista, dal momento che costantemente sostenne per il trono di Francia la casata degli Orléans. È d’uopo sottolineare l ‘appoggio alla dinastia degli Orléans, storicamente legata ad ambienti politici massoni e liberali, in quanto tale appoggio, per quanto non fosse il motivo principale della condanna ecclesiastica, contribuì comunque a legittimarla.

Solitamente i critici tradizionalisti della condanna da parte di papa Pio XI delle dottrine maurassiane accampano come argomento il fatto che il precedente pontefice papa Pio X non avrebbe invece reso pubblico alcun “anatema”, sostengono quindi che la condanna pronunciata da papa Pio XI significherebbe una rottura rispetto all’atteggiamento tollerante, se non “benevolo” persino, del predecessore. E’ facile decostruire il loro argomento, infatti già il pontefice Pio X aveva sin dal 1914 approntato la condanna dell'”Action francaise”, che non venne comunque formalizzata, ciò che invece fece papa Pio XI nel 1926.

Si deve dunque argomentare non già una posizione di rottura da parte di papa Pio XI rispetto al suo predecessore ma di sostanziale continuità; infatti entrambi i pontefici peraltro avevano concordato sulla necessità di mettere all’ Indice le opere del Maurras (contenenti insegnamenti palesemente in contrasto con la dotrrina cattolica). Più precisamente, papa Pio X aveva definito l'”Action francaise” “damnabilis”, mentre Pio XI con un più marcato accento di avversione l’avrebbe definita “damnanda” tout court. Forse che l'”Action francaise” poteva essere tollerata dalla Chiesa Apostolica romana per il fatto che entrambe si contrapponevano i medesimi avversari, ovvero liberalisimo, massoneria, democratismo? Niente affatto.

Agli occhi di San Pio X , l'”Action francaise” aveva dato qualche contributo positivo al massimo nella sua opera “destruens”, cioè nella battaglia contro le ideologie sovversive del mondo moderno. Questo tuttavia minimamente doveva autorizzare a pensare alla possibilità che tradizionalisti cattolici e maurrasiani potessero “andare a braccetto” e costituire così un’intesa politica. In alcun modo i seguaci di Charles Maurras, agnostici e positivisti, avrebbero legittimamente potuto avere quali “compagni di strada” i cattolici integrali (del resto, non vi è riscontro alcuno di un atteggiamento di benevolenza nei confronti dell'”Action francaise” da parte di cattolici integrali quali monsignor Benigni e monsignor Delassus, che da subito ne presero le  istanze).

In ultima analisi, le dottrine maurassiane erano tout court incompatibili con il magistero ecclesiastico e non potevano nemmeno costituire un’ introduzione negativa al pensiero sociale cattolico.

Al disordine contenuto con la forza dello “stato etico” maurrasiano, nell’ enciclica “Ubi arcano “del 22 dicembre 1922 (quattro anni prima della condanna delle dottrine maurassiane) , papa Pio XI contrappone la pace di Cristo Re, obiettivo cui anela la politica, nella misura in cui aspiri a prendere come costante punto di riferimento la traduzione , ancorché imperfetta, del Regno di Cristo nella dimensione temporale. Appartenendo la pace al dominio della carità ancor più che a quello della giustizia (pax vero sit proprie ac peculiariter caritatis actus), essa si traduce in pratica attraverso un atto di carità, nulla di più distante dalla forza contenente il disordine ispirata alla statolatria maurrasiana (2).

Il nazionalismo maurrasiano non può in ultima analisi costituire una valida alternativa rispetto al liberalcapitalismo delle democrazie parlamentari (di cui il pontefice denuncia gli eccessi ) né rispetto al collettivismo, la cui critica ricalca quella del precedente magistero ecclesiastico. Infatti, il nazionalismo maurrasiano non pone come supremo fine la beatitudine eterna (3), la portata del cattolicesimo nella migliore delle ipotesi viene ridotta a “mito”, oppure a “instrumentum regni” e collante per tenere organica la società. Tanto il nazionalismo maurrasiano afferma come criterio valoriale principale l’interesse nazionale, quanto il magistero di Pio XI afferma la centralità della persona nella dimensione temporale, nonché la priorità di corpi intermedi, famiglia e società rispetto allo stato.

Così leggiamo nel “Discorso agli alunni del collegio Mondragone” del 14 maggio 1929: “il ruolo dello stato non è di assorbire, inghiottire, annichilire l’individuo e la famiglia, sarebbe assurdo, sarebbe contrario alla natura, dato che la famiglia esiste prima della società, prima dello stato. Lo stato non può disinteressarsi dell’educazione, ma la sua parte contributiva è una collaborazione destinata a procurare ciò che è necessario e sufficiente per aiutare e perfezionare l’ educazione della famiglia”. Il modello di educazione proposto dal magistero ecclesiastico non può dunque conciliarsi con il modello sociologico comtiano e maurrasiano, tra la tomista “philosophia perennis” e la sociologia comtiana che permea la filosofia politica di Charles Maurras non può attuarsi conciliazione alcuna.

Come attestano anche gli studi di Don Curzio NItoglia all’ indomani della legittima condanna pontificia dell'”Action francaise”, i maurrasiani, lungi dal ritrattare le proprie posizioni e di impegnarsi per ottenere un ammorbidimento delle sanzioni ecclesiastiche, si abbandonarono a molte malevolenze contro il pontefice e si configuro’ in qualche modo una riedizione del conflitto medievale tra guelfi e ghibellini, i sostenitori della condanna pontificia rappresentavano il guelfismo e i diritti della Chiesa Apostolica Romana, mentre i maurrasiani rappresentavano i ghibellini e le imposizioni dello stato etico. Sempre a giudizio di don Nitoglia, una cospicua galassia del tradizionalismo lefebvriano francofono sarebbe ancor oggi infatuata dalla dottrina di Charles Maurras e sua sostenitrice impenitente, noncurante dell’incompatibilità di fondo del progetto dell'”Action francaise” con il magistero ecclesiastico. E’ il caso ad esempio di Pierre Pascal, che fu ” maurrasiano di ferro”, segretario personale di Charles Maurras, bibliotecario del seminario Francese di Roma, ma anche in rapporti di stretta amicizia con monsignor Marcel Lefebvre (4). Molti cattolici tradizionali sostengono che la dottrina cattolica potrebbe conciliarsi con l'”Action francaise” in virtù del fatto che nel 1939 papa Pio XII avrebbe “sospeso” l’ interdetto proclamato dal suo predecessore nei confronti delle dottrine del Maurras; in realtà non si trattò affatto di una riabilitazione del pensiero dell'” Action francaise”(pertanto il pensiero del Maurras restava incompatibile con il magistero ecclesiastico anche secondo papa Pio XII) , si trattò piuttosto da parte della Santa Sede di un addolcimento della propria posizione: il pericolo maggiore infatti allora era rappresentato dal bolscevismo e inoltre la Santa Sede non poteva che essere benevola verso la coalizione formata da nazionalisti maurrasiani, franchisti e falangisti contro repubblicani e comunisti durante la guerra civile spagnola. Io personalmente non ho mai creduto possibile neanche per un attimo la conciliazione tra cattolicesimo integrale e le dottrine del Maurras:come potrebbe di grazia colui che ha a cuore la Beatitudine Eterna pensare di fare anche un solo tratto di strada assieme a coloro che secolarizzano, a fine di farne un “instrumentum regni” il cattolicesimo?

Note

(1) l’ “affare Dreyfus” fu l’evento più eclatante della Francia della Terza Repubblica e si colloca tra la fine della guerra franco _prussiana e lo scoppio della prima guerra mondiale. Con “affare Dreyfus” si intende il complesso degli sconvolgimenti politici che avevano interessato la Francia, in seguito all’ accusa mossa al generale francese Dreyfus di origine ebraica di aver passato informazioni segrete alla stato tedesco.

(2) ho fatto riferimento segnatamente alla “Soliti nos”, lettera inviata l’11 marzo 1920 dal pontefice Benedetto XV al vescovo di Bergamo

(3) qui non posso fare altro che riportare le condivisibili riflessioni di un articolo apparso su RS nel corso del luglio 2013. La fonte appare anonima, la ricostruzione è di Piergiorgio Seveso

(4) a questo aspetto il Nitoglia dedica una riflessione nella sua opera “Esoterismo.L’autodivinizzazione dell’uomo e l’unita trascedente delle religioni alla luce della metafisica tradizionale” pagina 68

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