I 50 anni della nuova messa: la costituzione Sacrosantum concilium

Già abbiamo trattato della costituzione “Sacrosantum concilium” del Vaticano II sulla liturgia (vedi ‘Sacrosantum Concilium’. Il prologo della rivoluzione liturgica, parti 1 e 2), ci ritorniamo riprendendo il seguente articolo pubblicato su fsspx.news.

[foto da qui]

Il 4 dicembre 1963, Papa Paolo VI promulgò la costituzione Sacrosanctum concilium sulla liturgia. Il primo documento del Concilio Vaticano II è approvato con 2151 voti favorevoli e 4 contrari. La ragione di questo successo risiede nel carattere del testo.

È un testo che fissa le linee generali dalle quali gli organi postconciliari trarranno la nuova liturgia (nn. 44-45). La Costituzione infatti intraprende la radicale trasformazione della liturgia. In particolare, annuncia la revisione del rituale della Messa (50), un nuovo rito per la concelebrazione (58), la revisione dei riti del battesimo (66), della cresima (71), della penitenza (72), delle ordinazioni (76), del matrimonio (77), dei sacramentali (79), ecc.
Per Jean Vaquié, si tratta di “una legge inquadrante, che inaugura una trasformazione fondamentale e si ispira a due dottrine contraddittorie”. Perché si tratta di raggiungere un compromesso tra tradizionalismo e progressismo. Per soddisfare i conservatori e la sensibilità tradizionale, verranno ricordati i principi fondamentali della liturgia, ma senza alcuna applicazione pratica. D’altra parte, la minoranza attiva e progressista è stata in grado di collocare gli elementi che consentiranno un ulteriore sviluppo nella direzione di una rifondazione della liturgia che hanno domandato.

Polvere per gli occhi

Fin dall’introduzione, la Costituzione sulla Santa Liturgia parla di una restaurazione, che sarà accompagnata – se ciò si rivelerà necessario – dal compito di “rivedere completamente (…) tutti i riti riconosciuti”.
L’intenzione ecumenica si sovrappone a questo vasto progetto. Tra gli obiettivi essenziali del Concilio e della Costituzione, si tratta di “promuovere tutto ciò che può contribuire all’unione di tutti coloro che credono in Cristo” (1). Questo imperativo sarà rispettato.
L’idea è che la liturgia ha bisogno di “restaurazione” e “progresso”. Queste parole sono quasi sospette; questi sono termini comunemente usati dalla Chiesa – erano usati da San Pio V, da San Pio X e da Pio XII.

Un principio supremo: la partecipazione attiva

Il n. 14 stabilisce il principio fondamentale che consentirà tutte le innovazioni: “La Chiesa desidera fortemente che tutti i fedeli siano portati a questa piena, consapevole e attiva partecipazione (actuosa) alle celebrazioni liturgiche (…) che devono tendere prima tutto alla restaurazione e alla valorizzazione della liturgia”.
Il termine “partecipazione attiva” è stato il cavallo di Troia per la trasformazione di tutta la liturgia. Appare 11 volte nel testo. Dobbiamo comprenderne il significato richiamando la dottrina tradizionale sulla partecipazione alla Messa, come espone Pio XII nell’enciclica Mediator Dei:
“È necessario, Venerabili Fratelli, spiegare chiaramente al vostro gregge come il fatto che i fedeli prendono parte al Sacrificio Eucaristico non significa tuttavia che essi godano di poteri sacerdotali.” .
È ben vero che Gesù Cristo è sacerdote, ma non per se stesso, bensì per noi, presentando all’Eterno Padre i voti e i religiosi sensi di tutto il genere umano; Gesù è vittima, ma per noi, sostituendosi all’uomo peccatore; ora il detto dell’Apostolo: «abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù» esige da tutti i cristiani di riprodurre in sé, per quanto è in potere dell’uomo, lo stesso stato d’animo che aveva il Divin Redentore quando faceva il Sacrificio di sé: l’umile sottomissione dello spirito, cioè, l’adorazione, l’onore, la lode e il ringraziamento alla somma Maestà di Dio; richiede, inoltre, di riprodurre in se stessi le condizioni della vittima: l’abnegazione di sé secondo i precetti del Vangelo, il volontario e spontaneo esercizio della penitenza, il dolore e l’espiazione dei propri peccati. Esige, in una parola, la nostra mistica morte in Croce con Cristo, in modo da poter dire con San Paolo: «sono confitto con Cristo in Croce».
“Sono, dunque, degni di lode coloro i quali, allo scopo di rendere più agevole e fruttuosa al popolo cristiano la partecipazione al Sacrificio Eucaristico, si sforzano di porre opportunamente tra le mani del popolo il «Messale Romano», di modo che i fedeli, uniti insieme col sacerdote, preghino con lui con le sue stesse parole e con gli stessi sentimenti della Chiesa”.
“Queste maniere di partecipare al Sacrificio sono da lodare e da consigliare quando obbediscono scrupolosamente ai precetti della Chiesa e alle norme dei sacri riti. […] non sono però necessarie per costituirne il carattere pubblico e comune”.
Ma aggiunge Pio XII con grande cautela: “Non pochi fedeli, difatti, sono incapaci di usare il «Messale Romano» anche se è scritto in lingua volgare; né tutti sono idonei a comprendere rettamente, come conviene, i riti e le cerimonie liturgiche. L’ingegno, il carattere e l’indole degli uomini sono così vari e dissimili che non tutti possono ugualmente essere impressionati e guidati da preghiere, da canti o da azioni sacre compiute in comune. I bisogni, inoltre, e le disposizioni delle anime non sono uguali in tutti, né restano sempre gli stessi nei singoli. Chi, dunque, potrà dire, spinto da un tale preconcetto, che tanti cristiani non possono partecipare al Sacrificio Eucaristico e goderne i benefici? Questi possono certamente farlo in altra maniera che ad alcuni riesce più facile; come, per esempio, meditando piamente i misteri di Gesù Cristo, o compiendo esercizi di pietà e facendo altre preghiere che, pur differenti nella forma dai sacri riti, ad essi tuttavia corrispondono per la loro natura”.
È così che molti fedeli si uniscono al sacerdote nelle preghiere a loro più accessibili, come la recita del rosario.
Nel testo del Concilio, il termine partecipazione attiva ha due significati. Per molti significa una partecipazione come descritta e definita da Pio XII. Per i redattori significa una partecipazione attiva, con la quale i fedeli sono responsabili di una parte più o meno grande della realizzazione materiale della cerimonia liturgica: letture, acclamazioni, presentazione delle offerte, distribuzione della santa comunione, gesti, atteggiamenti fisici. (30)
Che questa sia l’intenzione del Concilio è confermato da Papa Paolo VI, che scriverà: “È comunque un errore, che purtroppo rimane ancora in certi luoghi, recitare il rosario durante l’azione liturgica” (Esortazione apostolica Marialis Cultus, 31 marzo 1974). Così, nello spazio di 25 anni, ciò che Pio XII ha riconosciuto come perfettamente lecito e inevitabile, è stigmatizzato da Paolo VI.

Principi secondari

Dalla partecipazione attiva e agente deriva ogni sorta di conseguenze. Si tratta di riformare la celebrazione liturgica, di far accettare al clero una nuova concezione del sacerdozio che li priva di ciò che gli è proprio, di formare i laici in un nuovo ruolo e, soprattutto, di cambiare la teologia della Messa e la liturgia.
Sarà quindi necessario preparare i professori di seminari, case di studi religiosi e facoltà teologiche alle novità (15), classificare la liturgia rinnovata tra le principali discipline (16) e svilupparne la vita liturgica nelle case di formazione e tra i sacerdoti (17). L’insistenza del Concilio è spiegata dal desiderio di introdurre la rivoluzione che si sta preparando più rapidamente e più facilmente. È attraverso la pratica che le idee penetrano in modo più efficace.
Infine, sarà necessario garantire la formazione liturgica dei fedeli, soprattutto nel senso di partecipazione “attiva” (19).

La “restaurazione” della liturgia

La ferma decisione di effettuare una “restaurazione generale della liturgia” è annunciata al n. 21. La ragione avanzata è che la liturgia sarebbe colma di elementi più o meno estranei alla sua natura o inadatti ai suoi tempi. Qui emerge il giudizio degli innovatori, che non vogliono restaurare, ma riformare la liturgia secondo le proprie concezioni.
In che cosa consisterà questa restaurazione? “Organizzare i testi e i riti in modo tale da esprimere con maggiore chiarezza le realtà sante che significano e che il popolo cristiano, per quanto possibile, possa facilmente afferrarli e parteciparvi con una celebrazione piena, attiva e comunitaria. Tutte le affermazioni degli innovatori sono presenti qui: “maggiore chiarezza” è una’impostura, è una questione di eccessiva semplificazione; “La piena partecipazione è attiva” è l’ossessione delle liturgie moderne; La “comunità” è anche un’affermazione basata su false ragioni teologiche, come se il soggetto attivo del sacrificio che si svolge sull’altare non fosse più solo il sacerdote, un altro Cristo, ma l’intera comunità. Per quanto riguarda la facile comprensione delle realtà soprannaturali, il futuro mostrerà che una liturgia desacralizzata allontana dalle realtà sante.

Norme generali
Sono un capolavoro di subdola abilità, proponendo elementi reali per far rassicurare i Padri più tradizionali, ma aprendo anche le porte della rivoluzione liturgica. Che si giudichi: il testo intende “mantenere la sana tradizione”, ma “aprire la strada a progressi legittimi”. Dobbiamo prima “fare un attento studio teologico, storico e pastorale”, ma “tenere conto (…) dell’esperienza che deriva dalla più recente restaurazione liturgica e dagli indulti concessi in vari luoghi”. Le innovazioni che erano già in uso ovunque sono quindi legittimate e introdotte nella riforma annunciata. In conclusione, “i libri liturgici saranno rivisti il ​​più presto possibile, invitando esperti e consultando vescovi di varie regioni del globo” (25). Gli esperti sono ben noti nella storia del movimento liturgico, mentre la consultazione con i vescovi di tutto il mondo prepara l’inculturazione.

Norme tratte dal carattere della liturgia in quanto azione gerarchica e comunitaria
Il n° 27 incoraggia la celebrazione comunitarie, sottintendendo che avrebbero più valore in sé rispetto alla celebrazione individuale e quasi privato. Il n. 31 prevede che le sezioni dei libri rivisti integreranno il ruolo dei fedeli.

Norme tratte dalla natura didattica e pastorale della liturgia
Gli innovatori pongono il valore educativo al centro del loro interesse. In questo senso, impartiscono direttive che dovrebbero ispirare la riforma liturgica: cercare di semplificare e abbreviare i riti (34); Aumentare e diversificare le letture delle Scritture (35); ispirare l’omelia soprattutto alla Sacra Scrittura o alla liturgia; possibilità di fornire commenti liturgici durante le celebrazioni; incoraggiare la celebrazione della Parola di Dio in determinati giorni in quei luoghi privi di sacerdoti.
La lingua liturgica latina sarà preservata a meno che non vi sia un diritto specifico. Ma … sarà molto utile dare più spazio alla lingua volgare (36). Questo semplice passaggio consentirà presto di usare il vernacolo in quasi tutte le preghiere e di abbandonare l’uso della lingua sacra della Chiesa.
Il significato di queste direttive, così come il destino riservato al latino, sono molto importanti da un punto di vista ecumenico, perché consentono il riavvicinamento con i protestanti. Il pastore Rilliet potrà di scrivere nel 1964 che “l’attenzione dei protestanti su questo importante documento si concentrerà principalmente sui principi cultuali definiti. Il testo votato il 4 dicembre 1963 avvicina certamente la Messa cattolica ai culti luterani, riformati e anglicani. L’adozione della lingua volgare soddisfa un requisito di Lutero e degli altri riformatori che l’hanno applicato dal XVI secolo. La crescente importanza della Bibbia e della predicazione va nella stessa direzione”.

Norme per l’adattamento della liturgia al temperamento e alle condizioni dei diversi popoli
Queste norme offrono adattamenti alla diversità di assemblee, regioni, popoli, specialmente nei paesi di missione. Questi adattamenti possono riguardare l’amministrazione dei sacramenti, dei sacramentali, delle processioni, dell’uso della lingua liturgica, della musica sacra e delle arti. Ma poiché in alcuni luoghi c’è un’emergenza, sarà necessario consentire esperienze guidate da vescovi ed esperti (37-40). Tutta l’inculturazione è contenuta in questi articoli, così come la moltiplicazione degli adattamenti in base alle circostanze che polverizzeranno la liturgia in una moltitudine di riti particolari.

La pastorale liturgica

Il testo conciliare istituisce commissioni liturgiche nazionali, diocesane e parrocchiali. In Francia esisteva già il Centro di liturgia pastorale, un organo rivoluzionario che ora riceve una missione ufficiale. Questi centri devono dirigere la pastorale liturgica e promuovere la ricerca e le esperienze necessarie per futuri adattamenti.

Il mistero dell’Eucaristia

Il n° 47 descrive la messa in modo tradizionale, ma il n° 48 insiste ancora una volta sulla partecipazione attiva che sarà utilizzata come giustificazione per le innovazioni: revisione dell’ordinario della messa per facilitare la partecipazione attiva, semplificazione dei riti, soppressione delle ripetizioni o di ciò che è stato aggiunto nel corso dei secoli (ad esempio nel Kyrie eleison) o di ciò che viene giudicato di scarsa utilità (inosservanza della tradizione della Chiesa e dell’autorità dei papi), restaurazione “secondo l’antica norma dei santi padri” di alcuni elementi che sono scomparsi sotto l’influenza del tempo (archeologismo) (49-51).
La moltiplicazione delle letture al fine di coprire, in pochi anni, la parte più importante delle Sacre Scritture, promuove anche il riavvicinamento con la Cena protestante, nonché l’uso dell’espressione “mensa della parola di Dio”. Per motivi di puro archeologismo, la preghiera comune è stata restaurata, da allora chiamata preghiera universale.
Una porta è semiaperta: quella della comunione sotto le due specie, che può essere concessa in alcuni casi (55). Allo stesso modo, la concelebrazione è favorita in determinate circostanze. Presto diventerà generale.

Musica sacra

“Il tesoro della musica sacra sarà preservato e coltivato con la massima cura. Le Scholæ cantorum saranno sviluppate diligentemente, specialmente nelle chiese  cattedrali; tuttavia i vescovi e gli altri pastori veglieranno con zelo affinché in ogni azione sacra che deve essere compiuta con il canto, l’intera assemblea dei fedeli puossa assicurare la partecipazione attiva che gli appartiene a pieno titolo, in conformità con gli articoli 28 e 30. “(114)
Si riconosce che il canto gregoriano deve occupare il primo posto, senza escludere la polifonia sacra. Primo problema: chiediamo melodie più semplici per le piccole chiese. Ma da dove prenderli? Bisognerà sviluppare un canto religioso popolare. E anche fare spazio, nei paesi di missione, per la musica tradizionale dei popoli evangelizzati. Ciò consentirà tutti i tipi di deviazioni.
Anche l’organo è tenuto in alta considerazione, ma possono essere utilizzati altri strumenti, cosa che consentirà a tutti i tipi di strumenti e musica di irrompere nel presbiterio.

Arte sacra e materiale di culto

Le regole relative alla costruzione o alla confezione – edifici, altare, tabernacolo, battistero, immagini sacre, decorazioni e paramenti – dovranno essere riviste insieme ai libri liturgici: “ciò che sembra mal accordarsi con la restaurazione della liturgia verrà modificato o cancellato, e ciò che la favorirà sarà mantenuto o introdotto”. Nuova liturgia, nuove chiese, nuovi altari, nuovo design degli interni.
Con questa costituzione, tutto è pronto per il più grande sconvolgimento liturgico nella storia della Chiesa. Una vera rivoluzione che lascia dietro di sé un campo di macerie.

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