Abbiamo già trattato del movente ecumenista delle nuove liturgie partorite, direttamente ed indirettamente del Vaticano II: si leggano, tra gli altri, La messa di Paolo VI. Un rito ecumenico già condannato da Pio XII e Jean Guitton e la messa ecumenica … di Paolo VI. Ritorniamo sull’argomento riprendendo un articolo pubblicato il 13 scorso su fsspx.news.

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Il Concilio Vaticano II si è voluto, per volontà del suo promotore Papa Giovanni XXIII, seguita molto fedelmente su questo punto da Papa Paolo VI, un concilio ecumenico nel doppio senso del termine: nel senso tradizionale in cui ecumenico significa “universale”, ovvero, la riunione dei vescovi cattolici di tutto il mondo; e nel senso moderno di promozione dell’unità dei cristiani.

“Promuovere il ristabilimento dell’unità fra tutti i cristiani è uno dei principali intenti del sacro Concilio ecumenico Vaticano II” afferma il Decreto sull’ecumenismo (Unitatis Redintegratio, 1 §1). Il Concilio, continua, è lieto che “è sorto anche per grazia dello Spirito Santo un movimento che si allarga di giorno in giorno per il ristabilimento dell’unità di tutti i cristiani” (UR 1 §2). “Perciò questo sacro Concilio, considerando con gioia tutti questi fatti, dopo avere già esposta la dottrina sulla Chiesa, mosso dal desiderio di ristabilire l’unità fra tutti i discepoli di Cristo, intende ora proporre a tutti i cattolici gli aiuti, gli orientamenti, e i modi, con i quali possano essi stessi rispondere a questa vocazione e a questa grazia divina” (UR 1 §4).

Istituzione dell’ecumenismo dopo il Concilio

Costantemente, i due suddetti papi tornarono su questo aspetto ecumenico del Concilio. Paolo VI, aprendo la seconda sessione dopo la morte di Giovanni XXIII, ha ricordato che tra gli obiettivi del Concilio, ne esisteva uno “prefissato a questo Concilio dal Nostro Predecessore Giovanni XXIII, che va considerato assolutamente il più grave nel campo delle entità spirituali; alludiamo allo scopo che riguarda gli “altri cristiani”, cioè a quelli che, pur credendo in Cristo, non possiamo – oh gioia a Noi negata! – includere tra coloro che sono congiunti a Noi dal vincolo della perfetta unità di Cristo”(discorso del 29 settembre 1963). Dopo il Concilio, questo obiettivo prioritario non fu certamente abbandonato e, due anni prima di morire, parlando con il Segretariato per l’Unità, Papa Paolo VI disse: “L’ecumenismo è l’impresa più importante e misteriosa del nostro pontificato” (discorso del 12 novembre 1976).
Sin dai primi giorni del suo regno, Papa Giovanni Paolo II ha affermato: “Il ripristino dell’unità tra tutti i cristiani è stato uno dei principali obiettivi del Concilio Vaticano II e, sin dalla mia elezione, mi sono impegnato formalmente promuovere l’esecuzione delle sue normative e delle sue linee guida, considerando che questo era un dovere primordiale per me” (discorso del 3 dicembre 1978). “Per favore dite a coloro che rappresentate e a tutti che l’impegno della Chiesa cattolica nei confronti del movimento ecumenico, come è stato solennemente espresso nel Concilio Vaticano II, è irreversibile” (discorso del 5 novembre 1978).

Riforma liturgica alla luce dell’ecumenismo

Non sorprende quindi che l’obiettivo ecumenico della riforma liturgica da realizzare sia esplicitamente incluso nel preambolo della Costituzione Sacrosanctum concilium (SC) sulla liturgia, la prima promulgata dal Vaticano II: “Il sacro Concilio si propone di far crescere ogni giorno più la vita cristiana tra i fedeli; di meglio adattare alle esigenze del nostro tempo quelle istituzioni che sono soggette a mutamenti; di favorire ciò che può contribuire all’unione di tutti i credenti in Cristo; di rinvigorire ciò che giova a chiamare tutti nel seno della Chiesa. Ritiene quindi di doversi occupare in modo speciale anche della riforma e della promozione della liturgia” (SC1).
Commentando il lavoro prodotto durante la prima sessione del Concilio, il teologo progressista Hans Küng osserva che “le decisioni più importanti riguardano la stessa riforma liturgica. Hanno un grande significato ecumenico” (Vatican II après la première session, Documentation catholique, 16 juin 1964, col. 829). Il pastore protestante Rilliet lo conferma: “L’attenzione dei protestanti su questo importante documento si concentrerà principalmente sui principi culturali definiti. Il testo votato il 4 dicembre 1963 avvicina certamente la Messa cattolica ai culti luterani, riformati e anglicani. L’adozione della lingua volgare soddisfa un requisito di Lutero e degli altri riformatori che l’hanno applicato dal XVI secolo. La crescente importanza della Bibbia e della predicazione va nella stessa direzione” (Vatican II, échec ou réussite, Editions générales, 1964, p. 178). 

Uno studio schiacciante

La presentazione più sistematica di questo piano ecumenico incastonato nel cuore della riforma liturgica postconciliare è stata fatta in una piccola opera pubblicata da Padre Grégoire Celier (La dimension œcuménique de la réforme liturgique, edizioni Fideliter, 1987). Basata sulla consultazione di migliaia di libri e numeri di riviste (quasi esclusivamente in francese, tuttavia, e senza tenere conto delle numerose testimonianze pubblicate da oltre trent’anni), quest’opera presenta in modo documentato (con più di trecento note e riferimenti) come l’opzione ecumenica è stata iscritta e incisa nel cuore della liturgia trasformata.
Grazie al metodo di lavoro del Consilium, esso stesso fortemente caratterizzato dall’attenzione ecumenica, la concelebrazione, la traduzione francese del Padre Nostro, il culto eucaristico, i riti di ordinazione, la nuova Messa, il sacramento del matrimonio, il nuovo lezionario, il rito funebre, il nuovo breviario (Liturgia delle Ore), il battesimo, la cresima, ecc. sono stati rivisti per dare spazio all’interesse ecumenico.
Ne consegue che “le esigenze formulate da Lutero ai suoi tempi possono essere considerate soddisfatte nella teologia e nella pratica della Chiesa cattolica di oggi: l’uso della lingua volgare nella liturgia; la possibilità della comunione sotto le due specie; e il rinnovamento della teologia e della celebrazione dell’Eucaristia”(Martin Lutero, testimone di Gesù Cristo, dichiarazione della commissione mista cattolico-luterana, 1983, n. 25).
Pertanto, come ha notato un osservatore protestante all’epoca, “la riforma liturgica cattolica si realizza in un senso profondamente ecumenico” (Max Thurian, Le nouvel ordre de la messe va dans un sens profondément œcuménique, La Croix, 30 mai 1969). Inoltre, per chi comprende “la dimensione fondamentalmente ecumenica della liturgia, almeno se questa vuole mettere radici nel mistero stesso di Cristo (Dominique Dye Le congrès de la Societas liturgica à Montserrat, La Maison Dieu 116, 4° trim. 1973, p. 16)”, “non sorprende che la restaurazione liturgica richiesta dal Concilio e realizzata nel rito latino abbia manifestato un valore ecumenico (Louis Ligier, La confirmation – Sens et conjoncture œcuménique hier et aujourd’hui, Beauchesne, 1973, p. 20)”.