I 50 anni della nuova messa: la dimensione ecumenica della riforma liturgica (2)

Radio Spada, in linea con la sua posizione contraria alla rivoluzione modernista, non può non essere radicalmente contraria alla rivoluzione liturgica che ne è parte integrante. In questo contesto si situano i costanti contributi, nostri o ripresi da altri canali di informazione del mondo della Tradizione, riguardanti la riforma liturgica conciliare e post-conciliare, come il seguente articolo che riprendiamo da fsspx.news.

Gli osservatori protestanti che hanno collaborato alla realizzazione dei nuovi riti montiniani
{foto da qui}

L’intenzione ecumenica della riforma liturgica era una volontà di Papa Paolo VI, che ha promulgato la nuova messa. È attestata dalle numerose testimonianze di chi l’ha realizzata (vedi articolo precedente). Resta solo ora vederla all’opera.

Il Consilium liturgico e gli osservatori non cattolici

Come organismo separato dalla Sacra Congregazione dei Riti, spettava al Consilium preparare e attuare la riforma richiesta dal Concilio. Per decisione di Paolo VI, degli osservatori non cattolici furono ammessi alle sessioni del Consilium. Al di là delle loro smentite, svolsero un ruolo attivo, come fu evidenziato da Mons. Boudon, vescovo di Mende e testimone diretto: “Abbiamo avuto la gioia di beneficiare, come durante la precedente sessione dell’ottobre 1966, della presenza di osservatori attivi delegati da altre Chiese cristiane. Partecipando al nostro lavoro, hanno potuto darci testimonianza della propria ricerca e confrontarla con la nostra. La riforma liturgica si sta sviluppando in un clima di ecumenismo, eminentemente redditizio per tutti e, a lungo termine, per l’unità della Chiesa”.

Queste parole divennero fatti. Dal 28 aprile al 1 maggio 1968, gli esperti del Consilium si incontrarono con i rappresentanti di Faith and Order, un organo del Consiglio mondiale delle Chiese, per confrontare il lavoro liturgico compiuto da quest’ultimo e la riforma preparata dal Consilium. Quanto al cardinale Lercaro, presidente del Consilium, ha spiegato che l’ecclesiologia che si esprime nello schema della liturgia è in corso e corrisponde a un nuovo modo di intendere la Chiesa.

Ma il riconoscimento più esplicito del ruolo svolto dai non cattolici nella riforma liturgica viene da Mons. Baum, direttore esecutivo per gli Affari ecumenici della Conferenza episcopale americana: “Non sono solo lì come osservatori, ma anche come consultori e partecipano pienamente alle discussioni sul rinnovamento liturgico cattolico. Non avrebbe molto senso se ascoltassero solo, ma contribuiscono”.

Il rispetto degli osservatori protestanti era tale da evitare qualunque cosa potesse ferirli e qualunque cosa potesse provocare “una dolorosa impressione” nelle sessioni di lavoro, ammette Dom Botte.

La loro partecipazione è stata importante nei gruppi di studio. Sono stati richiesti vari lavori, in particolare nell’esame delle loro pratiche confessionali. Ciò ha permesso al Consilium di intraprendere la realizzazione del grande progetto inscritto dal Concilio tra gli obiettivi della riforma: inscrivere la volontà ecumenica e il desiderio di unità al centro della liturgia.

La norma ecumenica della riforma

Paolo VI ha fissato questo requisito ecumenico nell’enciclica Ecclesiam suam: “Su tanti punti differenziali, relativi alla tradizione, alla spiritualità, alle leggi canoniche, al culto, Noi siamo disposti a studiare come assecondare i legittimi desideri dei Fratelli cristiani, tuttora da noi separati”. Padre Boyer della Segreteria per l’Unità dei Cristiani commenta: “La Chiesa mostra la sua volontà di fare tutto il possibile per facilitare agli altri i sacrifici che l’unità richiede, spogliandosi, per quanto può, di ciò che dispiace loro (…) e di indossare ciò che gli piace, soprattutto se si tratta di perfezionare ciò che già ha”.

Questa norma alquanto vaga fu spiegata da padre Bugnini nel 1965: “È sempre difficile toccare testi venerabili che per secoli hanno alimentato la pietà cristiana in modo così efficace, e hanno ancora profumo spirituale dei tempi eroici della Chiesa primitiva. Soprattutto, non è facile ritoccare i capolavori letterari la cui forma ed espressione difficilmente possono essere superate. Nonostante tutto, si è ritenuto necessario affrontare questo lavoro, in modo che la preghiera della Chiesa non fosse motivo di disagio spirituale per nessuno. (…) Nel compiere questi dolorosi sacrifici, la Chiesa è stata guidata dall’amore delle anime e dal desiderio di fare di tutto per facilitare i nostri fratelli separati sulla strada dell’unione, rimuovendo ogni ostacolo o dispiacere”.

Il metodo da utilizzare per raggiungere questo obiettivo è analizzare gli elementi esistenti della liturgia romana e rimuovere o modificare tutto ciò che costituisce o rischia di costituire un pericolo di scandalo o di dispiacere per i fratelli separati. Per quanto dolorosi possano apparire i sacrifici, deve essere data priorità alla necessità di unità richiesta dal movimento ecumenico per il riavvicinamento. Questa norma e questo metodo, perfettamente conformi allo spirito del Concilio, il Consilium li ha adottati nella riforma da attuare.

(Fonti: FSSPX – FSSPX.Actualités – 20/06/2020)

Un commento a "I 50 anni della nuova messa: la dimensione ecumenica della riforma liturgica (2)"

  1. Pingback: I 50 anni della nuova messa: la dimensione ecumenica della riforma liturgica (2) – Blog di Scrillo

Lascia un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.