I Papi contro la schiavitù – Il breve “In supremo” di Gregorio XVI

Dopo la “Creator omnium” di Eugenio IV e la “Sublimis Deus” di Paolo III, un’altra testimonianza della sollecitudine della Chiesa Cattolica e del Papato Romano verso la condizione degli schiavi.

Il Papa Gregorio XVI.
A futura memoria.

Elevati al supremo fastigio dell’Apostolato, ed esercitando senza alcun Nostro merito le veci di Gesù Cristo, Figlio di Dio, che per la sua eccelsa carità si è fatto uomo e si è degnato di morire per la redenzione del mondo, abbiamo ritenuto essere compito della Nostra pastorale sollecitudine adoperarci per distogliere completamente i fedeli dall’indegno mercato dei Neri e di qualsiasi altro essere umano.
In verità, fin da quando cominciò a diffondersi la luce del Vangelo, si cominciò a sentire alleviata di molto presso i cristiani la condizione di quei miseri che erano caduti in durissima schiavitù, specialmente in conseguenza delle numerosissime guerre. Gli Apostoli, ispirati dallo Spirito divino, insegnavano agli schiavi ad obbedire ai padroni carnali come a Cristo, ed a compiere volentieri la volontà di Dio, ma imponevano poi ai padroni di agire umanamente verso gli schiavi per dar loro quello che era giusto ed equo, e di non compiere minacce, sapendo che essi avevano nei cieli un Padrone in comune con loro, e che presso Dio non c’è discriminazione di persone (Ef 6,5ss; Col 3,22ss; Col 4,1). Poiché si predicava universalmente una sincera carità verso tutti come legge evangelica, e poiché Cristo Signore aveva dichiarato che riteneva fatto a sé, oppure negato a sé, quello che fosse stato fatto o negato ai più piccoli e agli indigenti (Mt 25,35), ne conseguì facilmente che i cristiani non solo consideravano come fratelli i loro schiavi, specialmente quelli cristiani , ma molti erano anche orientati a concedere la libertà a coloro che la meritavano: il che era consuetudine farsi specialmente in occasione delle solennità pasquali, come ricorda Gregorio Nisseno [De resurrectione Domini, orat. III, tomo III, p. 420, operum edit. Parisiensis anni 1638].
Non mancarono coloro che, animati da più ardente carità, «si consegnarono spontaneamente alla schiavitù per redimere altri». Il Nostro Predecessore apostolico Clemente I, uomo di santissima memoria, attesta di aver conosciuto molti di costoro [S. Clemente I papa, Ad Corinth., ep. I, cap. 55].
Pertanto, col trascorrere del tempo, essendosi dissipata più ampiamente la caligine delle superstizioni barbariche ed essendosi mitigati i costumi anche dei popoli più selvaggi sotto l’influsso della carità cristiana, si arrivò al punto che da diversi secoli non ci sono più schiavi presso moltissimi popoli cristiani. Ma poi, e lo diciamo con immenso dolore, sono sorti, nello stesso ambiente dei fedeli cristiani, alcuni che, accecati dalla bramosia di uno sporco guadagno, in lontane e inaccessibili regioni ridussero in schiavitù Indiani, Negri e altre miserabili creature, oppure, con un sempre maggiore e organizzato commercio, non esitarono ad alimentare l’indegna compravendita di coloro che erano stati catturati da altri.
Numerosi Pontefici di venerata memoria, Nostri Predecessori, come doverosa opera del loro ministero non tralasciarono mai di condannare tale delitto, contrario alla salvezza spirituale di chi lo compie, e disonorevole per il nome cristiano, prevedendo che le tribù degl’infedeli si sarebbero confermate sempre più nell’odio contro la vera Nostra Religione. Ne fanno fede la lettera apostolica di Paolo III, datata 29 maggio 1537, sotto l’anello del Pescatore, indirizzata al Cardinale Arcivescovo di Toledo, e un’altra ancora più ampia di Urbano VIII, datata 22 aprile 1639 al Collettore dei diritti della Camera Apostolica in Portogallo. In questa lettera vengono condannati severissimamente tutti coloro che osano o si propongono «di ridurre in schiavitù gl’Indiani occidentali o meridionali; venderli, comprarli, scambiarli o donarli: separarli dalle mogli e dai figli; spogliarli dei loro beni; trasportarli da un luogo ad un altro; privarli in qualsiasi modo della loro libertà; tenerli in schiavitù; favorire coloro che compiono le cose suddette con il consiglio, l’aiuto e l’opera prestati sotto qualsiasi pretesto e nome, o anche affermare e predicare che tutto questo è lecito, o cooperare in qualsiasi altro modo a quanto premesso». In seguito il papa Benedetto XIV confermò e rinnovò queste sanzioni dei sopraddetti Pontefici con una nuova lettera ai Vescovi del Brasile e di altre regioni, in data 20 dicembre 1741, con la quale spronò a tal fine la sollecitudine dei predetti Presuli. Prima ancora un altro più antico Predecessore, Pio II, allorché ai suoi tempi si estendeva la conquista dei Portoghesi nella Guinea abitata dai Negri, in data 7 ottobre 1462 inviò una lettera al Vescovo Rubicense che si accingeva a partire per quei luoghi. In questa lettera non solo furono concesse tutte le facoltà necessarie ad un Vescovo per esercitare con il maggior frutto possibile il suo ministero, ma si coglieva l’occasione per condannare gravemente quei cristiani che riducevano in schiavitù i neofiti.
E anche ai Nostri tempi, Pio VII, mosso dallo stesso spirito di fede e di carità, si adoperò presso i potenti con tanto zelo affinché la tratta dei Negri venisse a cessare completamente fra i cristiani.
Questi interventi e queste sanzioni dei Nostri Predecessori giovarono non poco, con l’aiuto di Dio, agli Indiani e agli altri predetti per difenderli dalla crudeltà e dalla cupidigia degli invadenti, ossia dei mercanti cristiani, ma non abbastanza per far sì che questa Santa Sede potesse rallegrarsi del pieno esito dei suoi sforzi in questo settore; così che la tratta dei Negri, benché sia notevolmente diminuita in molte parti, tuttavia è ancora esercitata da numerosi cristiani. Per tale ragione Noi, volendo far scomparire detto crimine da tutte le terre cristiane, dopo aver considerato maturamente la cosa, utilizzando anche il consiglio dei Nostri Venerabili Fratelli Cardinali di Santa Romana Chiesa, seguendo le orme dei Nostri Predecessori, con la Nostra Apostolica autorità ammoniamo e scongiuriamo energicamente nel Signore tutti i fedeli cristiani di ogni condizione a che nessuno, d’ora innanzi, ardisca usar violenza o spogliare dei suoi beni o ridurre chicchessia in schiavitù, o prestare aiuto o favore a coloro che commettono tali delitti o vogliono esercitare quell’indegno commercio con il quale i Negri vengono ridotti in schiavitù, quasi non fossero esseri umani, ma puri e semplici animali, senza alcuna distinzione, contro tutti i diritti di giustizia e di umanità, destinandoli talora a lavori durissimi. Inoltre, chi propone una speranza di guadagno ai primi razziatori di Negri, provoca anche rivolte e perpetue guerre nelle loro regioni.
Noi, ritenendo indegne del nome cristiano queste atrocità, le condanniamo con la Nostra Apostolica autorità: proibiamo e vietiamo con la stessa autorità a qualsiasi ecclesiastico o laico di difendere come lecita la tratta dei Negri, per qualsiasi scopo o pretesto camuffato, e di presumere d’insegnare altrimenti in qualsiasi modo, pubblicamente o privatamente, contro ciò che con questa Nostra lettera apostolica abbiamo dichiarato.
Affinché questa Nostra lettera sia resa nota più facilmente a tutti, e nessuno possa addurne l’ignoranza, decretiamo e comandiamo che essa sia resa pubblica da qualche Nostro cursore, come è d’uso, con l’affissione alle porte della Basilica del Principe degli Apostoli e della Cancelleria Apostolica, nonché della Curia generale di Montecitorio e in vista nel Campo dei Fiori, e di lasciarne affissi gli esemplari.

Dato a Roma, presso Santa Maria Maggiore, sotto l’anello del Pescatore, il 3 dicembre 1839, anno nono del Nostro Pontificato.



Fonte vatican.va

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