In un articolo dedicato alla sua figura di Paolo III, padre della Controriforma ricordavamo il notevole interesse del Farnese per la realtà americana, sia nella organizzazione ecclesiastica del Nuovo Mondo sia nella cura amorevole verso gli Indios testimoniata dalla immortale bolla “Sublimis Deus” del 2 giugno 1537 che di seguito integralmente riportiamo.

[foto da qui]

Paolo Vescovo,
Servo dei servi di Dio,
a tutti i fedeli in Cristo che leggeranno questa lettera,
salute e benedizione apostolica.

Il sublime Iddio così tanto amò il genere umano, che creò l’uomo in maniera tale che non solamente potesse partecipare del bene come le altre creature, ma potesse anche raggiungere il sommo bene inaccessibile e invisibile, e potesse vederlo faccia a faccia; e per quanto l’uomo sia stato creato per raggiungere la vita e la beatitudine eterna, come testimoniano la Sacra Scritture, nessuno può conseguirla, se non attraverso la confessione della fede in Nostro Signore Gesù Cristo, è necessario che possieda le doti naturali e la capacità perché possa ricevere la fede in Cristo, e chiunque di tali doti sia provvisto è capace di ricevere la stessa fede. Né è credibile che esista alcuno con così poco intendimento da desiderare la fede e tuttavia essere privo delle facoltà necessarie per ottenerla. Dunque la Verità stessa, che non ha mai errato né può errare, quando destinò i predicatori della fede al compito della predicazione, disse: Andate, ammaestrate tutte le genti. Tutte, disse, senza eccezione, poiché tutti sono capaci di essere istruiti nella fede. Questo vedendo e invidiando il nemico del genere umano, che avversa sempre le buone opere affinché periscano, escogitò un modo inaudito per impedire che la parola di Dio predicata alle genti le facesse salve, e incitò alcuni dei suoi accoliti, i quali volendo soddisfare il suo compiacimento, presumono di asserire che gli Indiani Occidentali e Meridionali e le altre genti, di cui in questi tempi giunse a noi notizia, con il pretesto che ignorano la fede cattolica, devono essere sottoposti ai nostri servizi come muti animali. Noi dunque che, sebbene senza meriti, esercitiamo sulla terra le veci di Nostro Signore, cerchiamo con ogni sforzo anche le pecore del suo gregge a noi affidate che sono fuori dal suo ovile, per ricondurle allo stesso ovile. Noi consideriamo gli stessi Indiani veri uomini, non solo capaci di ricevere la fede cristiana, ma come ci hanno informato, prontissimi ad accorrere alla stessa fede. E volendo provvedere a queste cose con congrui rimedi, determiniamo e dichiariamo che i suddetti Indiani e tutte le altre genti delle quali giungerà notizia in futuro ai cristiani, anche se sono fuori della fede in Cristo, non siano privati della loro libertà e del dominio delle loro cose. Di tali libertà e dominio, possono usare e possedere e godere, liberamente e lecitamente, e non devono essere ridotti in servitù. E se accade il contrario, sia invalido e nullo. E i suddetti Indiani e le altre genti devono essere invitati alla fede in Cristo con la predicazione della parola di Dio e l’esempio di una buona vita. E la presente lettera sia trascritta a mano da qualche notaio pubblico sottoscrivente, e sia munita del sigillo di qualche persona costituita di dignità ecclesiastica, così da essere fornita della stessa fedeltà come se fosse fornita dall’originale, con la presente determiniamo e dichiariamo con autorità apostolica. Nonostante le cose suddette e contro chiunque agisce contrariamente.

Data in Roma il quarto giorno prima delle none di Giugno dell’anno 1537, terzo del nostro pontificato.