I romanzi dimenticati di mons. Robert Hugh Benson

di Luca Fumagalli

(Prima parte)

Nonostante l’opera di mons. Robert Hugh Benson, autore del famosissimo Il padrone del mondo (1907), stia conoscendo una seconda primavera, con nuove edizioni e ristampe, sono diversi i suoi romanzi che non sono più pubblicati in Italia da decenni o che ancora attendono una traduzione nella nostra amata lingua. È davvero un peccato anche perché, in generale, si tratta di lavori di qualità, che potrebbero risultare utilissimi per la formazione intellettuale e spirituale del lettore.   

Il primo dei libri “dimenticati” di Benson è proprio il suo volume d’esordio, la raccolta di racconti The Light Invisible (1903). Si tratta di un’esposizione di sensazioni e fatti spirituali, esperienze vive narrate dalla voce di un vecchio sacerdote all’autore, che ne ha poi predisposto una trascrizione accurata. L’anziano, ormai troppo debole per gestire una parrocchia, vive con qualche domestico in una casa di campagna È una persona dotata di una straordinaria percezione spirituale e per questo isolato, incapace di narrare le sue visioni agli altri se non a quelli a cui Dio ha fatto il grande dono di comprenderle. Di lui non si sa altro, nemmeno se sia anglicano o cattolico.

I quindici racconti che compongono il volume sono caratterizzati da una singolare e poco ortodossa commistione tra mistica cristiana e occultismo, con qualche accento teosofico. A esperienze giovanili caratterizzate da sinistre coincidenze e visioni profetiche, si alternano brani di uno spessore religioso maggiore in cui sono affrontati temi quali l’aldilà, il peccato e i sacramenti.

L’idea del sovrannaturale come una realtà vera, paradossalmente concreta, è, del resto, uno dei nuclei della poetica di Benson. Il mondo in cui gli uomini vivono, essendo finito e limitato, altro non è se non una pallida ombra, un simulacro della vita autentica in Cielo, eternamente a contatto con Dio.  Il testo riflette la resa dell’autore davanti all’incapacità della teologia di fornire risposte adeguate ai suoi interrogativi. All’epoca credeva di scorgere nell’intuizione spirituale uno strumento per giungere là dove la ragione aveva fallito. L’esito è commovente e romantico, così come la prosa mostra già molte delle qualità dei romanzi della maturità, ma i racconti spingono verso un fideismo che è il risultato di una frattura fin troppo evidente tra razionalità e spiritualità.

Dopo la conversione al cattolicesimo, avvenuta l’anno seguente, forse anche per la fastidiosa sensazione di aver rivelato troppo di sé e dei suoi scrupoli più intimi, l’autore ritrattò le tesi contenute nel libro: «Non apprezzo affatto The Light Invisible. Lo scrissi in un momento di grande eccitazione e in ciò che ora riconosco come uno stato d’animo di sottile sentimentalismo. Cercavo di rassicurarmi sulle verità della religione, e assumevo di conseguenza un tono assertivo e positivo in gran parte insincero; ne è la prova lo stile affettato e ricercato».

La dottrina cattolica insegna infatti che la Grazia rende più forte la volontà umana, guidando l’intelletto alla comprensione delle cose che riguardano Dio e il mondo sovrannaturale. A The Light Invisible – che fu un successo commerciale e che gli anglicani continuano a considerare l’opera migliore di Benson – sono imputabili due errori principali: da un lato si pretende di sostituire l’immaginazione dell’autore elevandola a intuizione spirituale, dall’altro si propone questa visione come un modello per la Fede al posto della verità divina trasmessa con autorità.  

Anche il fratello Arthur, che apprezzò la qualità letteraria del volume, non mancò di notare «i pensieri abominevoli e perversi» in esso contenuti. Al netto dei limiti e delle contraddizioni, The Light Invisible – che nel gennaio del 1914 raggiunse l’undicesima edizione – mostrava già tra le righe una certa tendenza “papista” e, come scrisse Waugh, ebbe almeno il merito di avvicinare il giovane Ronald Knox, futuro monsignore e tra i più grandi apologeti del XX secolo inglese, «alle idee della Vergine Maria come figura centrale della devozione, e del sacerdozio quale condizione peculiare, la cui funzione non era principalmente amministrativa, esortativa o esemplare, ma sacramentale».

Nel 1906 Benson pubblicò The Sentimentalists, il suo primo romanzo d’ambientazione edoardiana, dedicato agli artisti romantici, uomini passionali ma fondamentalmente fragili. La trama è semplice ancorché ricca di personaggi e figure secondarie che si muovono sullo sfondo della vicenda principale.

Dick Yolland è un sacerdote amante della letteratura e dai gusti particolarmente ricercati (un ironico autoritratto dell’autore). La sua vita si incrocia con quella di Cristopher Dell, un convertito di Oxford, che guadagna qualche soldo attraverso l’impiego giornalistico. Letterato decadente, Dell è ormai vittima del suo spiccato estetismo che si concretizza in convinzioni e atteggiamenti bizzarri: crede fermamente negli dei dell’antica Grecia, prepara offerte per Ermes e pratica la magia persiana. Caduto in depressione, pensa al suicidio, ma non ha il coraggio di andare fino in fondo. Yolland lo soccorre e riesce a procurargli un posto di lavoro presso il «Saturday Express»; Chris viene poi introdotto nei salotti bene del mondo aristocratico dove conosce la giovane Annie Hamilton, di cui si innamora perdutamente. La loro felice relazione è osteggiata dalla madre di lei che, una volta scoperti i trascorsi disordinati del giovane, costringe la figlia a rompere il fidanzamento. Dell sprofonda nuovamente nel vizio, quando, per sua fortuna, John Rolls gli offre un aiuto inaspettato. Anche la condotta passata dell’anziano nobiluomo non è stata encomiabile, ma ora vive nella grande dimora di Oxburgh Hall, espiando i suoi peccati e aiutando ex preti, attrici fallite e tutti coloro che hanno commesso gravi sbagli a ritrovare un senso nella loro esistenza. È così che nasce quella strana “colonia” in cui Chris trova accoglienza e conforto (secondo Joseph Pearce, con Rolls e Oxburgh Hall «Benson stava preparando il terreno per Evelyn Waugh, il quale avrebbe usato un simile entusiasmo per l’aristocrazia cattolica e le loro case come ispirazione per Ritorno a Brideshead»). Le prove, però, non sono finite e la situazione sembra nuovamente precipitare nel momento in cui il giovane apprende la notizia del matrimonio di Annie.

Nelle pagine del romanzo, che alterna i toni cupi del dramma alla satira graffiante – a parere di Greaney, autore di un ottimo volume sui romanzi bensoniani, questo era il campo in cui il monsignore eccelleva veramente – è concentrata l’esperienza che Benson visse nella Cambridge di inizio secolo, a cavallo tra l’esigenza di un rinnovamento spirituale e le tentazioni suadenti della letteratura decadente e della vita bohemienne. Tutti i personaggi, a partire da Dell – modellato sulle figure di Baron Corvo e di Eustace Virgo, due scrittori amici di Benson – traggono ispirazione proprio dagli stravaganti studenti che gravitavano attorno ai circoli universitari.

Chris Dell è il prodotto di questo clima. Il suo cattolicesimo, frutto di una conversione poco consapevole, si tramuta rapidamente in esotismo d’accatto, non più in grado di arginare la montante disperazione. Rolls è artefice di quel necessario scossone spirituale che contribuisce a ridare spessore alla vita del giovane. La preghiera e il giardinaggio, l’ora et labora benedettino, sono due facce della medesima medaglia, quella di un ritrovato rapporto con la realtà, lontano dalle follie egocentriche di una mente priva di Dio (non a caso i titoli dei capitoli ripercorrono le tappe che vanno dalla malattia alla guarigione).

Chris è un personaggio molto complesso che vive un costante conflitto tra due personalità: quella del dandy, tentato dal mondo, e quella del santo, l’ambizione naturale della vita cristiana. La sua è quindi la stessa battaglia tra il peccato e la virtù che caratterizza l’esistenza di ogni uomo. Il paganesimo del letterato romantico è un surrogato del desiderio di autentica umanità che sgorga dal suo cuore, un tentativo puerile e inconsistente. Attraverso una storia di confessione ed espiazione, Dell arriva finalmente a comprendere che solo Cristo è in grado di donargli una felicità perfetta, eterna, senza più il timore di un rovesciamento della sorte.

Il finale, in cui il protagonista si allontana sereno e imperturbabile verso l’orizzonte, è immagine eloquente di un uomo finalmente in cammino verso una bellezza più vera.

Dato che i temi trattati in The Sentimentalists – opera tra l’altro parodiata da Ronald Firbank in Lady Appledore’s Mésalliance – esigevano, per la loro complessità e ampiezza, un ulteriore approfondimento, Benson ne scrisse un seguito, l’unico della sua carriera, dato alle stampe nel 1908 col titolo di The Conventionalists.

Con una descrizione che riecheggia i toni di uno Stevenson e di un Wordsworth il lettore è introdotto nel magico incanto di Londra. La prima parte del romanzo è dedicata alle storie d’amore di quattro giovani: Algy Banister – forse ispirato a Firbank –, Mary Maple, Sybil Markham e Harold Banister. Algy, anticonformista per vocazione, è mal considerato dai propri parenti anche nel momento in cui fa la cosa giusta, come quando tenta inutilmente di atterrare con un pugno il bracconiere che cerca di baciare Miss Markham.

La seconda parte si apre con la scomparsa improvvisa del fratello Theo. Il dolore conduce nuovamente Algy alla Fede, desideroso di abbandonare la vanità del mondo per dedicarsi solo a Dio. Raggiunge quindi Chris Dell, che ora vive da eremita in Sussex, e lì incontra pure Dick Yolland, da poco monsignore. Algy, come il protagonista del precedente romanzo, giunto a questo punto, si trova a dover compiere una scelta definitiva tra l’amata Mary e la religione; opta per la seconda e diventa certosino a Parkminster.

The Conventionalists affronta da una prospettiva speculare le stesse questioni sollevate da Benson in The Sentimentalists. Non è più l’eccentricità che allontana il protagonista da Dio, ma le convenzioni rigide dell’ambiente in cui è cresciuto, quell’ambiente che non gli perdonerà mai di aver gettato al vento una promettente carriera. Solo quando è costretto faccia a faccia con la morte del fratello, Algy trova il coraggio per mettere in discussione le proprie comodità da upper class, muovendo i primi passi verso la redenzione. Solo la Fede, difatti, può riscattare l’uomo dalla miseria morale, ciò che né i beni terreni né un matrimonio combinato sono in grado di offrire.

Tra i libri di questo periodo – come i precedenti mai pubblicato in Italia – figura Papers of a Pariah (1907).

Il volume è composto da una serie di prose che trattano argomenti come la messa, la persecuzione religiosa nei tempi moderni, la spiritualità e la morte. Elementi mitici e teologici si fondono in un intruglio dal gusto paradossale, che dona indiscutibile fascino al testo, ma che non ne agevola l’immediata comprensione. Il riferimento stilistico, abbastanza scoperto, è a G. K. Chesterton, scrittore e polemista che Hugh considerava una delle menti più brillanti d’Inghilterra (sebbene, all’epoca, fosse ancora lontano dalla Chiesa di Roma).

Alcuni aspetti di Papers of a Pariah – il protagonista emarginato, le vivide descrizioni e il valore attribuito alla quotidianità intesa come specchio dell’eterno – secondo il gesuita Martindale, autore della biografia ufficiale di Benson, avvicinano il libro al De profundis di Oscar Wilde: «Nella sua estrazione diretta dell’emozione naturale da semplici e bei elementi, [il monsignore] raggiunge, qualche volta, una somiglianza quasi letterale con Wilde». Si parla, in altre parole, della meraviglia che premia chi osserva il mondo con occhi puri, come quelli di un bambino, di un santo o di un povero di spirito.

L’elemento unificante di un testo così eterogeneo per argomenti e svolgimento è la descrizione dalla Chiesa quale grande madre degli uomini (sulla falsariga del Newman di Perdita e guadagno). Sposa di Cristo, di cui ogni giorno rievoca il mistero dell’incarnazione, essa alleva la prole cristiana tra le sue amorevoli braccia ed è sempre pronta ad accogliere con sorrisi e lacrime di gioia chiunque sia disposto a pentirsi per i propri peccati e voglia riconciliarsi con Dio…

[LA STORIA DEI ROMANZI DIMENTICATI DI BENSON CONTINUA DOMENICA PROSSIMA CON LA SECONDA E ULTIMA PARTE DELL’ARTICOLO]


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