Il miracolo di S. Luigi Gonzaga per la propagazione del Sacro Cuore

Roma, 10 febbraio 1765. Il diciassettenne Niccolò Celestini (1743-1768), romano, scolaro della Compagnia di Gesù, è da tempo ammalato e pare giunta l’ora della sua morte. Ma Dio aveva disposto altrimenti …

[foto da qui]

Nell’entrar nel nono giorno [di febbraio] gli cessò il delirio, onde poté confessarsi e gli fu ancora amministrata l’estrema unzione al vederlo per lo sfinimento di forze presso che ridotto agli estremi; non però benché ne mostrasse un sommo desiderio gli si potea amministrare il santo Viatico, giacché per lo stringimento invincibile della gola, che non ammetteva nemmeno una stilla d acqua, vano sembrava il pensare di poterlo comunicare. Pregò egli con tutto ciò il p. Rettore che mandasse alcuni de suoi compagni novizii a fare orazione per lui nelle cappellette dove morì il santo novizio Stanislao Kostka e poi si provasse a dargli un poco della farina moltiplicata da s. Luigi per vedere d impetrar la grazia di poter prendere il ss. Viatico. Cosi fu fatto, ma quando si venne alla prova d’introdurgli nella gola un poco di acqua con entro la prodigiosa farina, immantinente con impeto la rigettò. Non si perde però d’animo, ma con maggior fede pregò che si venisse ad un secondo esperimento. S’inginocchiarono i circostanti e con divota preghiera invocarono l’aiuto di s. Luigi. Indi fu di nuovo presentata all’infermo in un cucchiarino di acqua la bramata farina e con somma facilità l’inghiottì. Si provò con un altro cucchiarino, indi con una tazzetta di brodo di nuovo con una particola non consecrata e tutto felicemente riuscì, onde vedendosi a tante prove che erano già schiuse le vie della gola, se gli diede finalmente con somma sua consolazione il santo Viatico. Calmarono allora le convulsioni. Nel restante del giorno rimase sempre presente a sé e poté di quando in quando prendere qualche picciola tazza di brodo. Tuttavia il suo stato era assai deplorabile. Non potea soffrire né la luce viva né un rumore alquanto sensibile, questo a causa del dolore acutissimo di testa, quella perché gli si risvegliavano agli occhi le convulsioni. Non distingueva alcun oggetto fuorché la detta immagine del sacro Cuore. Stentava a muover le mani, non che la vita per le doglie che in ogni parte l’affliggevano. Era tormentato da tosse continua e secca da ardentissima sete e da un calore eccessivo nel petto che egli esprimeva col nome di fiamma. Nel cuore ancora sentiva una straordinaria palpitazione e un dolore acuto nel fianco sinistro. Era infine sì addolorato, sì fiacco, che non senza difficoltà ed incomodo poteva articolar qualche parola e di più verso sera se gli scoprì un poco di febbre. In questo stato lo trovai io tornato il giorno innanzi dal dar gli esercizii in varii paesi della Sabina.
Nel seguente dì 10 giorno, di domenica, andò di male in peggio e fu di nuovo e con più ferocia di prima assalito dalle convulsioni con tutti i primitivi sintomi di stringimento di gola, stravolgimento d’occhio, stiramento e tensione or delle gambe or delle braccia, impetuosi ribalzi di tutta la persona e costante delirio. A questa vista i medici lo diedero per disperato. Infatti, rinforzando ad ogni momento la veemenza del male, altro indizio ora mai non dava di vita, che i suddetti moti di convulsione e qualche confusa voce di lamento. Nel resto fatto già cadaverico, il volto più non parlava e per quanto ne parve più non udiva, né certo dava alcun segno d’udire chi si appressava a parlargli. Tutto in fine indicava che dovesse a momenti spirare. In tale Stato si mantenne tutta la mattinata, sempre assistito da sacerdoti per somministrargli gli estremi spirituali aiuti. Il sig Fulvio Celestini suo padre, informato del lagrimevole stato del figlio, non ebbe più cuore di venirlo a vedere come avea fatto ne’ giorni addietro, ma lo pianse per morto. Tornò a visitarlo alle ore 18 il medico Poli e ne partì con poca o niuna speranza di ritrovarlo più vivo.
Ma appunto la divina Provvidenza avea ridotte a questo estremo tutte le cose affine di confermare con uno strepitoso miracolo in persona di quest’ottimo giovane il decreto fatto tre giorni prima dal S. Pontefice Clemente XIII della Festa del ss. Cuore di Gesù.
Pertanto alle ore 19 ed un quarto di questo giorno il novizio Celestini infermo, che in presenza di un padre e due fratelli giaceva immobile e moribondo, si slanciò all’improvviso sino alla metà del letto e vi restò a sedere in atto di estatico colle palpebre fisse verso un immagine di s. Luigi che gli stava dirimpetto appesa al muro, e di poi per debolezza cadde sopra i guanciali, ma insieme con voce chiara e con mirabile soavità d’espressione proruppe in queste parole: «Quanto siete mai bello s. Luigi! mio quanto siete mai bello!». Da tali parole e dal modo di pronunziarle dubitò il padre di qualche cosa superiore, onde gli suggerì che si raccomandasse a s. Luigi. Egli di ciò nulla intese, come ha poi detto, ma dopo qualche momento, preso nuovo impeto si rialzò e, portatosi come prima a sedere oltre al mezzo del letto, in tono forte e da tutti inteso, pronunziò queste parole: «Fiat voluntas Dei». Indi si restò appoggiato sulle sue mani sempre a guisa d’estatico per lo spazio di tre in quattro minuti, senza che alcuno dei circostanti, che attoniti lo guardavano, ardisse disturbarlo. Si riscosse finalmente e ripigliato in istanti il suo color naturale con aria giuliva, con voce franca e in atto di giubilante: «Io son guarito – gridò – io son guarito! S. Luigi mi ha risanato! Io l’ho veduto, mi ha parlato, mi ha fatta la grazia. Più non mi duole la testa, né la gola. Non ho più strettezza di petto, né tosse, né doglia di fianco, né convulsioni. Veggo benissimo e distinguo tutto. Mi osservino, mi tastino io sono perfettamente sano. Mi diano dunque da vestire, mi diano da mangiare».
Sorpreso il padre che l’assisteva per sì istantaneo cangiamento di scena e sopraffatto dalle grandi cose che udiva piano rispose: «Raccontateci prima che cosa vi è accaduta». Ed egli subito prese a fare il seguente racconto che ha poi sempre ripetuto nella stessa maniera e confermato eziandio con giuramento avanti il Giudice Ecclesiastico. Disse dunque che in quella mattina appunto sul ripigliarlo le convulsioni avea cominciato a vedere il ritratto che gli stava innanzi di s. Luigi, non mai veduto da lui in tutto il tempo della malattia, ed avea seguitato a vederlo per tutta la mattinata; che ultimamente l’avea veduto quasi accendersi d improvviso e risplendere d’una chiarissima luce; che di mezzo a quella gran luce si era spiccato in certo modo e non già di profilo, come stava dipinto nel quadro, ma colla faccia a lui rivolta, gli era venuto d avanti l’amabilisimo s. Luigi. E qui, come dentro a parentesi ne fece una picciola descrizione dicendo ch’era vestito da Gesuita studente colla veste da collegiale e come lo rappresenta il bassorilievo del suo altare nella Chiesa del Collegio Romano, che portava un Crocifisso nella sinistra ed avea sgombra la destra, nel resto poi era si grazioso, sì bello e rilucente che formava un dolce incanto a di lui occhi. Indi prosegui a dire che il santo colla destra gli avea fatto cenno di accostarsi ed egli allora si era slanciato verso di lui per sentire quel che voleva; che ricaduto indietro e tornato a giacere non avea lasciato di vederlo, né avea potuto contenersi dall’esclamare «Quanto siete mai bello s. Luigi!» che di nuovo il santo gli avea fatto cenno ed egli era tornato nato ad alzarsi che allora il santo avea preso a parlargli così: «Cosa vuoi la sanità o la morte». A che egli avea creduto di dover rispondere, come in fatti avea risposto: «Fiat volutitas Dei». Che a tal risposta il graziosissimo santo avea replicato in questa guisa: «Giacché in tutta la tua infermità non altro hai desiderato che di prendere il santo Viatico e nel resto sei stato conformato alla volontà di Dio, il Signore ti concede la vita per mia intercessione, acciò tu attenda alla perfezione e in tutto il tempo della tua vita procuri di propagare la divozione al sacro Cuor di Gesù, che è divozione graditissima in cielo».

(Padre Tommaso Maria Termanini SJ, Vita di Niccolo Luigi Celestini della Compagnia di Gesù, Roma, 1839, pp. 13-21. Testo raccolto da Giuliano Zoroddu)

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