Nero relativo

Ecco lo splendido saggio che Massimo Viglione ha scritto come fondamentale introduzione [il titolo è redazionale] al ficcante La Destra* necessaria di Marco Manfredini: una delle nostre ultime frizzanti uscite, che vi potete aggiudicare qui.

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Fin da quando, da ragazzo, mi avvicinai alla politica, sentii ripetere, nel mondo della Destra italiana, che occorreva andare oltre la Destra e la Sinistra. Erano gli inizi degli anni Ottanta (quindi ormai quasi quarant’anni or sono), e questo sembrava uno slogan intelligente, accattivante, “superiore”, in quanto superava il meccanismo imposto dal potere democratico e democristiano della divisione dell’opposizione in blocchi opposti e contrapposti (divide et impera, insomma). Erano infatti gli anni del Terrorismo nero e rosso, ed era facile, o almeno possibile, intuire che tale situazione tragica fosse fomentata dal “sistema” stesso per garantire la sopravvivenza della fragile democrazia italiana.

Era una concezione cara a una parte del mondo della “destra” politica italiana del dopoguerra: basti ricordare il nome più noto, quello di Pino Rauti, e tutta l’area a lui legata, che lottava per un ordine nuovo proponendo una terza posizione che superasse appunto lo schematismo ideologico Destra-Sinistra / Oriente-Occidente / capitalismo/comunismo.

Eppure… per tale accattivante (soprattutto per il mondo giovanile) impostazione “ecumenica” di apertura alla Sinistra in chiave di un dialettico superamento dicotomico, io provai sempre una diffidenza interiore: qualcosa non mi convinceva, istintivamente, perché istintivamente mi era (e mi è più che mai oggi) impossibile trovare un accordo “ecumenico” con la Modernità. E con la sua espressione politica, ovvero la Sinistra.

Anche nel mondo della Destra cattolica e tradizionale, un autore come Jean Madiran prospettava il superamento della dicotomia, non tanto, però, come avveniva nella destra politica italiana, in nome di un accordo con la sinistra per un superamento unitario in una “terza posizione”, ma al contrario nell’invito alla Destra a non seguire e imitare la Sinistra ma a combatterla e sconfiggerla ritrovando nella pienezza della Tradizione cattolica l’unico antidoto a essa e alla Rivoluzione gnostica.

Si dà però il caso che dopo quasi quarant’anni (e anche di più, perché i teorici di questa prospettiva – tanto ideologi che politici – avevano iniziato a proporla ben prima, fin dagli anni Sessanta in certi casi), stiamo ancora a dire “bisogna andare oltre la Destra e la Sinistra”, “basta con Destra e Sinistra”, “sono categorie sorpassate dalla storia”, “oggi Destra e Sinistra non esprimono più nulla, non hanno attinenza con la realtà politica odierna”, ecc. ecc. E molti di quelli che oggi sbandierano tali slogan credono di essere originali e innovativi.

 Alcuni, poi, per dare valore a questa posizione, finiscono per individuare la “Destra” con il liberal-capitalismo, in modo da screditarla irrimediabilmente; e magari perfino con il globalismo finanziario che oggi domina il mondo… Operazione che non merita nemmeno di ricevere risposta.

Piuttosto, più seriamente, dovremmo porci una questione: perché dopo mezzo secolo dalla proclamata certezza di dover andare oltre il binomio “Destra-Sinistra” ci ritroviamo ancora a proclamare la certezza di dover andare oltre il binomio “Destra-Sinistra”?

Ecco, credo che questa domanda, con la inevitabile connessa risposta, sia il vero nocciolo della questione, che ben pochi comprendono, perché fastidioso: in quanto fa saltare lo schema precostituito. Perché, come sempre accade, i fatti smentiscono le teorie ideologiche. La Storia si ribella alla Filosofia precostituita.

Lo scoglio della Sinistra

Come l’autore di questo libro sottolinea nel testo, il concetto Destra-Sinistra, come schieramenti politici e ideologici, nasce agli inizi della Rivoluzione Francese, nell’ambito dello scontro tra rivoluzionari e controrivoluzionari nell’Assemblea Nazionale Costituente.

A sinistra del Re, nella nuova sala del neonato “parlamento costituente”, si posero i rivoluzionari, a destra, di conseguenza, la minoranza monarchica assolutista e contraria a quanto stava accadendo. Al centro tutti i deputati che volevano riformare la Francia, ma non sconvolgerla, ma che, inevitabilmente, guardavano con maggiore simpatia a sinistra che a destra. Come non riscontrare in tutto questo lo schema ideale, politico e pratico, perennemente presente in tutti i parlamenti liberal-democratici di questi due secoli e oltre, Italia in primis?

Furono i deputati rivoluzionari del Terzo Stato, intrisi di ideologismo illuministico-borghese (e massonico) anticattolico e anti-tradizionale, che scelsero di sedersi “a sinistra del Re”: la destra, infatti, in tutta la Bibbia (sia Nuovo che Antico Testamento) rappresenta il Bene, gli eletti, gli agnelli, mentre la sinistra il Male, i reprobi, i ribelli all’Ordine divino. La scelta quindi del Terzo Stato rivoluzionario non fu affatto casuale, come del resto tutti gli eventi quotidiani, tutte le idee sovversive dell’intera Rivoluzione Francese (e dell’ideologia illuminista che la sottende) e tutte le violenze criminali stanno inequivocabilmente a testimoniare.

Da quel momento, nacque la “Sinistra” (come noi la intendiamo), ponendosi come creatrice del “progresso” per la “costruzione” di una “nuova era” e di un “nuovo uomo”, tramite la massonica triade dialettica Liberté-égalité-fraternité. E nacque prima della “Destra”, che invece fu “reazione” a quanto avveniva a “Sinistra”.

Perché questo antefatto storico e metapolitico? Perché è imprescindibile per iniziare a comprendere le ragioni per le quali ogni bellissimo e purissimo ragionamento ideologico finalizzato a superare la suddetta dicotomia per una visione unitaria della realtà politica e della Politica, va inevitabilmente a schiantarsi contro uno scoglio ancora oggi insormontabile: questo scoglio si chiama, per l’appunto, “Sinistra”, figlia della Modernità, a sua volta figlia del processo della Rivoluzione.

Mentre la Destra è una reazione a un male, a un’ideologia sovversiva, la Sinistra è una scelta precostituita: è esattamente quel male, quell’ideologia sovversiva, quella ribellione cha ha avuto inizio e non ha avuto finora fine, e che anzi ogni giorno diviene sempre più scelleratamente sovversiva e dissolutiva.

Fuor di metafora: da quando sono ragazzo, da quando sento dire “Né Destra né Sinistra”, lo sento dire sempre e solo… a destra. Tranne rari casi di filosofi intelligenti e liberi (e comunque con evidenti divergenze ideologiche a far da ostacolo), a sinistra “Né Destra né Sinistra”… non esiste o non funziona (eccetto forse in qualche raro incontro tra intellettuali dei due schieramenti, ai quali poi però quelli di sinistra non danno mai seguito fattuale)[1].

Ecco lo scoglio – tanto semplice ed evidente quanto mai ammesso – che frantuma i sogni di una realtà politica nuova in Italia e in Europa. A Sinistra, nella quasi totalità di quel mondo, e al di là qualche sporadica e alquanto isolata mente “illuminata”, non ne vogliono sapere di andare “oltre la Sinistra”. E questo è un dato di fatto incontrovertibilmente urticante ma irrefutabilmente vero. Lo dimostrano i fatti, da almeno mezzo secolo. Esattamente come per l’ecumenismo religioso.

E, in questo atteggiamento e comportamento della Sinistra, vi è una ineccepibile logica, occorre ammetterlo. La Sinistra infatti non è una scelta legata a situazioni contingenti di una società; essere di Sinistra è una scelta ideale e politica che coinvolge l’intera natura umana, l’intera storia umana e si attua a tutti i livelli sia della vita individuale e sociale dell’uomo in sé, sia della vita politica comunitaria di un popolo o dell’intera umanità.

L’uomo veramente di Sinistra non andrà mai oltre la Sinistra, perché essere di Sinistra è una “forma mentis”, un progetto interminabile: significa voler sovvertire l’ordine naturale del creato, la natura umana, le leggi morali, l’esistenza di Dio, il comportamento personale e sociale di ogni uomo, perfino la stessa antropologia individuale, per costruire l’uomo nuovo nella nuova società della nuova era. Ha poca importanza (anzi, non ne ha nessuna) il fatto che centinaia di milioni di persone che sono stati e sono (e saranno) di “sinistra” accettino solo in parte questo progetto (oppure non capiscano nulla di tutto questo), con differente gradualità, ognuno “fino a un certo punto”: la storia ci dimostra inconfutabilmente – e oggi più che mai – che l’uomo di Sinistra – “moderato”, “liberale” o democristiano[2]”, ignorante o furbastro che sia – seguirà sempre, anche obtorto collo, la Sinistra, ovvero i più estremisti, i capi più intelligenti, i leader di partito e i padroni della finanza, i grandi capi della Rivoluzione, fino a qualsiasi conseguenza di follia dissolutiva si possa arrivare, come la società odierna dimostra al di là di ogni ragionevole dubbio. Cambia solo il tempo e l’intensità, ma il cammino verso la dissoluzione è inarrestabile e non c’è moderato che tenga. Anzi, il moderato serve proprio a questo: a essere l’“utile idiota” della Sinistra, secondo l’insegnamento stesso di Antonio Gramsci.

L’essere di Sinistra non è una scelta politica come altre: è una scelta dal valore metapolitico, o preterpolitico, che coinvolge il modo stesso di essere, di pensare, di agire, di vedere e giudicare tutte le cose. Ti cambia il modo di vivere. Muta perfino la stessa persona fisica, nei casi più radicali, come certa gioventù (ed “ex gioventù”) odierna ben dimostra. Perché coincide con una scelta radicale e metafisica che sta a monte, che è quella di essere dalla parte della Rivoluzione, intesa come plurisecolare processo metastorico e storico di rivolta verso Dio e l’ordine del creato, e di essere asse portante della Modernità, intesa come l’attuazione storico-fattuale della Rivoluzione stessa.

Staccare il concetto di Sinistra da quello di Rivoluzione non è solo un’operazione scorretta, o ignorante o ipocrita: è inutile. Perché per l’uomo di Sinistra, almeno per quello intelligente e consapevole, Sinistra, Modernità e Rivoluzione sono la stessa cosa, in grado parentale. E la Rivoluzione è la sua vita, il suo “must”, come oggi si dice, il suo “dover-essere”, come ieri si diceva. O meglio, il suo “dover-non essere”, il suo “dover-evolvere” (e dissolvere).

Che centinaia di milioni di votanti a sinistra (e non mi riferisco certo solo ai ceti più umili: anzi, esattamente il contrario) non capiscono niente di tutto questo, non ha alcuna importanza: i leader e gli intellettuali di sinistra sanno bene che, quando non possono utilizzare i carri armati del proletariato e i gulag e le foibe, devono utilizzare i mezzi idonei per manovrare il popolo-bue (dai massimi dirigenti d’azienda e affermati professioni o celebrati intellettuali in giù) secondo i propri scopi: i soldi per “quelli in carriera”, le poltrone per quelli capaci e per gli “utili idioti”, il posto di lavoro per chi ha bisogno, i media e lo spettacolo per la “massa” che segue tv e sport e ancora crede ai giornali, i docenti e i libri per gli studenti, il senso di ribellione anarchica all’ordine morale e di rifiuto di Dio e della Chiesa per tutti quelli che non vogliono accettare il senso della vita e della croce e cedono al piacere facile e immediato.

La scuola della conquista del consenso popolare è sempre attiva a Sinistra: Frattocchie non finisce mai, anche se cambia luogo e modalità. E questo è un altro ostacolo oggettivamente molto arduo da potersi superare: a Frattocchie della Destra non ne vogliono sentir parlare.

L’uomo di Sinistra non potrà mai andare oltre la Sinistra, se non smettendo di essere di Sinistra: ovvero, tradendo se stesso, oppure per una reale conversione interiore alla Verità e alla fede.

Per questo esiste ancora la Destra, e deve esistere, nonostante la pluridecennale volontà di andare oltre: perché esiste ancora ed è più attiva che mai la Sinistra.

E finché è viva e attiva la Sinistra, irriducibilmente, chi dice “Né Destra né Sinistra” non fa altro che un favore alla Sinistra. La rafforza. Si potrà andare “oltre la Destra e la Sinistra” solo quando la Sinistra sarà stata debellata.

Il problema della Destra

Non v’è niente da fare: l’uomo di Sinistra è sempre molto più radicalmente di Sinistra di quanto l’uomo di Destra sia di Destra.

Ciò è anche logico: come detto in precedenza, la Sinistra è una scelta, mentre la Destra è una reazione a questa scelta. Per questo alcuni che dovrebbero essere di Destra vogliono superare la dicotomia: sono stanchi di essere una reazione, e vogliono essere una scelta. Tale aspettativa, tale ideale, potrebbero a determinate condizioni essere giusti in sé, ma il problema è che quelli di sinistra non vogliono smettere di essere di Sinistra e non vogliono quindi superare la dicotomia. Anzi: la rivendicano ogni giorno di più per le ragioni suddette, specie perché ogni giorno di più avanza e si afferma il progetto della dissoluzione mondiale e umana della Rivoluzione. Si sentono sempre più forti e vincenti, e vedono sempre più come la Destra stia quasi scomparendo, e quindi oggi sono ancor meno disposti a rinunciare al loro “dover-non essere”.

Sarebbe un po’ come se un malato urlasse ogni giorno di non voler essere più malato, di voler andare oltre la sua malattia, di voler superare la dicotomia “sano-malato” ed essere visto come un uomo libero e integrale.

Molto bello! Pure giusto! Peccato che c’è la malattia

Se mi si consente il paragone, questa situazione è simile a quanto accade nella Chiesa. Quante innumerevoli volte ci siamo sentiti dire (e sentiamo dirci), dai cattolici seri e fedeli, che non si deve essere “cattolici tradizionalisti” (o “conservatori” o “liberali” o “democratici”, ecc.), ma “cattolici e basta”? Quante volte mi sono sentito spiegare (come se non ci fossi arrivato già da quanto ero adolescente – e ovviamente ciò vale per ognuno di noi) che Dio è infinito e quindi non ha senso dividerci in qualifiche ideologiche (Destra-Sinistra)?

Sembra tutto molto bello. Peccato però che esiste la Crisi della Chiesa. Peccato che esista la Rivoluzione (quindi la Sinistra – e comanda pure) nella Chiesa. Peccato, ovvero, che il corpo umano della Chiesa Cattolica sia gravissimamente malato, ovvero eretico, apostata (e cialtrone). A volte marcio come il letame.

Lo vediamo ogni giorno inconfutabilmente, ogni giorno, a tutti i livelli, ovunque.

Questo significa, in concreto, che se io, Massimo Viglione, non mi definissi “cattolico tradizionalista”, ma semplicemente “cattolico”, mi definirei – e quindi mi schiererei idealmente – come si definiscono Alex Zanotelli e don Gallo, Enzo Bianchi e Vito Mancuso, o i “cardinali” Marx e Ravasi o Maradiaga e Sorondo, o mons. Paglia o la bella comitiva di “Avvenire”, solo per fare pochi nomi di una lista lunghissima e senza confini gerarchici.

Ovvero: definendomi “cattolico” semplicemente, non sarei cattolico. Sarei un ossimoro della menzogna.

Questo è il problema. Il problema è che esiste una malattia, ovunque, nella politica come nella società, nel cuore e nella mente di ogni uomo come nella Chiesa: questa malattia che tutto sovverte, distrugge, annienta, capovolge, si chiama Rivoluzione. E non possiamo fingere di essere sani.

L’errore, l’eresia, il male, costringe a definirci, ci obbliga a separarci per non essere conniventi. Nella distinzione, che prevede il confine, il muro di divisione (quei confini e quei muri tanto odiati oggi da chi è pienamente al servizio della Rivoluzione e quindi della Sinistra), risiede il perimetro della Verità, della Giustizia, del Bene, in questa vita. Inutile brandire la spada di plastica dei bambini e saltellare sul letto per gridare che Dio è infinito e i valori sono eterni e immutabili e non ammettono definizioni. Lo sappiamo benissimo, da quando possiamo utilizzare la ragione. Ma qui noi non viviamo nel mondo delle idee e tanto meno in Paradiso. Qui siamo nel mondo del relativo, dove convivono Bene e Male, giustizia e ingiustizia, bellezza e bruttezza, sanità e malattia, grano e gramigna. Proprio per richiamarci ai valori eterni e infiniti, è perciò necessario autodefinirci, per distinguerci chiaramente dal male e dall’errore.

I primi seguaci di Cristo presero il nome di “nazareni”, perché seguivano il Nazoreo, il Nazareno, e dovevano distinguersi dai giudei. Quindi presero il nome di cristiani, per distinguersi dai giudaizzanti e dagli gnostici. Infine, la realtà della storia li costrinse a definirsi “cattolici” e “romani”, per distinguersi dalle eresie di tutti e tempi.

Vivendo nel mondo del relativo, proprio il richiamo all’Assoluto ci obbliga alla definizione dei confini, alla distinzione. Solo in Paradiso non avremo più confini e definizioni[3].

Finché pertanto esiste la Rivoluzione, che “inabita” a Sinistra e si esprime storicamente nella Modernità, io sono costretto a essere di Destra, che mi piaccia o meno; finché la Chiesa è in mano ai modernisti, io sono costretto a essere cattolico “tradizionalista” (piuttosto la morte che essere equiparato a qualsivoglia degli esponenti della neochiesa modernista), se voglio mantenere degnamente la mia fede cattolica. Perché non posso fare finta che la malattia non ci sia: tanto c’è. E quindi occorre conoscerla e combatterla, per poter guarire e per farlo devo distinguermi da essa.

E solo quando saremo guariti dalla malattia potremo realmente andare oltre la Destra e la Sinistra, solo allora potremo tornare a essere cattolici e basta, come del resto sosteneva Madiran.

Ma per fare questo occorre tornare idealmente a una visione della Politica anteriore al 1789, perché lì è nato il mondo dell’opinione democratica, della Destra e della Sinistra, lì si è verificata la ferita ancora oggi sanguinolenta della Modernità anticristiana. E questa è una verità che quasi nessuno di coloro che vogliono andare al di là della Destra e Sinistra ammette.

Ma quale Destra (o  destra) però?

Casomai, uno dei punti essenzialmente dirimenti di questo ragionamento, risiede nel nominalismo e nell’universalismo del concetto di Destra/destra (a sinistra non fanno questo errore, se non a livello di politicanti squalificati come quelli del panorama politico italiano odierno).

Cosa intendiamo dire riprendendo le due note categorie teologico-filosofiche medievali? Che esiste una Destra (con la maiuscola), specularmente alternativa alla Sinistra, che si richiama ai valori eterni della perfezione divina, della legge evangelica e del Magistero universale della Chiesa e dell’ordine del creato, e tante destre (con la minuscola), che sono le manifestazioni filosofiche, politiche e partitiche temporali, diverse – e a volte radicalmente diverse – le une dalle altre. In più ci sono anche – oggi più che mai, c’è una vera invasione – le “false-destre”, ovvero quelle forze politiche e d’opinione che appaiono o si presentano di Destra solo per certi aspetti ma in realtà sono funzionali al dissolvimento della Destra e quindi lavorano a servizio della Sinistra[4].

La Destra è una categoria di “reazione”, come detto. Reagisce alla Sinistra sul piano di tutti i dis-valori da questa propugnata, rivendicando i valori oggettivi e immutabili di questa vita: l’esistenza di Dio e di un ordine divino del creato, di una legge morale che tutti vincola, del Bene, del Giusto, del Vero e del Bello, della famiglia naturale, della sacralità della vita dal concepimento alla morte naturale, dell’esigenza insopprimibile di una struttura gerarchica della società, del senso dell’onore  e della fedeltà alla parola data e al signore legittimo, della Tradizione etnica, civile identitaria e culturale di ogni popolo, del valore della sapienza dei popoli del passato, della difesa della giusta proprietà e della libera iniziativa privata, così come in contemporanea della giustizia sociale secondo i dettami evangelici ed ecclesiastici. I suoi richiami mentali e operativi risiedono nella Bibbia, negli insegnamenti della Chiesa Cattolica (Papi, Concili, santi maestri, Padri e Dottori), nella sana filosofia greca – Aristotele in primis – come nel Diritto Romano e nella consuetudine, nella teologia e filosofia medievali, nelle meraviglie dell’arte classica, cristiana, medievale e moderna, nelle ordinate e sane tradizioni popolari. Ammira l’ordine sociale del feudalesimo così come il corretto commercio dei liberi Comuni, il comunitarismo sociale come la sacralità del potere civile, in primis della monarchia cattolica, la gerarchia naturale come la fratellanza tra persone e popoli, le gilde come le corporazioni.

La Destra, almeno per chi scrive e per la scuola di pensiero cui chi scrive appartiene, si incarna nella Tradizione cattolica europea antecedente alla Rivoluzione Francese (e a quella Protestante) e nelle sue radici classiche e non ammette compromesso con tutto quanto è parto invece della Rivoluzione e delle sue due figlie, la Modernità anticristiana e la Sinistra.

Pertanto, le manifestazioni politiche e partitiche, comunemente definite di “destra” nate nel XIX e XX secolo (e anche nel XXI), in reazione ai progressivi esiti della Rivoluzione nella storia umana, e su tutti il liberal-conservatorismo, sono da considerarsi non come Destra, ma al massimo, nelle migliori espressioni, come “destre”, con limiti e contraddizioni di varia natura a seconda dei casi specifici. Nei casi peggiori, come “false destre”.

Un discorso invece del tutto a parte occorrerebbe fare per il fascismo, cosa del resto impossibile nel contesto di una semplice prefazione a un libro. Ci limitiamo a far notare a riguardo l’impossibilità oggettiva – tanto a livello ideologico e dottrinario, che spirituale e storico – di ritenere – come quasi sempre si è fatto – tale movimento come espressione politica della Destra.

Non solo perché una importante parte del pensiero fascista – sia del ventennio che posteriore – ha sempre ribadito e chiarito tale impossibilità (fino ad arrivare al “fascismo rosso”); non solo perché Mussolini stesso ebbe più volte a dichiarare che il fascismo non era legato al mondo cristiano prerivoluzionario (e nemmeno a quello presente), e questo a prescindere dalla sua celeberrima sentenza “La nostra dottrina è il fatto”; non solo perché il massimo esponente della filosofia fascista, Giovanni Gentile, apparteneva alla scuola neo-hegeliana di stampo dialettico-monista (e diciamo pure gnostico, per chi mastica di queste cose) ed era notoriamente anticattolico al punto da osare criticare apertamente Mussolini per la firma ai Patti Lateranensi (sebbene ciò non tolga nulla al valore dell’uomo e della sua azione al servizio della cultura italiana, a prescindere inoltre dalla sua drammatica fine); ma anche per la semplice e incontrovertibile ragione che il fascismo, come fenomeno storico e politico, è logicamente figlio dell’impostazione nazionalista e giacobina rivoluzionaria, sebbene poi nella pratica politica si sia concretato nella conservazione dei valori fondamentali della civiltà italiana e nella difesa dell’italianità.

Semmai, è stato il mondo politico della “destra” italiana del dopoguerra che ha voluto riprendere dell’esperienza e della dottrina fasciste gli aspetti più “conservativi” e legati per l’appunto alla storia italiana, tralasciandone quelli più rivoluzionari, sociali e socialisti, rivoluzionari. E, in un contesto ormai mutato, dinanzi alla sempre più dirompente e aggressiva affermazione della Sinistra, li ha inquadrati – almeno in linea generale – in accordanza alla radice più specificamente cattolica (le battaglie del MSI contro il divorzio e l’aborto ne sono esempio concreto). Ma ciò non permette di inquadrare il fascismo a “Destra”.

In tal senso, del tutto folle e veramente vergognosa appare la volontà di presentare come fenomeno di “Destra” il Nazional-Socialismo. Qui lo spazio per approfondire il tema dovrebbe essere ancor più vasto di quello del fascismo, e quindi ci limitiamo solo alla banalissima evidenza dei più semplici assunti: un movimento che si autodefinisce “socialista” può essere di Destra? Un movimento che pratica un razzismo operativo di impostazione biologica e alla fine anche violento e stragista, può essere di Destra? E anche per il nazionalismo vale lo stesso discorso del fascismo: il nazionalismo non è l’amor di patria, sentimento naturale e in quanto tale cristiano, europeo, italiano. Il nazionalismo è la deturpazione rivoluzionaria dell’amor di patria, avvenuta nell’ambito delle forze rousseauiane della Rivoluzione Francese, ovvero del giacobinismo estremista e, dopo, nel contesto filosofico-politico del romanticismo, dell’hegelismo di destra. Tutto questo non ha nulla a che vedere con la Destra che si richiama ai valori eterni dell’ordine divino e della società cristiana prerivoluzionaria, radicati nell’universalismo cattolico – sia nella sua forma ecclesiastica che in quella imperiale – e nel comunitarismo medievale.

Infine, sul democristianismo non v’è nulla da spiegare, essendo dichiaratamente funzionale alla Sinistra e pertanto espressione massima di quel “centro” che sempre combatte la Destra e sostiene – “moderatamente”, s’intende, ma inesorabilmente – la dissoluzione della modernità.

Anche partiti odierni invisi alla Sinistra non possono essere definiti di Destra, al massimo “centro-destra”, come del resto essi stessi si definiscono.

Ma, allora, quando e dove è esistita la Destra con la D maiuscola?

Forse non è mai esistita – almeno a livello concreto di espressione politica e partitica – concretamente dopo il 1789, in quanto essa è l’antitesi della Sinistra con la S maiuscola. Chi scrive potrebbe vederla nei martiri della Vandea e dell’Insorgenza italiana e spagnola, nei “briganti” antirisorgimentali, nei cristeros messicani, in alcune formazioni dei russi bianchi, nei carlisti spagnoli, ecc. Ma soprattutto nei migliori esponenti del pensiero controrivoluzionario. Ma la verità è che nessuno di costoro si sarebbe definito di “Destra”. Bensì, controrivoluzionario.

E qui veniamo al dunque.

Per chi scrive, come la Sinistra “inabita” nella Rivoluzione (e viceversa), la Destra vera non può che coincidere con la Controrivoluzione, cattolica, sacrale, tradizionale, antiliberale e antiegualitaria, antigiacobina, anticomunista, antisessantottina, antignostica, difenditrice delle leggi eterne divine del creato e della Tradizione cristiana ed europea anteriore al 1789.

La Destra in tal senso è anteriore al 1789, in quanto eterna. Ma al contempo non lo è, perché è un dato di fatto che la dicotomia sia nata temporalmente in quel contesto. Pertanto, pur dovendo continuare a utilizzare l’espressione per tutte le ragioni suddette (la persistenza della Sinistra in primis), è certo che l’espressione migliore rimane quella della dicotomia Rivoluzione-Controrivoluzione, che ingloba il sé tutto il senso della storia, dal “non-serviam” in poi.

Destra e Sinistra nella vita umana e quotidiana

Se quanto detto può apparire ad alcuni eccessivo o troppo complicato, l’antidoto a tale errata prospettiva di interpretazione viene proprio da questo ottimo e utile libro di Marco Manfredini, che proietta tutto questo nella realtà odierna.

Essere di Destra/destra o di Sinistra/sinistra, come tutti sappiamo perfettamente, non è solo questione di alta metapolitica o di bassissimo livello partitico. La dicotomia segna tutta la nostra vita, molto più di quanto noi stessi comprendiamo.

Le due categorie sono divenute, nel tempo, veri e propri modi di essere e di vivere.

Sinistra-Destra:

progresso-reazione, “apertura”/conservazione, uguaglianza/libertà (in senso economico), libertà/obbedienza (in senso morale), egualitarismo/gerarchia, anarchia/senso dell’onore e della fedeltà, individualismo/comunitarismo, monadismo/famiglia, cambiamento/radici, sovversione/ordine, evoluzione/stabilità, “alternativismo”/Tradizione, pro-choice/pro-life, bruttezza-bellezza, disordine “griffato”/eleganza e stile nella sobrietà, modaioli/anticonformisti, psicanalisi/“forza e onore”, e si potrebbe continuare molto a lungo con le dicotomie, fino a precipitare a “vasca e doccia”, a quelle culinarie et similia, che ovviamente lasciano il tempo che trovano ma che sono sempre simbolo di uno scontro perenne di mentalità, dai risvolti antropologici oltre che metafisici.

Manfredini ha reso molto bene tutto questo e molto altro. Al contrario di quanto da me fatto in questa prefazione, ha compiuto un lavoro a 360 gradi, ma non con struttura sistematica, bensì con uno stile da “flusso di coscienza” godibilissimo, che inchioda il lettore fino all’ultima pagina (specialmente nelle 460 ragioni per essere di Destra del Manifesto reazionario, alcune delle quali assolutamente geniali), con il merito precipuo di fare nomi e cognomi.

In questo flusso di coscienza esposto da Manfredini, tutto prima o poi torna al suo posto, e, sebbene saldamente ancorato alla realtà politica e mediatica odierna e del vicino passato, ci eleva anche ai grandi valori suddetti. Alla fine rimane chiaro al lettore il significato concreto, vissuto, quotidiano, politico e anche partitico dell’essere di Destra.

Che consiste, banalmente, ma obbligatoriamente, nel non essere di Sinistra e nella reazione a questa visione dissolutiva del mondo, della società e dell’uomo, con tutte le proprie forze, in nome dell’ordine del mondo, della società e per amore dell’uomo, come Dio lo ha creato e secondo carità, giustizia, verità e bellezza.

Un libro utile questo, oggi più che mai, visto che della Destra non v’è traccia, se non nella mente e nei cuori di persone elette.

Massimo Viglione
11 febbraio 2020


[1] Un po’ come avviene da sessant’anni negli incontri “ecumenici” tra cattolici e protestanti o esponenti di altre fedi: alla fine vincono sempre e solo i protestanti e gli esponenti di altre fedi. Infatti nessuno di questi si converte mentre i cattolici gradatamente apostatano.

[2] Superfluo ricordare il motto di colui che è considerato la guida politica indiscussa di tutto il democristianismo e moderatismo mondiale: «La Democrazia Cristiana è un partito di centro che si muove verso sinistra». A. De Gasperi, Intervento al Consiglio Nazionale della Democrazia Cristiana, 31 luglio – 3 agosto 1945, in Atti e documenti della DC 1943-1967, Roma, Cinque Lune, 1968, I, p. 181.

[3] E nemmeno questo è assolutamente esatto, in quanto comunque un confine vi sarà sempre, quello con l’Abisso: il male non scomparirà mai del tutto, eccetto che nel Paradiso in sé.

[4] Basti pensare, solo per fare due esempi eclatanti, che nel movimento politico di Gianfranco Fini (opportunamente vagliato da Manfredini nelle pagine seguenti) militava il radicale Dalla Vedova! O, più semplicemente, ai tanti parlamentari (soprattutto di sesso femminile) radical-chic di Forza Italia, ancor più progressisti e dissolutivi della stessa Sinistra.

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