di Massimo Micaletti

Alla fine degli Anni Ottanta, le Case giapponesi iniziano a considerare seriamente la possibilità di entrare nel segmento delle coupé ad alte prestazioni e nel mirino – non dichiaratamente – ci sono nientemeno che Ferrari e Porsche. Se Honda con la NSX arriva proprio sul terreno delle Rosse, Mitsubishi, allora produttore dinamico e innovativo, vira più sul concetto Porsche di un’auto sportiva ma fruibile tutti i giorni e tecnologicamente avanzata.

Viene così presentata la 3000GT (su alcuni mercati si chiamava GTO, quasi un affronto per le leggendarie granturismo Ferrari che hanno portato questa sigla identificativa) e lascia gli esperti a bocca aperta per l’impressionante concentrato di soluzioni tecnologiche che la contraddistingue. La macchina, infatti, monta un V6 24 valvole biturbo da 286 cavalli (320 per la seconda serie), ha la trazione integrale e le quattro ruote sterzanti, alettoni e sospensioni controllati elettronicamente e regolabili anche dal pilota: una cosa del genere non s’era mai vista, soprattutto su un’auto di regolare produzione. La linea, però, per quanto elegante ed equilibrata, è fin troppo anonima e ne penalizza il successo, che risente anche – incredibile – del fatto che gli appassionati la trovato troppo sicura e composta, quindi poco divertente.

La 3000GT avrà anche una… sorella, la Dodge Stealth, derivata dallo stesso progetto ed in effetti molto simile esteticamente sebbene molto più personale.

Oggi non è facile imbattersi in una di queste superbe granturismo, meno ancora trovarne una in condizioni originali: la meccanica era molto affidabile ma – destino comune a molte belle coupé del Sol Levante – queste auto finivano in mano a soggetti che senza mezzi termini le pasticciavano sia esternamente che nel telaio e nel motore. E’ un’auto rara e per nulla economica, per appassionati che sanno cosa cercare e godono della consapevolezza di avere un oggetto unico e sofisticato senza dar troppo nell’occhio.