Nota di RS: continua la sua collaborazione con Radio Spada lo studioso Guido Ferro Canale che abbiamo imparato ad apprezzare in questi anni per la vastità degli studi, priva però di accademismi sterili e di pose dottorali. Oggi ci parla di uno grandi protagonisti dello Scisma d’Occidente e del suo soggiorno nella città della Lanterna. Buona lettura! (Piergiorgio Seveso, Presidente SQE di Radio Spada)

di Guido Ferro Canale

Bartolomeo Prignano, noto nella sua obbedienza come Papa Urbano VI, sbarca a Genova il 23 settembre 1385.

Le circostanze non sono delle migliori: Urbano è in fuga dal Sud, da quel regno di Napoli di cui è signore feudale in quanto Pontefice, prima ancora che oriundo. Il Grande Scisma di Occidente dilania la Cristianità ormai da sette anni… e Napoli, proprio in quanto feudo della Santa Sede, è un campo di battaglia da quasi altrettanto tempo. Una battaglia in cui lo stesso Papa “romano” ha appena rischiato di perdere la vita, e non una volta sola.

Per Clemente VII, il pretendente che siede ad Avignone, la conquista del Mezzogiorno d’Italia gli permetterebbe di stringere Roma in una morsa e debellare il suo avversario come non gli è riuscito nel 1379. Eppure, Urbano non fugge dal re investito da Clemente, Luigi d’Angiò: questi è morto nelle Puglie, vittima di un’epidemia che ha annichilito il suo possente esercito. No, egli è venuto in urto con il re designato da lui stesso, Carlo III d’Angiò-Durazzo. Un re che lo riconosce ancora come Papa legittimo, se non altro perché gli deve la corona… ma che, in questo momento, è suo nemico mortale. E non per modo di dire: lo ha stretto di assedio a Nocera, ha messo sulla sua testa una taglia “vivo o morto”, ha perfino complottato con alcuni dei suoi Cardinali con l’obiettivo di farlo destituire.

Le ragioni del re sono essenzialmente politiche: se dovesse tener fede ai patti che lo legano a Urbano, il nipote di lui, Francesco Prignano detto “Butillo”, diventerebbe troppo potente, potrebbe rovesciarlo in ogni istante. Questa però è proprio la garanzia di cui sente di aver bisogno un Papa che, già scampato ad almeno un tentativo di avvelenamento, diffida sempre più dei mercenari di incerta lealtà cui è costretto ad affidarsi, ma che sono sempre tentati di venderlo al suo rivale, e non è incline a fidarsi troppo nemmeno delle teste coronate. La sua scarsissima disponibilità a trovare un compromesso con chi, ai suoi occhi, è un vassallo che deve obbedire (anzi, ormai un re deposto e scomunicato) ha fatto il resto; solo le galere della Serenissima, potenza marinara che Carlo si è guardato bene dallo sfidare, gli hanno permesso di lasciare incolume quel regno per lui così importante.

I moventi della congiura sembrano meno chiari. Certo vi è stata una qualche forma di collusione con il re, certo neanche i Cardinali in questione parteggiano per Clemente VII, dato che a Urbano debbono la porpora; ma non pare che perseguano un particolare programma. Piuttosto, come già nel 1378, il carattere di quest’ultimo, che l’ha fatto prontamente ribattezzare “Inurbano” dal popolaccio dell’Urbe, gli ha fruttato una nuova messe di nemici. Questi, partiti con l’idea di metterlo sotto tutela per infermità mentale (!), sono approdati al proposito, ben più drastico ma potenzialmente risolutivo, di arrestarlo, inscenare un processo per eresia contando su falsi testimoni compiacenti, deporlo e condannarlo immediatamente al rogo.

O così almeno hanno confessato. Ma tutto è partito con una confessione spontanea, quella del Card. Tommaso Orsini, che, dopo un’incauta confidenza, temendo di essere denunciato a sua volta, ha giocato d’anticipo.

A lui è andata bene. Agli altri sei Cardinali coinvolti, decisamente no.

Quando Urbano sbarca, finalmente in salvo, con lui ci sono anche questi sei (ormai) ex-Cardinali. Torturati, rei confessi, tenuti in catene, ancora in attesa di conoscere il proprio destino, sebbene da ogni parte si indirizzino al Papa richieste di clemenza. Uno di loro, il primo a confessare, è il ligure Bartolomeo da Cogorno; la popolazione di Genova è indignata per il trattamento cui è stato sottoposto, crudele perfino per gli standard dell’epoca.

Urbano, pur accolto onorevolmente sia dal Doge Antoniotto Adorno sia dall’Arcivescovo Giacomo Fieschi, trova alloggio fuori delle mura cittadine: non si fida delle alleanze, non si fida degli umori popolari e di certo non approva quel risentimento per come ha trattato i traditori. Si insedia nella Commenda di Prè, il grande complesso che, tuttora esistente, al tempo è una delle sedi principali dei Cavalieri di S. Giovanni. Vi resta per più di un anno, pressoché rinchiuso, evitando quasi ogni contatto con la popolazione. Le carceri della Commenda inghiottono i sei prigionieri, incatenati mani e piedi in cellette senza finestre; l’Arcivescovo di Genova, nominato ricevitore della Camera Apostolica, viene con ciò incaricato di rimettere in sesto le finanze pontificie e si mette all’opera con alacrità e buon frutto… anche perché, tra i debiti da saldare, primeggiano i sessantamila fiorini promessi alla Repubblica per l’utilizzo delle sue galee, proprio con la mediazione del Fieschi; Urbano, dal canto suo, deve dedicarsi a riorganizzare una Curia sconvolta dalla fuga da Napoli, con gravi perdite d’archivio e di personale.

Eppure, anche in questo periodo di assestamento, non mancano gli episodi degni di memoria.

Come racconta un lontano discendente di Urbano, che ha voluto rievocare le vicende di quel Pontificato così discusso, nel marzo del 1386 alla Commenda si presentò, con quattro accompagnatori, “un sedicente ‘profeta’ proveniente dalla vicina Francia, un personaggio alto, grosso con una folta barba nera e occhi spiritati, incapace di parlare altro idioma che non fosse il suo dialetto d’Oltralpe. Dopo varie insistenze ottenne di farsi ricevere da Urbano e quando si trovò davanti a lui cominciò subito a infervorarsi. ‘Signore’, disse senza misurare troppo le parole, ‘ho avuto una visione: sono venuto ad annunciarvi l’unione della Chiesa. Dopo quindici anni passati in un eremo, grazie a una rivelazione divina, ho compreso che il padre nostro santissimo Clemente VII è il sommo pontefice e il vicario di Cristo, mentre voi siete l’antipapa. Perciò, per il bene della Chiesa e la salvezza dell’anima vostra, degnatevi di rinunciare al papato’.

Con pacatezza, tra lo stupore generale, il papa gli chiese cosa lo facesse essere così sicuro dell’origine divina della sua rivelazione. ‘Nulla’, replicò il ‘profeta’, ‘ma non avrei alcun timore ad affrontare i più grandi tormenti corporali, per questo’. Più incuriosito che adirato dall’intraprendenza di quello strano tipo, Urbano gli chiese allora cosa facesse un eremita come lui con un anello d’oro al dito. ‘L’ho ricevuto dal nostro padre santissimo Clemente’. ‘Mostratemelo’. Quello se lo sfilò e subito tra i presenti si levò un mormorio di sollievo, come se quell’anello, su cui molti avevano effettivamente puntato gli occhi, avesse contenuto tutto il potere divinatorio del ‘profeta’.”.

Per comprendere questo dettaglio e il seguito, sarà forse opportuno ricordare che, secondo le credenze dell’epoca, gli anelli erano lo strumento tramite cui i negromanti controllavano i demoni che evocavano e accedevano ai loro poteri.

Prosegue infatti il racconto: “Con il gioiello in mano, Urbano si rivolse al francese con fare divertito: ‘Tu che conosci la negromanzia, prova ad indovinare che cosa succede ora’. Quindi, facendosi serio, ordinò che lui e quelli che lo accompagnavano venissero messi in catene e incarcerati.”. Ma siccome, sotto tortura, il malcapitato “profeta” confessò di aver parlato per ispirazione del diavolo, Urbano, implorato di non giustiziarlo da alcuni prelati d’Oltralpe, che sapevano che costui era visto con particolare favore nientemeno che dal re di Francia, scelse un’altra strada: dopo avergli fatto radere la barba in segno di umiliazione, la domenica seguente (11 marzo), al termine della Messa, gli fece ripetere pubblicamente la confessione, con il conseguente riconoscimento che Clemente era antipapa, ricevette il suo giuramento di fedeltà e, dopo alcuni giorni, lo rimandò in Francia – con l’anello – a operare per la causa dell’unione.

[M. Prignano, Urbano VI. Il Papa che non doveva essere eletto, Genova 2010, pagg. 248-9; la fonte, sebbene non indicata, è un chierico già al servizio di Urbano, Gobelino, cfr. Doctoris Gobelini Personae Cosmodromium, hoc est chronicon universale…, Francoforte 1599, pagg. 265-6, da cui ho tratto direttamente la conclusione, un po’ svisata dal Prignano]

La storia del “profeta”, almeno in un certo senso, ha avuto un lieto fine. Quella dei sei Cardinali, non esattamente.

Dopo che, oltre alle richieste di clemenza, fallì anche un tentativo di farli evadere (con gravi conseguenze per gli autori), in luglio uno di loro, l’inglese Adam Easton, amico personale del giovane re Riccardo II, ricevette infine la grazia e poté ritirarsi Oltremanica a vivere come semplice monaco benedettino. Gli altri, il 16 dicembre 1386, quando Urbano e il suo seguito lasciarono infine Genova alla volta di Lucca, prima tappa di un cammino travagliato che li avrebbe infine riportati nella Città Eterna… non si vedevano da nessuna parte.

Si diffuse subito la voce che fossero stati uccisi, benché nessuno sembrasse a conoscenza dei dettagli: “si scrive di annegamento in mare, di strangolamento o di immersione nella calce viva; a parte l’attendibilità dell’informazione, non meno macabra (o se vogliamo scenografica) appare la notizia che i corpi siano poi stati trasportati nei successivi spostamenti del pontefice in casse sormontate da rossi cappelli cardinalizi.” [S. Macchiavello, Sintomi di crisi e annunci di riforma (1321 – 1520), in D. Puncuh (cur.), Il cammino della Chiesa genovese dalle origini ai giorni nostri, Genova 1999, pag. 231].

La verità, meno truculenta ma forse per questo anche più triste, riemerse – letteralmente – solo a più di quattro secoli di distanza, insieme con i cadaveri strangolati e sepolti, di nascosto, in prossimità della chiesa della Commenda: “Nel 1829, dovendosi ivi fare un movimento di terreno furono trovati cinque letticoli con ischeletrì i quali verisimilmente erano quelli dei cardinali suddetti” [S. A. Gandolfi, S. Giovanni di Prè, in Descrizione di Genova e del Genovesato, vol. III, Genova 1866, pag. 171].

Giusta punizione per cinque traditori, colpevoli di aver voluto destituire colui che pur credevano vero Papa e che sapevano innocente del delitto di eresia? Legittima misura deterrente contro il rischio, non trascurabile, di altre congiure? Deplorevole mancanza di misericordia verso colpevoli oramai umiliati? Gesto atroce di un tiranno contro cui, sebbene i mezzi prescelti fossero illeciti, era però lecito ribellarsi? Non mi pronuncio: se il gesto è certo eclatante, i tempi erano davvero tali da richiedere soluzioni estreme, tanto più che, a quanto pare, lo stesso Urbano è poi morto avvelenato. Ma siccome oggi viviamo in tempi ancor più foschi, perché le anime sono minacciate molto più dei corpi, mentre fanno difetto sia il coraggio di questi Cardinali sia la fermezza di quel Papa, e semmai sovrabbondano le sedicenti voci profetiche, mi è parso giusto riproporre queste memorie, che Genova serba con la sua solita discrezione.