Continua l’analisi della Institutio generalis Missalis Romani su fsspx.new

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Il 3 aprile 1969, Paolo VI pubblicò la Costituzione apostolica Missale Romanum. Promulgava l’Instituto generalis Missalis Romani – Istituzione generale del Messale romano (IGMR) – che accompagnava la nuova messa, la Novus Ordo Missæ (NOM). Questo articolo continua l’esame sull’IGMR.

L’IGMR è un testo che presenta la nuova Messa, i suoi principi teologici, le sue norme pastorali e le sezioni che organizza la sua celebrazione. Questo documento presenta profonde lacune nella transustanziazione e nella definizione stessa della Messa (cfr. L’articolo precedente).

Il sacrificio nell’Institutio del 1969

Il termine “sacrificio” appare dieci volte nell’IGMR, ma non viene mai presentato come satisfattorio. Lo si vede nel confronto con l’anatema del Concilio di Trento: “Se qualcuno dice che il sacrificio della Messa è solo un sacrificio di lode e ringraziamento, o semplice commemorazione del sacrificio fatto sulla croce , ma non è un sacrificio propiziatorio: sia anatema” (DzS 1753).
Nel dettaglio, troviamo cinque volte “sacrificio” (54, 56h, 60, 62 e 153), tre volte “sacrificio eucaristico” (2, 335, 339), una volta “sacrificio pasquale” (48) e una volta “sacrificio della croce” (259).
N° 2. Questo paragrafo parla dei frutti della Messa o memoriale del Signore che, per essere ottenuti, Gesù “istituì il sacrificio eucaristico del suo Corpo e del suo Sangue, al fine di perpetuare nei secoli, fino al suo ritorno, il sacrificio della Croce, e di affidare così alla sua diletta sposa, la Chiesa, il memoriale della sua morte e risurrezione”.
N° 48. “L’ultima cena, dove Cristo ha istituito il memoriale della sua morte e risurrezione, è resa incessantemente presente nella Chiesa quando il sacerdote, che rappresenta Cristo Signore, fa ciò che il Signore stesso fece e comandò ai suoi discepoli di fare in memoria di lui, istituendo così il sacrificio e il banchetto pasquale”. Questo n° 48 spiega che la liturgia è organizzata secondo le parole e gli atti di Cristo: preparazione dei doni, preghiera eucaristica di ringraziamento dove i doni diventano Corpo e Sangue di Cristo, comunione a imitazione degli Apostoli.
N° 54. “È il centro e il vertice di tutta la celebrazione: la preghiera eucaristica, la preghiera di ringraziamento e di santificazione. (…) Il significato di questa preghiera è che l’intera assemblea dei fedeli si unisce a Cristo nella confessione delle grandi opere di Dio e nell’offerta del sacrificio “. Il sacrificio è legato al ringraziamento, alla santificazione, all’offerta, alla confessione delle opere di Dio, ma la propiziazione rimane assente.
N ° 259. “L’altare, dove il sacrificio della croce è reso presente sotto i segni sacramentali, è anche la mensa del Signore a cui, nella messa, il popolo di Dio è invitato a partecipare; è anche il centro dell’azione di grazie che si realizza pienamente attraverso l’Eucaristia. Questo è l’unico articolo che menziona il “sacrificio della croce”, collegandolo immediatamente al banchetto eucaristico e all’azione di grazie.
Questi aspetti sono veri, ma devono essere correlati all’aspetto propiziatorio e sacrificale della dottrina proposta e presentata nell’atto liturgico per distinguersi dalla dottrina protestante. Altrimenti potrebbero incorrere in questo altro anatema del Concilio di Trento: “Se qualcuno dice che nella Messa un sacrificio vero e autentico non è offerto a Dio o che ‘essere offerto’ non significa altro che il fatto che Cristo ci è dato come cibo: sia anatema” (DzS 1751).
In effetti, l’Institutio sottolinea la dimensione del banchetto della celebrazione. Perfino il preambolo del 1970, scritto per correggere gli errori e dare una parvenza di ortodossia, non corregge questa propensione. Il suo n° 1 stabilisce infatti: “Cristo Signore, desiderando celebrare con i suoi discepoli il banchetto pasquale, nel quale istituì il sacrificio del suo Corpo e del suo Sangue, ordinò di preparare una sala grande e addobbata” (Lc 22:12).
Un commentatore, autorevole in quanto fu consultore del Consilium, il padre gesuita Patino, poté affermare: “Questa idea di incontro cristiano deve essere alla radice di tutte le strutture di una chiesa: un’assemblea di Gesù Cristo e i suoi fratelli ascoltano la parola di Dio, rispondono a questa parola con la loro gratitudine, i loro canti e le loro suppliche, e anche per affermare tra loro l’amore che Cristo, durante la cena, ha raccomandato come segno distintivo dei suoi discepoli. (…) Davvero l’altare è soprattutto, come dice il testo stesso dell’Instituto in varie occasioni, la mensa del Signore, e questo deve apparire nella sua decorazione, dalle tovaglie, dalla forma della sua costruzione (…). Se più tardi, nel tempo, l’altare ha assunto anche il carattere di sepolcro dei martiri e un altare sacrificale, questi aspetti possono essere complementari, ma non devono in alcun modo prevalere nelle menti delle persone che si riuniscono per celebrare il memoriale del Signore” [1]. 
Praticamente è dimenticare che la Messa è prima di tutto il rinnovamento incruento del sacrificio della Croce, un sacrificio propiziatorio e satisfattorio. Per prima cosa realizza la consacrazione della Santa Eucaristia, che consente al sacerdote e ai fedeli di comunicare con Cristo nella sua Passione, che è prima di tutto e direttamente rappresentata. Secondariamente e in concomitanza, ci consente di ricevere i frutti di tutti i misteri di Cristo, in particolare della sua risurrezione.

Il “racconto dell’istituzione”

L’articolo 55 d, che tratta ex professo della consacrazione, è particolarmente sospetto. Comincia con le parole: “Racconto dell’istituzione” – sottinteso della messa e dell’Eucaristia.
Secondo i protestanti, alla consacrazione, il ministro ripete solo le parole dei Vangeli; ripete le parole di Cristo. Per loro, questo resoconto è sufficiente perché non è né necessario né possibile che le parole di Cristo siano pronunciate in modo affermativo e imperativo dal sacerdote.
Per i cattolici, è abbastanza diverso. Il canone non è una storia, è un rinnovamento, una riattualizzazione; ecco perché è scritto nei messali tradizionali, all’inizio del canone: infra actionem o “inizio dell’azione”. Questo è il motivo per cui il sacerdote assume un tono imperativo quando pronuncia le parole della consacrazione. Non ripete, non recita, rinnova, rende di nuovo presente l’azione di Cristo.
Ciò che appare nell’IGMR non è il sacrificio della Croce, ma l’Ultima Cena.

Il presidente dell’assemblea

Ci sono alcuni passaggi che usano un vocabolario tradizionale per parlare del ruolo del sacerdote: “agendo nella persona di Cristo (n° 10)”, “presiedendo alla persona di Cristo (n° 60)”, o “rappresentante Cristo Signore (n° 48)”. Ma il contesto non consente di determinare chiaramente il significato di questi termini, e soprattutto molti passaggi dell’Institutio riducono il celebrante a un semplice presidente dell’assemblea e insinuano che la sua funzione principale durante la messa è quella di rappresentare i fedeli che si sono riuniti.
Questa presentazione promuove la comprensione di una “rappresentazione” di Cristo in senso lato, cioè dell’intera assemblea, e non in senso stretto e preciso da parte di un sacerdozio gerarchico e visibile. Così n° 7 qualificava il sacerdote come semplice presidente dell’ “assemblea del popolo di Dio”. Al n° 10, se si afferma che il sacerdote presiede l’assemblea come rappresentante di Cristo, il testo aggiunge immediatamente che la preghiera eucaristica costituisce una preghiera presidenziale. Lo stesso articolo afferma che “le preghiere presidenziali sono rivolte a Dio nel nome di tutti i santi e di tutti coloro che sono presenti”. Il ruolo del sacerdote e la natura del sacerdozio vengono ignorati o distorti.
È senza dubbio vero che alcune parti del canone sono rivolte a Dio in nome dei fedeli; ma la consacrazione è pronunciata nel nome del Signore dal solo sacerdote.

La recitazione del canone

Al n° 12 si dice che “la natura delle parti presidenziali richiede che siano pronunciate a voce alta e intelligibile e ascoltati da tutti con attenzione”. Ne consegue che anche le parole della consacrazione devono essere pronunciate ad alta voce, come se il sacerdote agisse specificamente come delegato del popolo. Questa prescrizione si scontra con l’anatema del Concilio di Trento: “Se qualcuno dice che il rito della Chiesa romana, secondo il quale parte del canone e le parole della consacrazione sono pronunciate a bassa voce, deve essere condannato: sia anatema” (DzS 1759).
In effetti, se la “natura” delle parti presidenziali richiede che siano pronunciate con una voce forte e comprensibile, ciò equivale a stabilire un principio che è sempre valido indipendentemente dai tempi. Il Concilio di Trento è quindi implicitamente respinto da questa disposizione.
Con questo insieme di spiegazioni, l’Institutio introduce un’errata dottrina sul sacerdozio mantenendo la confusione tra il sacerdozio ministeriale e il sacerdozio comune dei fedeli.



(Fonti : Arnaldo da Silveira – FSSPX. Actualités – 18/07/2020)



[1] José María Martin Patino, Nuevas normas de la misa, BAC, Madrid, 1969, pp. 61 et 246.