>>> Non abbiamo fratelli maggiori di Don Curzio Nitoglia <<<

Recensione di Piergiorgio Seveso

E’ per me motivo di gioia profonda segnalare questo recente saggio di don Curzio Nitoglia pubblicato per i tipi della nostra casa editrice. Come dicevo anni fa nella mia prefazione a “Pensieri teologicamente scorretti” di Piero Vassallo, massima aspirazione per una casa editrice come la nostra è pubblicare libri, ad esempio, che prescindano completamente dalla dichiarazione conciliare “Nostra aetate” dell’ottobre 1965.

Prescindere da questa dichiarazione non significa però ignorare l’impatto profondissimo e a suo modo devastante avuto sul mondo cattolico da questo documento.

Come dicevo allora, anche solo studiare la genesi teologica, storica (e direi anche ancor meglio criptopolemologica) di Nostra Aetate

rende netta le separazione tra un “prima” e un “dopo”, rende chiaro l’oblio pressoché completo della posizione dottrinale cattolica nei riguardi della “sinagoga bendata”, di quel popolo (Vetus Israel) un tempo prediletto.

Questo oblio ha prodotto anche la cessazione pressoché universale di qualunque forma di approfondimento che andasse nella direzione di questo paradigma “proibito”, sia in un ambito più strettamente accademico che in uno più schiettamente ed utilmente apologetico. Se opere sono state scritte, se studi sono stati pubblicati, si debbono a penne certo coraggiose, a volte molto dotte, spesso volenterose.

Tra queste penne va certamente annoverata quella di don Curzio Nitoglia. che da circa un trentennio scrive su questo tema che giustamente si può definire la “Questione delle questioni”.

Lasciatemi perciò spendere qualche parola in questa libera e informale recensione sul ruolo che don Nitoglia, uomo di Pisside e di Penna, ha avuto nella formazione del laicato colto (o ben formato) cattolico integrale o genericamente tradizionalista di lingua e cultura italiana in queste recenti decadi.

Sin dall’inizio degli Anni Novanta, su “Sodalitium”, rivista già del distretto italiano della Fraternità San Pio X, poi passata all’Istituto “Mater Boni Consilii”, Don Nitoglia ha in maniera sistematica e continuativa approfondito il tema dell’antigiudaismo teologico cattolico, sfrondandolo ovviamente di qualunque cascame politico novecentesco e di qualsiasi ipoteca dell’antisemitismo laico, assai spesso razziale, nazionalistico e irreligioso che ha caratterizzato alcuni decenni del secolo appena trascorso

L’ha fatto senza parossismi complottardi o monomaniacali, senza cedere a sensazionalismi da rotocalco, con carità apostolica e senz’odio ma anche ovviamente senza nulla concedere ai teologumeni sentimentalisti, tanto in voga durante il “regno” wojtyliano.

Ad esempio, già nel famoso convegno di Ferrara del novembre 1995, vero crocevia e punto di svolta nella storia del tradizionalismo italiano, il nostro autore aveva fatto un’attenta disamina demolitiva di “Nostra Aetate”.

A una piccola ma combattiva generazione di giovani studiosi cattolici, Don Nitoglia, come un nuovo Vasco de Gama, ha dischiuso in quegli anni, come miracolosamente, un Eldorado di tesori cui attingere: Tertulliano, Sant’Ambrogio, Sant’Agostino, San Giovanni Crisostomo, Agobardo da Lione, Pietro di Blois, Pietro il Venerabile, San Tommaso D’Aquino e poi via via, il Beato Bernardino da Feltre, San Giovanni da Capestrano, i grandi Papi della Respublica Christiana. fino agli autori ottocenteschi, da padre Bresciani a Hugo Wast e Leon de Poncins.

Si tratta di scrittori e in molti casi maestri che in Caritate et Veritate che hanno affrontato l’annoso del giudaismo talmudico dopo il Golgota deicida e la conseguente diaspora.

Mentre un certo tradizionalismo “in giacca e cravatta”, si teneva con prudenza e calcolo lontano da queste tematiche, preferendo dissertare solo (pur meritoriamente) di relativismo, di pericolo islamico o di decadenza sociale, Don Nitoglia richiamava ben altre centralità tematiche.

Poi il mondo tradizionalista veniva lambito e talvolta contaminato dalla grande ubriacatura neocons e teocons dell’inizio degli anni Duemila che quasi perorava l’alleanza tra “Israele” e Occidente ai danni del pur bellicoso Islam, quasi che i due “grandi monoteismi” fossero destinati a “nozze” fatali benedette dalla bandiera a stelle e strisce.

Don Nitoglia offriva allora una Summa memorabile dal titolo “Per padre il diavolo”, pubblicata coi tipi della Società Editrice Barbarossa nel 2002, come puro antidoto a queste folli derive.

Il libro era talmente imponente e ricco, come solamente può esserlo la Teologia romana, da sovrastare la stessa casa editrice che l’aveva pubblicato: a dimostrazione di come assai spesso il contenuto superi e travalichi il contenitore. Con gli anni si aggiungevano poi altri libri con altre benemerite case editrici come ad esempio Effedieffe e Effepi.

Volendo quindi fare un bilancio, a conclusione di quest’ultimo tormentato decennio, la penna di Don Nitoglia può essere veramente definita la più longeva, la più feconda, la più costante all’interno del ceto cattolico integrale (o tradizionalista in genere) : se alcune penne hanno perso in smalto, in lucidità (talvolta persino in decoro) o non hanno saputo mantenere quella continuità, lo stilo di don Nitoglia ha saputo essere quello di un poligrafo insigne e di un divulgatore inesauribile che, senza eccessive preoccupazioni accademiche o stilistiche, ha badato al sodo delle finalità della buona stampa cattolica.

Va certamente rimarcato che la penna di Don Nitoglia è anche quella, specie nell’ambito dell’ecclesiologia e dell’analisi della crisi della Chiesa, di un sacerdote che ha partecipato costantemente a tutte le discussioni teologiche sui temi più caldi, specialmente a partire dal 2006-07.

L’ha fatto con passione e a volte anche la durezza dell’uomo di parte (e anche l’estensore di queste note si è spesso trovato e spesso si trova in posizione opposta o perlomeno distante e certamente polemica rispetto alla Sua) ma questo non toglie che Egli abbia mantenuto, specie su alcune questioni di interesse capitale (come la questione dell’Ebraismo talmudico) un altissimo magistero morale e intellettuale, di cui anche questo saggio è viva testimonianza.

“Non abbiamo fratelli maggiori” aggiorna a suo modo “Per padre il diavolo” analizzando alcuni avvenimenti degli ultimi anni dell’epoca ratzingeriana (ricordiamo le visite alla Sinagoga di Colonia e di Roma) fino alle ultime prodezze del bergoglismo “trionfante” e fornisce tutte le coordinate per inquadrare la genesi (spuria ed eterodossa) del c.d “dialogo ebraico-cristiano”. Dopo queste premesse, non posso che augurarvi buona lettura!

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