Sempre più “tasselli” conservatori contro la “corretta ermeneutica” del Concilio

di Pacificus

In quest’ultimo mese si è assistito ad una serie di prese di posizione dal fronte conservatore – causa una provvidenziale pandemia (?) che ha fatto cadere la maschera del modernismo sostanzialmente ateo – di critica al Concilio Vaticano II e specialmente alla sua “ermeneutica di continuità” con la Tradizione.

Mons. Carlo Viganò, oltre ad aver definito “i tentativi di ermeneutica della continuità miseramente naufragati” (come riportatonel nostro scorso articolo), in un “botta e risposta” di scritti tenuto nello scorso mese di Giugno con Mons. Schneider, ha ribadito la sua convinzione della necessità di rigettare in toto i documenti conciliari, ben riassunta nel seguente estratto preso da una lettera al prof. Pasqualucci del 14 Giugno:

“Sulla possibilità di sottoporre gli atti del Concilio Vaticano II a correzione, penso che ci si possa trovare concordi: le proposizioni eretiche o che favoriscono l’eresia devono essere oggetto di condanna, e possiamo solo auspicare che ciò avvenga quanto prima.
La mia obiezione a Mons. Schneider verte piuttosto sulla opportunità di conservare tra gli atti ufficiali della Chiesa un hapax che, aldilà delle formulazioni ambigue e in discontinuità, esso è stato voluto e concepito per la sua valenza eversiva, e che in quanto tale ha causato tanti mali. Sotto un profilo giuridico, si potrà forse trovare la soluzione più idonea; ma sotto quello pastorale – ossia per quanto concerne la sua utilità nell’edificazione dei fedeli – è preferibile lasciarlo cadere in toto e dimenticarlo. E se è ben vero, come afferma il prof. Pasqualucci, che l’errore non fa dottrina, è altrettanto vero che una condanna delle proposizioni eterodosse non toglie le ombre che gravano sull’Assise nel suo complesso, e che ne pregiudicano l’intero corpus, né le conseguenze che ne sono derivate. È bene inoltre ricordare che l’evento conciliare supera di gran lunga i Documenti da esso prodotti.

Il solo fatto che il Vaticano II sia suscettibile di correzione dovrebbe essere sufficiente a decretarne l’oblio, una volta fatta chiarezza sugli errori più evidenti. Non a caso il prof. Pasqualucci lo definisce conciliabolo, al pari di quello di Pistoia, il quale meritò una condanna globale, oltre alla confutazione dei singoli errori in esso formulati. Faccio mia questa sua frase: «Dopo averne messo bene in evidenza le nefandezze procedurali e gli errori contro la fede sparsi nei documenti, un Papa può benissimo cassare l’intero Concilio, “confermando così nella fede i suoi fratelli”, finalmente. Ciò rientrerebbe perfettamente nella sua summa potestas iurisdictionis su tutta la Chiesa, iure divino. Il Concilio non è superiore al Papa. Se il Concilio ha deviato dalla fede, il Papa ha il potere di invalidarlo. Anzi, è un suo dovere»”.

Mons. Schneider, in una dichiarazione del 24 Giugno scorso, sebbene sostenga che “non possiamo seguire un tale metodo e neppure il metodo del “gettare il bambino con l’acqua sporca”; (…) dobbiamo mantenere un atteggiamento globale di rispetto”, sottolineando la bontà di alcuni documenti, comunque concorda con Viganò sulla caduta dell’ermeneutica della continuità di ratzingeriana memoria, scrivendo fin dall’inizio:

“Negli ultimi decenni non soltanto alcuni modernisti dichiarati, ma anche teologi e fedeli che amano la Chiesa, hanno mostrato un atteggiamento che assomigliava ad una sorta di difesa cieca di tutto ciò che era stato detto dal Concilio Vaticano II. Un tale atteggiamento a volte sembra richiedere vere acrobazie mentali e una “quadratura del cerchio”. Anche ora, la mentalità generale dei cattolici buoni corrisponde spesso a una totale infallibilizzazione di ogni parola del Concilio Vaticano II o di ogni parola e gesto del Pontefice. (…)

Prima del Concilio Vaticano II non c’era la necessità di fare uno sforzo colossale per presentare voluminosi studi per dimostrare la perfetta continuità della dottrina tra un Concilio e l’altro, tra un Papa e suoi predecessori, poiché la continuità era palese. Il fatto stesso della necessità della “Nota explicativa previa” al documento Lumen Gentium mostra che il testo stesso di Lumen Gentium nel n. 22 è ambiguo riguardo al tema del rapporto tra il primato e la collegialità episcopale. Documenti chiarificatrici del Magistero nel tempo postconciliare (…) non hanno chiarito le soprammenzionate affermazioni ambigue del Concilio Vaticano II. (…) Il principio dell’ermeneutica della continuità non può essere utilizzato alla cieca al fine di eliminare a priori eventuali problemi evidentemente esistenti o per creare un’immagine di armonia, mentre persistono nell’ermeneutica della continuità sfumature di indeterminatezza. In effetti, un simile approccio trasmetterebbe in modo artificiale e non convincente il messaggio che ogni parola del Concilio Vaticano II è ispirata da Dio, infallibile e a priori in perfetta continuità dottrinale con il Magistero precedente”, arrivando a fare il consequenziale quanto giusto elogio di Mons. Lefebvre:Inizio moduloFine modulo

“In questo contesto, fu in particolare l’Arcivescovo Marcel Lefebvre (sebbene non fosse l’unico) ad iniziare su una scala più vasta e con franchezza simile a quella di alcuni dei grandi Padri della Chiesa, a protestare contro l’annacquamento e la diluizione della fede cattolica, particolarmente riguardo al carattere sacrificale e sublime del rito della Santa Messa, che si stavano diffondendo nella Chiesa, sostenute, o almeno tollerate, anche dalle autorità di alto rango della Santa Sede. In una lettera indirizzata a Papa Giovanni Paolo II all’inizio del suo pontificato, l’arcivescovo Lefebvre descrisse realisticamente e appropriatamente in una breve sinossi la vera portata della crisi della Chiesa. Colpiscono la perspicacia e il carattere profetico delle seguenti affermazioni: “Il diluvio di novità nella Chiesa, accettato e incoraggiato dall’Episcopato, un diluvio che devasta ogni cosa sul suo cammino: la fede, la morale, la Chiesa istituzione: non potevano tollerare la presenza di un ostacolo, una resistenza. Abbiamo quindi avuto la scelta di lasciarci trasportare dalla corrente devastante e di aggiungerci al disastro, o di resistere al vento e alle onde per salvaguardare la nostra fede cattolica e il sacerdozio cattolico. Non potevamo esitare. Le rovine della Chiesa stanno aumentando: l’ateismo, l’immoralità, l’abbandono delle chiese, la scomparsa delle vocazioni religiose e sacerdotali sono tali che i vescovi stanno iniziando a risvegliarsi” (Lettera del 24 dicembre 1978). Stiamo ora assistendo al culmine del disastro spirituale nella vita della Chiesa che l’arcivescovo Lefebvre ha indicato così vigorosamente già quarant’anni fa”.

Schneider analizza, poi, il cosiddetto “magisterio-centrismo” del tempo post-conciliare evidenziando un altro punto di rottura con la Tradizione: l’assoluta indiscutibilità del Concilio Vaticano II, avente delle costituzioni “dogmatiche” nonostante abbia “evitato di dare definizioni dogmatiche solenni, impegnanti l’infallibilità del magistero ecclesiastico” (Udienza Generale, 12 gennaio 1966), quando invece nella Storia della Chiesa gli argomenti conciliari non-infallibili sono stati sempre oggetto di sereno dibattito teologico, apportando ad esempio quello della traditio instrumentorum del Concilio di Firenze, poi confutato da Pio XII nel 1947 nella Costituzione Apostolica Sacramentum Ordinis. Ugualmente Viganò, nella recentissima intervista del 30 Giugno, spiega:

“Se da un lato Giovanni XXIII e Paolo VI dichiararono di non voler impegnare il Concilio nella definizione di nuove dottrine e vollero che esso si limitasse ad essere solamente pastorale, dall’altro è pur vero che esteriormente – mediaticamente, si direbbe oggi – l’enfasi data ai suoi atti fu enorme. Essa servì a veicolare l’idea di una presunta autorità dottrinale, di una implicita infallibilità magisteriale che pure erano state chiaramente escluse sin dall’inizio. Se questo avvenne, fu per consentire che le sue istanze più o meno eterodosse venissero percepite come autorevoli e quindi accolte dal clero e dai fedeli”.

Tornando a Schneider, egli giunge quindi, e non può che essere altrimenti, ad apportare come “esempio lampante del malsano “Magisterio-centrismo”, dove rappresentanti dal Magistero si comportano non come servi, ma come padroni della Tradizione, la riforma liturgica di Papa Paolo VI. In un certo senso, Paolo VI si mise al di sopra della Tradizionenon della Tradizione dogmatica (lex credendi),ma della grande Tradizione liturgica (lex orandi). Paolo VI ha osato iniziare una vera rivoluzione nella lex orandi [e dalla rivoluzione della Lex orandi, la vera formatrice della Fede del popolo, non può che derivare la rivoluzione della Lex credendi, perché “Lex orandi, Lex credendi”, come 0sempre sostenuto da Mons. Lefebvre, ndr]. E in una certa misura, ha agito in contrasto con l’affermazione del Concilio Vaticano II in Dei Verbum, n. 10, che afferma che il Magistero è solo il servitore della Tradizione. Dobbiamo porre Cristo al centro, Egli è il sole: il soprannaturale, la costanza della dottrina e della liturgia e tutte le verità del Vangelo che Cristo ci ha insegnato”. E conclude:

“Oggi il velo è stato sollevato ed il modernismo ha rivelato il suo vero volto, che consiste nel tradimento di Cristo e nel diventare amico del mondo, adottando allo stesso tempo il suo modo di pensare. (…)

Il modernismo è come un virus nascosto, nascosto in parte anche in alcune affermazioni del Concilio, ma che ora si è manifestato pienamente. Dopo la crisi, dopo questa grave infezione virale spirituale, la chiarezza e la precisione della dottrina, la sacralità della liturgia e la santità di vita del clero risplenderanno più intensamente. La Chiesa lo farà in modo inequivocabile, come ha fatto in tempi di gravi crisi dottrinali e morali negli ultimi duemila anni. Insegnare chiaramente le verità del deposito divino della fede, difendere i fedeli dal veleno dell’errore e condurli in modo sicuro alla vita eterna appartiene all’essenza stessa del compito divinamente affidato al papa e ai vescovi”.

Degno di nota, poi, è non solo il pieno appoggio morale e spirituale manifestato da Mons. Luigi Negri* lo scorso 16 Giugno a Viganò, che appare evidentemente come un’adesione alle posizioni di questo, ma anche la rivelazione postuma, riportata in un articolo di Corrispondenza Romana del 2 Luglio, del lascito “in articulo mortis” del buon Mons. Livi – professore emerito alla Lateranense, colui che collaborò alla redazione dell’enciclica Fides et Ratio (1998) di Giovanni Paolo II – all’allievo Enrico Maria Radaelli a cui avrebbe detto:

«Enrico Maria, dogma, dogma, dogma. Vaticano I sì. Vaticano II no. Hai capito? Scrivi: Dogma, sì. Vaticano I, sì. Vaticano II no, no, no. Scrivilo a tutti, scrivi bene. Questa è la Chiesa. Questa. Solo questa».

Concludendo, non si può positivamente non notare un certo “risveglio”, o meglio una maggiore comprensione della Crisi della Chiesa da parte di importanti figure della frangia conservatrice che fa ben sperare, i quali, nella loro critica alla tesi ermeneutica ratzingeriana, si pongono in linea con la celeberrima citazione di Mons. Brunero Gherardini, decano emerito della facoltà di teologia alla Luteranense, scomparso nel 2017:

Ci sono nel Vaticano II non poche innovazioni, dottrinali o no, che nessun gioco di prestigio è in grado di ricondurre alla Tradizione divina”.

Arrivando addirittura a riconoscere, nel caso di Mons. Viganò, “la possibilità di un conflitto tra l’obbedienza ad un ordine della Gerarchia e la fedeltà alla Chiesa stessa” (citazione dalla prima fonte riportata).

A questo punto, bisognerebbe dare a Cesare quel che è di Cesare e riconoscere apertamente e chiaramente che, in fondo, Mons. Lefebvre ha sempre avuto ragione, mettendo una volta per tutte una pietra tombale su artifici retorici ermeneutici e concessioni motupropriste – che equiparano (mantenendo comunque, de facto, ad un livello di inferiorità) il rito Tridentino pienamente cattolico alla messa ecumenica ed illecita di Paolo VI -, ma soprattutto sulla principale divisione del comunemente detto “mondo della Tradizione”, perché spesso nella battaglia la migliore unità la fa quella di Fede, di convinzioni, ben meglio di un comune interesse mutilato.


*Negri ha in seguito fatto sapere di riferirsi a un precedente testo di Viganò, l’appello di maggio.

2 Commenti a "Sempre più “tasselli” conservatori contro la “corretta ermeneutica” del Concilio"

  1. #bbruno   4 Luglio 2020 at 8:45 pm

    Stando al Catechismo della Dottrina cristiana di San Pio X, ” la Chiesa cattolica è la società o congregazione di tutti i battezzati che, vivendo sulla terra, professano la stessa fede e legge di Cristo, partecipano agli stessi sacramenti, e obbediscono ai legittimi Pastori, principalmente al Romano Pontefice.”

    E invece abbiamo, in questa chiesa nuova cattolica romana, nata dal concilio vatican secondo, Cristiani che:
    – NON professano più la stesa e medesima fede e legge di Cristo, come espressa e richiesta dalla Chiesa Cattolica anteriormente a detto concilio….
    -NON partecipano più agli stessi e medesimi sacramenti, come intesi dalla Chiesa sempre ante detto concilio ….
    – e quand’anche a quella fede legge e sacramenti si illudessero di attenersi, NON obbediscono più ai pastori di detta chiesa e in particolar modo al Romano Pontefice, che contro ogni retto senso cattolico, accusano di persistenti scorrettezze dottrinali ….

    Beh, in quanto costituita di tali e siffatti elementi, questa chiesa mi sembrerebbe in effetti “società o congregazione” mal congegnata…

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  2. #bbruno   5 Luglio 2020 at 6:11 pm

    … e quindi, come tale, NON la Chiesa di Cristo, e i suoi componenti – siano formaliter che materialiter – una armata bracalone….

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