Viganò risponde a Magister e rincara la dose: “la favola bella dell’ermeneutica”

Peter Geymayer / Public domain

Viganò risponde a Magister che lo aveva descritto sull’orlo dello scisma.

Magister ha ragione quando dice che è evidente in cosa consista l’obiettivo implicito della demolizione dell’ermeneutica della continuità, ovvero certo ratzingerismo. In effetti, tanto varrebbe essere diretti, senza troppe attenuanti in foro esterno, dato che dell’interno nessuno giudica.

Su tutto il resto ha ragione Viganò, che – addirittura – rincara la dose.

Di seguito un estratto del testo di Viganò a Magister. Grassettature e note nel testo nostre.


Ella afferma che avrei accusato Benedetto XVI «d’aver “ingannato” la Chiesa intera dando a credere che il Concilio Vaticano II fosse immune da eresie e, anzi, andasse letto in perfetta continuità con la vera dottrina di sempre». Non mi pare di aver mai scritto una cosa simile riguardo al Santo Padre, al contrario: ho detto, e lo riaffermo, che siamo stati tutti – o quasi tutti – tratti in inganno da chi ha usato il Concilio come un “contenitore” dotato di una sua implicita autorità e dell’autorevolezza dei Padri che vi presero parte, stravolgendone però il fine [ndRS: argomentazione oggettivamente scivolosa: in particolare se l’Autore (vedere dopo) della bella favola dell’ermeneutica è riconosciuto in Raztinger]. E chi è caduto in questo inganno l’ha fatto perché, amando la Chiesa e il Papato, non poteva persuadersi che in seno al Vaticano II una minoranza di organizzatissimi congiurati potesse usare un Concilio per demolire, dal di dentro, la Chiesa; e che nel farlo potesse contare sul silenzio e sull’inazione dell’Autorità, se non sulla sua complicità. Questi sono fatti storici, dei quali mi permetto di dare una lettura personale, ma che reputo possa essere condivisa.

Mi permetto anche di ricordarLe, se ve ne fosse bisogno, che le posizioni di moderata rilettura critica del Concilio in senso tradizionale da parte di Benedetto XVI fanno parte di un lodevole passato recente [ndRS: a nostro avviso per nulla lodevole. Al netto delle intenzioni, la marcia lenta della rivoluzione è addirittura più pericolosa, prova ne è la necessità stessa di questa lettera], mentre nei formidabili anni Settanta ben altra era la posizione dell’allora teologo Joseph Ratzinger. Autorevoli studi si affiancano alle stesse ammissioni del Professore di Tubinga confermando le parziali resipiscenze dell’Emerito. Non vedo nemmeno un «temerario atto d’accusa sferrato da Viganò contro Benedetto XVI per i suoi “fallimentari tentativi di correzione degli eccessi conciliari invocando l’ermeneutica della continuità”», poiché questa è opinione ampiamente condivisa non solo negli ambienti conservatori, ma anche e soprattutto in quelli progressisti. E andrebbe detto che quello che i novatori sono riusciti ad ottenere con l’inganno, l’astuzia e il ricatto fu il risultato di una visione che abbiamo ritrovato poi applicata al massimo grado nel “magistero” bergogliano di “Amoris laetitia”. L’intenzione dolosa è ammessa dallo stesso Ratzinger: «Sempre più cresceva l’impressione non ci fosse nulla di stabile, che tutto può essere oggetto di revisione. Sempre più il Concilio pareva somigliare a un grosso parlamento ecclesiale, che poteva cambiare tutto e rivoluzionare ogni cosa a modo proprio» (cfr. J. Ratzinger, “La mia vita”, traduzione dal tedesco di Giuseppe Reguzzoni, Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 1997, pp. 99). Ma ancor di più dalle parole del domenicano Edward Schillebeecks: «Ora lo diciamo in modo diplomatico, ma dopo il Concilio ne trarremo le conseguenze implicite» (“De Bazuin” n. 16, 1965).

Abbiamo conferma che la voluta ambiguità dei testi aveva come scopo proprio il tenere insieme visioni opposte e inconciliabili, in nome di una valutazione di utilità e a detrimento della Verità rivelata. Una Verità che, quando viene proclamata integralmente, non può non esser divisiva, così come è divisivo Nostro Signore: «Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione» (Lc 12, 51).

Non trovo vi sia nulla di riprovevole nel suggerire di dimenticare il Vaticano II: i suoi fautori hanno saputo disinvoltamente esercitare questa “damnatio memoriae” non con un solo Concilio, ma con tutti, giungendo ad affermare che il loro era il primo di una nuova chiesa, e che a partire dal loro concilio era finita la vecchia religione e la vecchia Messa. Ella mi dirà che queste sono le posizioni degli estremisti, e che la virtù sta nel mezzo, ossia tra quanti considerano che il Vaticano II sia solo l’ultimo di un’ininterrotta serie di eventi in cui parla lo Spirito Santo per bocca dell’unico ed infallibile Magistero. Se così fosse, si dovrebbe spiegare perché la chiesa conciliare si sia data una nuova liturgia e un nuovo calendario, e conseguentemente una nuova dottrina – “nova lex orandi, nova lex credendi” – prendendo sdegnosamente le distanze dal proprio passato.

La sola idea di metter da parte il Concilio suscita lo scandalo anche in quanti, come Lei, riconoscono la crisi degli ultimi anni, ma si ostinano a non voler riconoscere il legame di causalità tra il Vaticano II e i suoi logici ed inevitabili effetti. Lei scrive: «Attenzione: non il Concilio male interpretato, ma il Concilio in quanto tale e in blocco». Le chiedo allora: quale sarebbe l’interpretazione corretta del Concilio? Quella che ne dà Lei o quella che ne davano – mentre ne scrivevano i decreti e le dichiarazioni – i suoi operosissimi artefici? o forse quella che ne dà l’Episcopato tedesco? o quella dei teologi che insegnano nelle Università Pontificie e che vediamo pubblicati sui più diffusi periodici cattolici del mondo? o quella di Joseph Ratzinger? o quella di mons. Schneider? o quella di Bergoglio? Basterebbe questo per comprendere quanto danno abbia causato anche solo l’aver deliberatamente adottato un linguaggio tanto fumoso, da legittimare interpretazioni opposte e contrarie, sulla cui base si è poi avuta la famosa primavera conciliare. Ecco perché non esito a dire che quell’assise andrebbe dimenticata «in quanto tale e in blocco», e rivendico il diritto di affermarlo senza per questo rendermi colpevole del delitto di scisma per aver attentato all’unità della Chiesa. L’unità della Chiesa è inseparabilmente nella Carità e nella Verità e dove regna o anche solo serpeggia l’errore non vi può essere Carità.

La favola bella dell’ermeneutica – ancorché autorevole per il suo Autore – rimane nondimeno un tentativo di voler dar dignità di Concilio ad un vero e proprio agguato contro la Chiesa, per non screditare con esso i Pontefici che quel Concilio hanno voluto, imposto e riproposto. Tant’è vero che quegli stessi Pontefici, uno dopo l’altro, assurgono agli onori degli altari per esser stati “papi del Concilio”. [ndRS: se è così – ed è così – i tentativi di moderata rilettura ratzingeriana non sono affatto lodevoli] […]

Un commento a "Viganò risponde a Magister e rincara la dose: “la favola bella dell’ermeneutica”"

  1. #Giosuè   7 Luglio 2020 at 8:52 pm

    Complimenti a Radiospada! Pungente, chiara, efficace e soprattutto “segno di contraddizione” per chi non esiste alcun compromesso. Il cristiano vero non sta nel mezzo, altrimenti non sarebbe “nè caldo e nè freddo” e verrebbe vomitato, come si recita nei versetti dell’Apocalisse di S.Giovanni. E per questo Gesù ebbe ad affermare “chi non è con Me, e’ contro di Me, e chi non raccoglie con Me, disperde”.

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